Nella terra magica dell’India, il Rajasthan possiede una sua particolare atmosfera. Una tavolozza da pittore frammentata di jungle polverose, cangianti in smeraldo dopo un violento acquazzone. La stessa tinta che per un attimo, riveste di un verde tenue anche l’ocra di deserti roventi.

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Fertili pianure, bianche di cotone e gialle di grano, su cui si incidono i colori accesi di sari e turbanti sfoggiati come corone e luccicanti brocche appoggiate sulle ciocche corvine di donne bellissime. Avvolgono il paese miti e fiabe che i cantastorie dipanano dalle fortezze arroccate su dirupi e da bianchi palazzi affacciati su pozze d’acqua. I rajput, leggendari “figli di re” (questo il significato del nome) provenienti dalle steppe centro-asiatiche, si insediarono in questa regione, che ancora porta il loro nome, nei secoli precedenti l’era cristiana. Data l’indole bellicosa vennero inseriti nella seconda casta del sistema gerarchico indù, la casta dei guerrieri, e con il loro modo di vivere “cavalleresco”, ricco di amori travagliati e gesta eroiche,
divennero il fulcro dei canti di bardi e menestrelli. Frazionati in piccoli regni incapaci di un’azione comune contro le invasioni musulmane del XII sec. divennero loro vassalli fino a quando riacquistarono l’autonomia, sotto gli inglesi. Negli anni Venti il viaggio in India divenne di gran moda nell’alta società italiana e la visita alle favolose città, sorte per il capriccio di un re nel bel mezzo dei deserti del Rajasthan, quasi un obbligo, grazie anche ai lussuosi treni che offrivano ogni genere di comfort ai viaggiatori.
Jodhpur, la Città del Sole , la Porta del Thar (il deserto), o più spesso la “città azzurra” per l’indaco che indicava l’appartenenza di una casa ai brahmini, e che ricopre quasi uniformemente la città vecchia, “sorge sulla cresta di un colle, cinto da mura robuste e torri rotonde e quadrate: sette baluardi sbarrano la strada che sale serpeggiando, ciascuno con un immenso portale e con il proprio corpo di guardia. All’interno delle mura due grandi laghi e molti splendidi edifici tra cui i palazzi della residenza del rajah”. Lo stupore col quale James Tod, agente politico per gli Stati del Rajputana, descriveva la città nel 1818 è quasi lo stesso che coglie il visitatore di oggi, impreparato al pregio e alla leggerezza architettonica di archi,
ricami, geometrie e prospettive armoniose del Meherangarh Fort. Caratteristiche ancor più sorprendenti dopo la salita di 120 metri cinta da imponenti mura intervallate da severe e massicce porte, garanzia di una sicurezza quasi assoluta. Uno stupore che continua nella scoperta di meravigliose jali traforate come merletti nella pietra rosa (schermi di pietra o legno scolpiti a disegni ornamentali, calligrafici o geometrici usati nell’architettura islamica e indiana dietro cui si celavano le donne di corte), della preziosa collezione di portantine da elefanti, delle armi finemente lavorate in avorio, argento e pietre preziose, come se gli strumenti di morte avessero bisogno in qualche modo di ingentilirsi, dei singolari soffitti decorati in oro e specchi della sala del trono. Dalle finestre si profila il palazzo del Maharaja Umaid Singh, così affascinato dallo stile di vita occidentale da affidare la costruzione della sua reggia a un architetto edoardiano, Henry Vaughan Lanchester. Oggi parte del palazzo ospita il Museo Umaid Bhavan che espone memorabilia preziose e stravaganti della famiglia reale. Il bazaar è caotico, come e più del solito: venditori di tutto chiamano da ogni parte, tanto che le autorità locali hanno investito nei poliziotti turistici per scoraggiare quelli troppo insistenti. Un “palmista” (lettore di mano) con ufficetto e computer indica le credenziali tratte da Lonely Planet per invogliare a chiedere un consulto a fianco un banchetto porge il delizioso “macamia lassie” (yogurt, zafferano e cardamomo).
