Kalimantan, sul fiume Mahakam. Panta rei

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La ferocia dei famigerati tagliatori di teste dayak, unita alle condizioni ambientali proibitive, hanno reso il Borneo uno dei territori al mondo più difficili da esplorare.

Tutto scorre. Anche i 3 giorni e le 3 notti necessarie, partendo da Samarinda, per arrivare a Long Bagun. Un tempo che risulta interminabile oppure piacevolissimo, a seconda solo delle proprie capacità di adattamento, navigando per 600 km sul fiume Mahakam nel Kalimantan, per poi risalire sui monti Muller. La prima spedizione italiana ben documentata che riesce ad attraversare l’isola viene compiuta nel 1978 dall’alpinista valtellinese Alfonso Vinci, seguito nel 1986 dagli uomini della scuola di sopravvivenza di Jacek Palkiewicz. A 30 anni esatti da quella ultima impresa nell’ottobre 2016 un nuovo team di esploratori ha affrontato la sfida del Borneo, attraversandolo in lunghezza per i suoi 2000 km di “inferno verde”. La spedizione, composta da Riccardo Gallino (capo spedizione), Ettore Zago, Stefano Severi, Roberto Cellocco, Michele Lupoli è partita da Samarinda, ultimo centro civilizzato all’estremo est della regione, navigando sul fiume Mahakam con le tipiche long boat locali fino alle sue sorgenti sui monti Muller. Il Mahakam si contende il titolo di via di comunicazione più importante solo con il fiume Kapuas che scorre sul lato ovest della catena Muller, sistema montagnoso al centro dell’isola che la taglia verticalmente formando un limite quasi invalicabile per mezzi e persone.

Il corso d’acqua risulta navigabile dalle grandi chiatte per il trasporto del legname o delle risorse minerarie come pure dai kapal, spartani barconi in legno adibiti alla movimentazione di passeggeri e delle merci più varie, che man mano si risale il fiume diventano tre volte più costose rispetto alla costa proprio a causa delle difficoltà di approvvigionamento.

Sono mezzi lenti ma efficienti nella loro semplicità, costruiti secondo una logica essenziale, adatta alla popolazione locale o a viaggiatori con poche pretese, e che fungono da principale mezzo di trasporto su questa enorme autostrada d’acqua che arriva dove i mezzi su ruota si fermano, vinti dall’impenetrabile foresta. Il ponte inferiore è aperto sui lati e destinato al trasporto merci, oppure alle persone che non hanno possibilità di comprare un biglietto di prima classe, accontentandosi così di passare la navigazione vivendo sul pavimento mischiate a casse di mercanzia, sacchi di riso, motorini, latte di benzina in una sorta di caos ordinatissimo che prosegue anche nella stiva dell’imbarcazione, svuotandosi lentamente ad ogni attracco. A prua è il regno del capitano, che governa il timone quasi a memoria, di giorno e di notte, facendo slalom tra tronchi galleggianti e tratti in secca. A poppa dell’imbarcazione invece sta la sua famiglia, che si occupa della cucina, ricavata in uno spazio ristretto adibito anche a zona mensa e dispensa.

Al piano superiore è situata la prima classe e la vita è decisamente più confortevole: in un lungo stanzone si affiancano sui due lati i posti passeggeri, disposti su un tavolato di legno sotto cui riporre i bagagli e sopra il quale vanno stesi essenziali materassini che probabilmente mai hanno visto la parvenza di un lavaggio dall’entrata in servizio della barca. Uno spazio alieno al concetto di privacy, dove la claustrofobia è mitigata solo dai finestrini laterali che offrono via di fuga almeno per lo sguardo e per un minimo di ricircolo d’aria. Lungo questo corridoio, dove si vive rigorosamente scalzi, si incrociano i destini di una variegata schiera di passeggeri che vivono le ore di navigazione secondo rituali ben consolidati per viaggiatori abituali. Per i bambini accompagnati da tutta la famiglia è occasione di curiosità continua e, se il panorama circostante non è una novità, l’incontro con viaggiatori occidentali è cosa rara.

Le donne dividono lo spazio con passeggeri sconosciuti, senza rinunciare a truccarsi o cambiarsi d’abito nelle diverse ore della giornata, per rimanere dignitose durante il momento del pranzo, della meditazione o del sonno, mentre vecchi commercianti o giovani minatori, nascondendosi dietro il fumo delle sigarette cinesi, lanciano sguardi pensierosi verso il confine che delimita il fiume dalla impenetrabile foresta. Del resto Kalimantan in indonesiano significa “fiume dei diamanti”, quasi a custodire già nel nome, oltre che la propria ricchezza naturale, anche sogni e speranze della varia umanità che lo popola.

Il Muller Trek

È la parte di spedizione vera e propria. Abbandonato il fiume ci si addentrata nella foresta, risalendo la catena montuosa per un centinaio di chilometri, totalmente isolati dal mondo civilizzato e in completa autonomia logistica e alimentare. Superato il passo Muller si raggiunge il fiume Kapuas, principale corso d’acqua della parte occidentale del Borneo, fangoso e dalle acque sempre agitate, che raggiunge la sponda opposta dell’isola del Borneo fino alla cittadina di Pontianak.

Il Muller Trek viene considerato uno dei percorsi escursionistici più impegnativi del pianeta a livello fisico e tecnico, aprendosi lungo percorsi non definiti e non privi di pericoli, in aree impossibili da raggiungere anche da parte di mezzi di soccorso. Per giorni si marcia isolati nella foresta superando guadi con acqua che arriva dalle ginocchia fino al petto, dimenticandosi del concetto di asciutto, accompagnati da guide di etnia dayak che provvedono al tracciamento del percorso, cibandosi del poco riso che ci si può trascinare a spalla accompagnato da pesce pescato al momento. Si pernotta all’addiaccio in rifugi approntati da dayak di giorno in giorno con quanto la natura offre, convivendo con sanguisughe, animali e costanti piogge torrenziali.

Il percorso è estremamente variabile a seconda delle condizioni atmosferiche, dei fiumi o della stanchezza dei partecipanti, con l’unica garanzia che in quel periodo che oscilla tra i 7 e i 10 giorni difficilmente si incontrerà anima viva.

La spedizione ha raggiunto diversi obiettivi: 1) antropologico e naturalistico, valutando a distanza di 30 anni quanto la globalizzazione abbia mutato lo stile di vita nei villaggi, benché’ isolati in una foresta impenetrabile, e depredato le risorse naturali fino nelle aree più remote dell’isola procurando una deforestazione preoccupante. 2) esplorativo: si è ripercorso e mappato il percorso lungo la catena montuosa, definendo con le tecnologie moderne il tracciato del Muller trek 3) sportivo: attraversare il Borneo solo via terra ha messo a dura prova nel fisico e nella mente i partecipanti, fornendo inoltre utile piattaforma di test per nuovi materiali ed equipaggiamenti.

Testo e foto di Riccardo Gallino | Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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