Venezuela cacao meravigliao

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Rio Caribe, un pugno di case coloniali colorate, al confine tra mare e foresta, ha abbandonato la raccolta delle perle per convertirsi a quella dei preziosi semi, altrettanto rari. Della Theobroma Criollo, la specie più ricercata al mondo.

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Sembra che tutto iniziò da qui. Fu proprio nella Penisola di Paria, nordest del Venezuela, dove Cristoforo Colombo mise per la prima volta piede sulla terraferma americana. Non si conosce con precisione il luogo esatto, sicuramente una delle spiaggie nei dintorni di Macuro, la zona per la quale Willy, un pescatore dalla pelle bruciata dal sole e dal sorriso sincero, mi porta nella sua barca. Nel 1498, alla sua terza spedizione, l’ammiraglio percorse questa tratta del litorale caraibico dal profilo frastagliato dove la giungla quasi penetra nel mare. Man mano che avanziamo mi faccio l’idea che il paesaggio non sia cambiato molto in questi cinque secoli. Nella zona non ci sono quasi strade e si direbbe che permanga un’idea di Caraibi antica, lenta e dolce, molto differente da quella delle grandi compagnie alberghiere. Per andare verso Ovest ci addentriamo nel Parco Nazionale di Turuepano, un labirinto di mangrovie quasi impenetrabile nel Golfo di Paria. Più di  72.000 ettari di turbiere, “morichales” (palma autoctona chiamata moriche) e boschi allagati, che sono un importante rifugio della biodiversità endemica e una delle riserve più importanti per gli uccelli acquatici venezuelani. In questi Caraibi di altri tempi non ci sono più perle da raccogliere, nè oro, e la gente della zona si dedica alla pesca. Il mio itinerario passa per luoghi paradisiaci come la spiaggia di Querepare, dove si possono vedere le tartarughe mentre depongono le uova, e Playa Medina, baia solitaria, bellissima, scenario perfetto per i pirati di questi mari. Qui le donne preparano frittelle di yuca, dolce di papaia e torrone di cocco e li vendono ai turisti trasportandoli nelle ceste che portano sulla testa. Arrivo a Rio Caribe, un paesino di case colorate in stile coloniale che si affaccia sul mare. Insieme alla vicina Carupano è stato ed è uno dei più importanti porti per il trasporto del cacao, coltivazione che, finito il tempo delle perle, è diventata una tra le principali fonti di ricchezza della zona. Qui la maggior parte della popolazione è nera. È chiamato il Venezuela africano, dove persistono molte delle tradizioni portate dagli schiavi che nel passato sostituirono la mano d’opera indigena nelle piantagioni, alimentando l’essenza delle influenze multiculturali che danno vita a questo paese.

Oggi il Venezuela non rientra più nella classifica dei principali produttori di cacao. Il suo apporto all’esportazione mondiale è quantitativamente irrilevante, ma non si può dire lo stesso dal punto di vista qualitativo poichè qui si coltiva la specie Theobroma Criollo, nota per la sua superiorità. La maggior parte della produzione nasce in grandi fattorie, ma riesco a trovare una piccola tenuta,  “Cacao Caribe” nella località di Santa Isabel, che si può visitare e dove permettono di seguire tutto il processo di produzione tradizionale. Dalla piantumazione, fino alla cura del frutto sull’albero, la raccolta e la tostatura. In questo modo posso apprezzare l’attività che si svolge dai tempi della colonia. Ogni piccola estensione coltivata è un minuscolo bosco da favola isolato, giacchè viene coperta dell’ombra di alberi più alti, come il bucare locale, per poter crescere. Una volta maturo si raccoglie il frutto e si apre per far seccare e fermentare i semi, che si macinano e danno luogo al cacao puro. Nel paese di Chacaracual, Mabel González, un’artigiana locale che ha ereditato da sua nonna non solo i suoi tratti indigeni ma anche molti segreti e ricette, mi riceve nel suo laboratorio (gestito dal 1921 solo dalle donne della sua famiglia) per farmi assaggiare le sue palline di cacao, tavolette di cioccolata, e i tanti liquori e bevande che uniscono spezie e cacao in nettari squisiti. È in questo momento che mi inondo della magia di questo frutto, con la sua personalità avvolgente, il suo intenso aroma, il suo colore profondo, che sembra davvero provenire da un albero degli dei.

Testo di Olga Muñoz  olgamv@tiscali.it

cell. 349.3901324

Foto di Francesco Troina

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