Lione – La città dipinta

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In costante equilibrio tra realtà e finzione, Lione, la terza città della Francia si racconta attraverso i Trompe l’oeil dipinti sui muri dei suoi quartieri.

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Uno dei nuovi edifici del centro città

L’illusione ci inghiotte in un vortice, non distinguiamo il vero dal falso: le auto si fermano al semaforo rosso, il cliente di una banca preleva soldi al bancomat, una donna si affaccia alla finestra, mentre un gruppo di persone sale una lunga scalinata che si addentra tra alti edifici, forse duecento scalini che vanno in direzione della collina della Croix-Rousse. Questa successione di piani è davvero strana, inaspettata e insolita. Poi il semaforo diventa verde e le auto ripartono, i pedoni attraversano la strada, ma il vento che trascina in aria le ultime foglie di questo lungo autunno non muove le tende delle finestre spalancate sulla strada; e lo spazzino sembra congelato, immobile, con la scopa a mezz’aria, pietrificato, come quegli imbianchini che si trovano là, in alto, sull’impalcatura  e che appoggiano il loro pennello sempre sullo stresso punto. Inganno dei sensi o allucinazione? Anche la prospettiva ha qualcosa di strano come se fosse stata tirata a forza da un disegnatore che non ne conosceva bene le regole, come ha fatto  il cubismo di Picasso che ha ribaltato i punti di vista consueti. Il trompe l’oeil è un dipinto che innesca una specie di fantasia collettiva. È una grande messa in scena che gioca sui labili confini tra realtà e finzione e che diventa parte della vita di ogni giorno”. Joël, si avvicina al negozio di stoffe Rève de Soie, sogno di seta, mentre una nuvola carica di pioggia oscura il sole e un raggio di luce fende la coltre come un riflettore che illumina la scena in teatro. La vetrina riverbera, lascia intravedere i rotoli di seta colorata e i commessi all’interno, ma la maniglia della porta non gira e noi non riusciamo ad entrare. Il negozio è finto, dipinto, come tutte le scene rappresentate su questa immensa parete condominiale. Un grande abbaglio. La visione si materializza su 200 metri quadri di superficie sul retro di una serie di palazzi che si trovano in rue des Canuts, nel cuore di  Lione.  Joël  è a capo del gruppo di artisti che ha realizzato questo grande murale: “Il trompe l’oeil è un’opera in funzione del luogo al quale è destinata. Si innesta sulla storia del quartiere. In questo caso alla Croix-Rousse nell’Ottocento si sviluppò la tessitura della seta. Così noi abbiamo raccolto le testimonianze e le storie degli anziani come quelle  del signor Georges Mattelon, un ottuagenario che è una specie di cassaforte della trazione orale e che abbiamo riprodotto nel trompe l’oeil. Ma per dimostrare che la vita continua abbiamo ritratto anche la gente comune. Quella ragazzina laggiù l’abbiamo dipinta quando aveva 13 anni, ora ne ha 19”.

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dettaglio di uno dei murales

