PICCOLEITALIE
Come la sua Ischia, anche Andrej Longo è scrittore dai due volti. In lui il basso e l’alto, il ricercato e il puro, l’artificio e la semplicità, naturalmente si incontrano. Quasi dieci anni fa, lessi il suo primo libro, Più o meno alle tre, uscito per Meridiano Zero e lo chiamai, tentando un approccio per l’editore cui lavoravo. Da allora fino all’esemplare Lu campo di girasoli, suo recente terzo libro Adelphi, non ho mai smesso di sognare di poterlo un giorno pubblicare.Appartato, autentico, di raro talento e genuino amore per la Letteratura, cui a pieno titolo appartiene, Longo onora “Piccole Italie” con la sua presenza. Premio Bagutta e Premio Piero Chiara con Dieci, tra le più belle raccolte di racconti (se di racconti si può parlare), del secolo, l’autore tira dentro il lettore nei suoi scritti e se lettori non si è davvero, a volte perfino respinge. La sua è una scrittura che – alla stregua di quella gaddiana – richiede silenzio tutto intorno per gustare fino in fondo il suono unico di ogni mai casuale e sempre necessaria parola.
A cura di Manuela La Ferla
L’isola dai due volti.
Ischia non è un’isola disabitata, né tantomeno incontaminata. E neppure è l’isola che poteva essere, perché costruita, abusata e ingannata, dagli stessi isolani. Tuttavia ha una sua forza, una bellezza ancora invidiabile, un cuore potente che batte malgrado i suoi stessi figli. Perciò ci sono due maniere per conoscere l’isola, ed entrambe andrebbero vissute per comprenderla appieno e al medesimo tempo vedere come riflessa in uno specchio la nostra stessa esistenza. La prima maniera è venire ad agosto, nel caldo torrido e appiccicoso, tra le migliaia di macchine che arrancano a passo d’uomo lungo le strade dell’isola e le inesorabili zanzare, tra i motoscafi sfreccianti nel mare ingrigito e le spiagge trasformate in un’unica distesa di ombrelloni colorati, tra le interminabili code davanti ai ristoranti e il continuo gridare di donne e bambini venuti fuori dalle inquietanti periferie napoletane, tra le pance volgari di uomini abituati a non farsi più domande pur di guadagnare, e tatuaggi straripanti di ragazzi pronti a tutto pur di prendere il posto di quelli che comandano, tra cumuli di immondizia che si fa fatica a smaltire e musiche urlate con isteria per illudersi che finalmente è tempo di vacanza e bisogna divertirsi. Un inferno. Ma è solo venendo ad agosto, però, che si può apprezzare l’altro volto di Ischia, quello che lei mostra nel mese di maggio, quando le giornate sono infinite, quando il mare diventa trasparente e le pareti delle rocce si cospargono di viola per lo sbocciare dei tipici fiori locali. A maggio si gode del primo caldo, delle sere tiepide in cui le stelle brillano vicine, dei sorrisi e delle chiacchiere scambiate con gli isolani ancora non storditi dall’orda che verrà.
Oppure si può venire ad ottobre, quando l’estate ormai volge al termine e tutto si ammanta di malinconia ma anche di una tranquillità che sembrava persa per sempre O infine si può venire a febbraio, perdersi nell’azzurro del cielo splendente e cercare il tepore nelle acque calde che sgorgano inaspettate dai luoghi più inaspettati. È questo il periodo in cui gli isolani, come svegliandosi da un lungo letargo, cominciano a dipingere i piccoli ristoranti di legno o le case da affittare o le barche da rimettere in mare. Ed è solo allora, paragonando questa bellezza un po’ spartana al fragore inarrestabile di agosto, che si capisce quello che dovrebbe essere il senso ultimo della vita, se solo potessimo liberarlo dagli orpelli di tutte le cose inutili che ci trasciniamo dietro durante la nostra esistenza.