Jaipur è il cammeo descritto da Pierre Loti nel 1900: una città di fiaba, tutta rosa, colore associato all’ospitalità nella cultura rajput, per lo stupefacente capriccio di un sovrano. Quel Mahrahajah Suvini-Ge-Sing II che nel 1670 abbandonò l’antica capitale Amber per farsi costruire la città sognata nei
fumi dell’oppio. Colonnati, archi, colonne, altane nelle infinite varietà di facciate di palazzi così diversi ma tutti ugualmente rosa con un unico filino bianco, come di passamaneria, a sottolineare ogni arabesco, ogni modanatura. Una esplosione di colori e incredibile ricchezza. L’India, da sempre, è una mistura di contrasti violenti e incontenibili, un paese enorme che non finisce di stupire mai. Dove la forte spiritualità permea templi e baracche, accattoni e sadhu, elefanti e ratti (come nel famoso Tempio Karni Mata a Deshnoke). Tutto sembra oro: il giallo soffuso della polvere del deserto, le fiamme delle candele, la pelle e gli abiti delle donne, ma nulla lo è. Non è oro nemmeno quello che luccica giallo nei templi…. Eppure è il paese che più di ogni altro ammalia, penetra nella pelle come una finissima polvere d’oro impossibile da togliere e anche quando sembra di non potere più reggere la povertà, la sofferenza composta dei mendicanti, prende all’improvviso la voglia di tornare a ripercorrere sentieri già visti, incontrare sorrisi e sguardi già vissuti, semplicemente per essere ancora una volta, per un attimo, parte di un mondo “non raccontabile”. La “poesia del superfluo e la scienza delle cose inutili” così il popolo indiano nella descrizione di Guido Gozzano, aggiungendo “nessuna cosa più inutile di questa grande
città color di rosa. Certo mi ricorderò di Jaipur, se un giorno dovrò scegliere una patria alla mia pigrizia contemplativa. Il dolce far niente italiano è, al confronto, un vortice di attività spaventosa”. In realtà il caos delle strade, l’animazione dei mercati, il rumore assordante di clacson e animali, troppo grandi per le strette strade (non è raro incontrare cammelli e elefanti di ritorno dai campi o dai giri turistici), fa pensare che le cose siano cambiate moltissimo dal 1912. Costruito nel 1799, l’Hawa Mahal o Palazzo dei Venti così chiamato per la brezza che fluiva dalle quasi mille finestre e nicchie tutte lavorate come merletti di pietra rosa e da cui le donne di corte potevano osservare, non viste, la vita della città, è un imponente palazzo di otto piani, unico nel suo genere, un capolavoro dell’illusionismo barocco, nonostante la descrizione non proprio lusinghiera che ne fece Mario Appelius, inviato del “Popolo d’Italia” nel 1925. “… ogni verandetta presa da sola è certo un capolavoro d’arabescatura… ma viste tutte insieme danno all’assurdo palazzo l’aspetto di un edifizio di zucchero colorato picchiettato di confetti e frutta candita.” E sarà solo al momento della sua partenza che riconoscerà l’irreale magnificenza della visione di Pierre Loti.
Il Palazzo e il Forte di Amber, a 11 km dalla città, sorgono in posizione spettacolare su una collina che molti turisti preferiscono raggiungere a bordo di elefanti elegantemente bardati. La costruzione di questo Palazzo quasi città nel suo complesso di giardini, corti, padiglioni e templi, fu iniziata da Man Singh I nel 1600 e terminata da Jai Singh. Il patio del secondo cortile circondato da magnifiche bouganville ha un ingegnoso sistema di canalizzazione d’acqua della fontana che serviva al raffreddamento delle stanze dipinte e decorate con centinaia di specchi.