A Lione si contano 150 muri dipinti, trompe l’oeil e murales: la vita della città è cristallizzata sulle pareti degli edifici, istantanee minimali scattate qua e là e appese a grandi pareti, come si fa in casa con le foto ricordo. Sono brandelli di vita ordinaria, tratti di situazioni diverse: la biblioteca, lo sport allo stadio, il teatro, la stazione dei tram; oppure episodi ripescati dal passato recente: in cours Gambetta i fratelli Lumière inventori del cinematografo hanno aperto il Ciné Lyon e sono all’opera con la macchina da presa. In rue de la Martinière si affacciano alle finestre di un palazzo a cinque piani i lionesi illustri, tra questi compaiono il pilota scrittore Antoine de Saint Exupéry e il fisico André Marie Ampère scopritore della legge sull’elettromagnetismo. E non c’è nessuno che si permette di oltraggiare questa memoria dipinta sporcando i murales con scritte e atti vandalici. Perfino i writers sembrano abbastanza educati da rispettarli, quasi a riconoscerne il valore artistico. Lione, 1.200.000 abitanti, terza città di Francia, si rappresenta in questo modo. Così si avvolge su se stessa, ricorda e manda messaggi alle nuove generazioni e a coloro che vengono da fuori, agli immigrati e ai nord africani che anche qui sono numerosi. I trompe l’oeil rinviano immagini come uno specchio, rimettono insieme i pezzi sparsi che potrebbero perdersi nelle maglie del tessuto urbano. Si, perché Lione è un assemblaggio di quartieri legati assieme dai ponti della storia che scavalcano i due fiumi, il Rodano e la Saône. Tra questi due corsi d’acqua, sulla Presque-Ile, è sorta la città ottocentesca, mentre sulla riva destra della Saône, resiste intatto l’incanto del Vieux Lyon, angolo rinascimentale che l’Unesco ha inserito nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità, una matassa di vicoli che si aggrovigliano attorno a rue Saint Jean e dove i portali si aprono su cortili interni loggiati, attraversati da scale simili a chiocciole che si avvitano su se stesse. Quasi una Firenze ripensata oltre le Alpi, ma ancora con il calore mediterraneo degli intonaci che sfumano dal rosso all’arancio e con la pietra calcarea bianca corrosa dalle intemperie che fa da cornice sulle finestre.

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dettaglio di uno dei murales

Il Vieux Lyon può sembrare un trompe l’oeil, un immobile muro dipinto se rapportato alla dinamicità con cui la città mette mano all’urbanistica e progetta il futuro, e non da ora. I quartieri cittadini sono animati da vita propria, quasi fossero villaggi con un proprio cuore, tasselli che messi assieme si assemblano per formare la città. Così fu la Croix Rousse con i suoi alti palazzi, pensati per ospitare i laboratori per la lavorazione della seta. E più tardi, a partire dal 1925, Villeurbanne dove nacque il quartiere Gratte-Ciel che si ispirò all’architettura di New York ma ancora con stilemi dell’art decò: palazzi bianchissimi, costruiti a blocchi uno sull’altro, prominenti, che si misuravano con i campanili lionesi. Altra voglia di nuovo si trova nel quartiere di Etats Unis, ma in questo caso l’architetto Tony Garnier, una specie di Le Corbousier ante litteram, non si è misurato con l’idea di altezza ma con quella di funzionalità: nel 1930 aveva progettato un quartiere operaio che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto rendere ottimale la vita degli abitanti realizzando abitazioni sane e confortevoli. “Era un idealista, ma seppe leggere il futuro, molte delle sue soluzioni oggi le riteniamo scontate, ma per allora rappresentavano l’avanguardia”, afferma Eddy abitante del quartiere e direttore del museo intitolato a Tony Garnier. Strano museo questo: le sale espositive sono le vie sulle quali si affacciano giganteschi murales alti quattro piani, altre immobilizzazioni di storia cittadina. La maggior parte racconta per immagini lo sforzo progettuale di Garnier, altri sono stati realizzati da artisti stranieri che qui hanno trasferito fantastiche città ideali, proiezioni di utopistiche architetture.

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dettaglio di uno dei murales

