10 luglio 2012

Timbuktu? non c’è più

Categorie: News&Eventi -



Timbuktu, ovvero l’altro. Il luogo sperduto per antonomasia che nell’immaginario collettivo rappresenta un miraggio più che una presenza, ultimo avamposto abitato del Mali alle porte dell’immenso Sahara.  Città antichissima, dalla ricchezza leggendaria, all’incrocio delle piste carovaniere, è stata per diversi secoli – soprattutto tra il XIII e il XVI – uno dei più importanti centri culturali dell’Islam, in cui studiavano decine di migliaia di studenti islamici.

La sua leggenda risale al 1324 e all’imperatore Kankan Moussa (o Musa I). Di ritorno da un pellegrinaggio alla Mecca, dove ciascuno dei suoi 60 mila servi e 12.000 schiavi aveva trasportato 2 kg di oro puro proveniente proprio da Timbuktu, costruì nella città la moschea di Djingareyber. Uno dei siti che oggi le bande di guerriglieri integralisti islamici di Ansar Dine, gruppo armato legato ad Al Qaeda, vuole distruggere. A nulla vale che l’UNESCO abbia inserito dal 1998 nella lista dei luoghi considerati Patrimonio dell’Umanità i tre templi più importanti della città – le moschee di Djingareyber, Sankore e Sidi Yahia– e altri 16 monumenti. E neppure  che a fine giugno la stessa Unesco abbia classificato a rischio la “città dell’oro”, “dei 333 Santi” o “la perla del deserto”, come viene chiamata Timbuktu,  e i suoi monumenti. Men che meno che la Corte Internazionale dell’Aja abbia definito un “crimine di guerra” perseguibile la distruzione dei mausolei sufi a Timbuktu.

Anzi, al contrario, pare che le pressioni esterne indispettiscano la setta di Ansar Dine, intenzionata a imporre la sharia (la legge coranica) in tutto il Mali e aumenti la sua determinazione a completare la distruzione dei monumenti già avviata. E così le moschee di legno e sabbia che hanno resistito per oltre 700 anni alle aggressioni del tempo, cadranno sotto i colpi di un gruppo di fanatici, privando il mondo di un pezzo di storia, come già erano caduti i Buddha di Bamyan sotto i colpi dei Talebani in Afghanistan. Cambia solo lo strumento: là dinamite e cannonate per spaccare la roccia, qui per la sabbia e il legno bastano pala e piccone. E sarà una perdita tanto ingiustificabile quanto irreparabile.

Testo di Federico Klausner    Foto web

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2 commenti

  1. marilena scrive:

    Vorrei segnalare che le foto n. 1 e 4 inserite nel News&Eventi “Timbuktu nonc’è più non si riferiscono a Timbuktu ma bensì alla grande moschea di Djenné. Mi spiace di quanto sta accadendo a questo meraviglioso paese, il Mali, che ho visitato.

    • Federico Latitudeslife scrive:

      Buongiorno Marilena, anche io amo moltissimo il Mali e mi associo al dolore per quanto sta avvenendo. Per la gente, prima di tutto, ma anche per quei monumenti così meravigliosi e fragili che hanno retto secoli di agenti atmosferici e ora soccombono ai colpi di piccone di qualche invasato. Riguardo alla sua osservazione, devo dire che anch’io sono rimasto molto in dubbio perchè le costruzioni di Djenné, Mopti e Timbuktu si assomigliano. Ho preso per buona l’immagine nel sito Arabpress (http://www.arabpress.eu/?p=11109) ritenendolo credibile. Se sono incorso in un errore me ne scuso e mi riprometto di controllare. Grazie della segnalazione

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