Jaisalmer, che si erge tra le sabbie del deserto del Thar, praticamente ai confini col Pakistan, è forse la più affascinante città del Rajasthan. Dalle dimensioni di poco superiori a un grosso villaggio, fu fondata nel 1156 da Rawal Jaisal e la ricchezza architettonica degli edifici, di color ocra intenso racchiusi all’interno di poderose mura rinforzate da torri e da 99 bastioni, è una scenografia spettacolare. Il forte, in cui vivono ancora oggi qualche migliaio di persone, è una splendida e imponente costruzione circondata da alte mura e 99 bastioni. Vi si entra attraverso quattro porte, l’ultima delle quali si chiama “porta d’inverno” per la fresca brezza che vi spira in ogni stagione dell’anno. Anche Jaisalmer colpisce per la sua tavolozza: palazzi di gialla arenaria dai balconi intagliati come merletti, a cui sono appesi arazzi multicolori e copriletti luccicanti di decori che sussiegosi venditori invitano ad ammirare all’interno di stanze caotiche. Caratteristica della città sono le haveli, residenze meravigliosamente decorate di proprietà di ricchi mercanti dediti ai traffici carovanieri. La Patwon ki è una delle più complicate e stupefacenti. Il ricco mercante di sete preziose e ricami di oro e
argento fece costruire 5 appartamenti per i suoi cinque figli come una serie di scatole cinesi, uno dentro l’altro, pareti dipinte con murales favolosi e decorazioni intagliate nella pietra dei muri. L’entrata del Nathmal ki, casa del primo ministro del XIX sec., si fregia di incredibili elefanti scolpiti nella pietra e una ancor più incredibile porta il cui lavoro di intaglio è così finemente intricato da sembrare più l’opera di un gioielliere che quella di uno scultore. Il Salim Sing ki ha deliziosi intagli in forma di pavoni e fiori in boccio e l’ecologica doccia sul terrazzo: la pedana in pietra rialzata, permetteva attraverso una serie di scanalature di raccogliere l’acqua usata per lavarsi (pratica essenziale nel deserto) e riciclarla per altri usi come lavare i panni, le stoviglie e in ultimo i bagni; inoltre le donne usavano una graziosa spazzola di ferro al cui interno delle palline si muovevano rumorosamente per avvertire che la doccia era occupata! Alcune di queste haveli sono ancora oggi usate, almeno in parte, come invidiabili residenze da Mille e una Notte; ma per la maggior parte sono trasformate in negozi. Dalla terrazza del Salim Sing si può godere dell’alba sulla città gustando l’ottimo masala tea offerto dal proprietario. I tetti si animano poco a poco nel colore dorato : chi saluta il sole, chi stende i panni chi chiacchiera con i vicini. Nelle strette strade, divise ordinatamente per tipologie merceologiche, inizia un caos
di mezzi a motore, a braccia o a tiro animale, mentre le mucche, sacre, passeggiano indisturbate svolgendo il non facile lavoro di smaltimento rifiuti. Lodurva la mitica capitale dei Rajput Bhattis perse buona parte del suo splendore al momento del trasferimento a Jaisalmer distante meno di 20 chilometri. Oggi le sue rovine e quelle dei templi jain sono una meta imperdibile per le tracce dei palazzi dall’inusuale splendore e per le danze dei magnifici pavoni che vivono indisturbati tra le antiche pietre e i meravigliosi jali. Una nota di folklore è data dalla Pietra del Cobra, con un tranquillizzante cartello “jain cobra no dangerous”), su cui ogni giorno viene lasciata una ciotola di latte che, giurano, viene molto apprezzato dal rettile del tempio.
Pushkar La piccola e deliziosa città di Pushkar, circondata da colline e dune, appare in una suggestiva cornice affacciata su un lago circondato da templi e case bianche. Quieta e silenziosa per la maggior parte dell’anno diventa un affascinante incubo di suoni, odori e visioni durante il l’annuale Festa del bestiame che attrae, oltre ai compratori della regione, migliaia di turisti da ogni parte del mondo. Cammelli docilissimi si prestano pazientemente per il makeup che prevede tosature artistiche a fiori, svastiche o geometriche fantasie, occhi e scriminatura bistrati di kajal liquido. I piccoli stanno accoccolati ai piedi delle madri in pose languide. Inquietano i rummel dei maschi irritati dalle continue prove a cui sono sottoposti prima di essere venduti. Tra essi le urla dei cammellieri che inseguono i riottosi animali, velocissimi nonostante le zampe legate. Pushkar è anche un importante luogo di pellegrinaggio. Secondo la leggenda il dio Brahma uccise il demone Vajra Nabh con un fiore di loto i cui petali, scesi sulla terra, si adagiarono in tre luoghi nei dintorni di Pushkar dove
si formarono tre piccoli laghi. Sempre secondo la leggenda il grande lago un tempo era circondato da 500 templi e 52 palazzi. Come scrisse Octavio Paz, l’India “non è entrata in me attraverso la mente, ma attraverso gli occhi, le orecchie e tutti gli altri sensi”. Perché l’India è così: una “intrusione” nei cinque sensi, fatta di contrasti e legami sottili come fili di seta e feroci come il bianconero dei mendicanti e gli arcobaleni di vesti preziose. Spesso un pugno nello stomaco ma anche un piacere degli occhi, perché dell’India non si possono riportare singoli oggetti, ma immagini comprese di odori e frastuono, per avere nella mente soprattutto i riflessi delle memorie intere. Perché “anche se si portassero a casa venti bottiglie o cento botti di acqua dal mare, non si avrebbe il mare ma soltanto acqua … “ (Hesse).
Testo di Daniela Bozzani Foto di Federico Klausner ed Ente turismo indiano
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