A Lione i quartieri villaggio nascono ancora oggi, a ripetizione, senza battute d’arresto, sembra quasi una questione di orgoglio per i sindaci che si susseguono alla guida della città. Uno dopo l’altro si passano il testimone. Dal 1984 si alimenta il cuore della ardita Cité Internazionale il cui embrione sorse in occasione della fiera internazionale dell’Euro Expo. Da allora, a passi successivi, tutta l’area nord della città che si affaccia alla riva sinistra del Rodano è stata trasformata radicalmente. Il quai Achille Lignon, la lunga arteria che costeggiava il Rodano è diventata una passeggiata a uso esclusivo dei pedoni mentre il traffico automobilistico è sparito in una galleria. Oggi è silenzio: voci di bambini in lontananza e ragazzi in bicicletta, forse all’uscita della scuola. Si pattina sui viali che conducono al parco della Tête d’Or e lungo l’alberata riva del fiume. Un’oasi in città che si fonde con il nuovo quartiere della Cité. Il complesso architettonico è un insieme di nuove strutture edilizie modulari progettate da Renzo Piano: uffici, palazzo dei congressi, museo di arte contemporanea, hotel, 14 sale cinematografiche, casinò. “La città ha voluto vestirsi di verde e Piano ha accolto l’invito di creare un insieme di edifici che si riallacciassero al vicino parco della Tête d’Or”, spiega Lucie Kaderbeck per conto della società Sem che ha curato il progetto. La Cité ha l’aspetto di una grande serra: vetri dappertutto, sul soffitto e alle pareti, piante, alberi che si raccolgono attorno a un vasto spazio su cui si affacciano caffè e brasserie. Una grande piazza interna è punto di incontro, l’aria è mediterranea, luogo di chiacchiere quasi si fosse in un paese del sud Italia. Oltre la strada si intravede il roseto del parco della Tête d’Or: ormai le rose sono appassite e i giardinieri preparano il terreno per la primavera. Seguiamo una luminosa, lunga galleria coperta e arriviamo al museo di arte contemporanea. Il Rodano manda riflessi che entrano nella grande serra della Cité, sono bagliori che si colorano d’oro come quelli che immortalò Oskar Kokoschka in una tela del 1927, Vue de Lyon, dove si vede la città tratteggiata lungo le rive del fiume Saône in simbiosi con l’acqua, quasi un mutuo soccorso.

“Oskar Kokoschka? Credo abbia ben rappresentato la città in movimento, con il dinamismo che le è proprio. Un po’  come la vorremmo noi, anche se secondo un falso luogo comune si crede che i lionesi amino poco le novità. E dire che qui è tutto un fermento…”, asserisce Thierry Raspail, espansivo direttore del museo di arte contemporanea che a grandi passi ci fa percorrere le ‘esternazioni musicali’, opera di un’artista statunitense, ultima esposizione in corso. Gruppi di giovani sono distesi su grandi materassi ad ascoltare i suoni che escono dalle cuffie. Altri entrano in una grande scatola sonora che negli intenti dell’autrice fonde musica e luce. “Guardi il museo, davanti ha una facciata ottocentesca, dietro è stato ampliato e inglobato nel progetto della Cité Internationale. Noi oggi traiamo i benefici di questo nostro essere bifronti: le radici nel passato e l’anelito verso la novità, la creatività, per questo cerchiamo di portare in città il meglio dell’arte contemporanea”.

Ora dobbiamo attraversare tutta Lione, da un capo all’altro, alla ricerca degli altri pezzi in movimento, altri quartieri, altri cuori indipendenti. Seguiamo la riva sinistra del Rodano fino alla confluenza con la Saône dove qualche capannone industriale si mescola alle abitazioni. Sul fiume passa una chiatta, i pescatori lanciano la lenza dalla riva, qualche podista corre veloce. L’aria è umida e le nuvole sempre cariche di pioggia. Forse è il cielo scuro sopra le nostre teste che trasforma quest’angolo di città in un trompe l’oeil da periferia disadorna e dimessa: Gerland, sembra un angolo marginale, troppo decentrato. Eppure questo volto sta cambiando. Basta consultare il sito www.lyon-confluence.fr per rendersene conto. Tramite internet si raccolgono i pareri della cittadinanza sui progetti di sviluppo di quest’area. Alla confluenza del Rodano con la Saône, Gerland diverrà il quartiere più innovativo di Lione. Fino ad ora già sono sorte alcune avveniristiche costruzioni: la scuola normale superiore di scienze e quella di lettere, il liceo internazionale, lo stadio e le sedi di alcuni istituti di ricerca. La vecchia smisurata Halle del mattatoio, 210 metri di lunghezza per 80 di larghezza, è stata completamente rinnovata e ora viene utilizzata come sala per concerti o come palazzetto dello sport: in base al diverso utilizzo si può riadattare lo spazio interno attrezzato a segmenti modulari. Anche Gerland quindi diverrà un altro pezzo da assemblare a questa Lione in movimento, e forse sarà un ennesimo scherzo di un riuscito trompe l’oeil dell’architettura.

Testo e foto di Aldo Pavan www.aldopavan.it

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