Lessico Italo-Lombardo del ‘500

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Terza e ultima ‘riflessione’ sui viaggi europei dell’Anonimo Mercante Milanese del Cinquecento. Ne ho parlato nel marzo del 2016 e poche settimane fa (Libertas Dicendi del 21 luglio 2017).

Luigi Monga, lo studioso italiano che ha interpretato e pubblicato il manoscritto ‘Add.24180, British Library’, illustra così il mercante che ha redatto le interessantissime note di viaggio: ‘è la testimonianza di un viaggiatore attento, intelligente, inquisitivo, pronto a notare quanto gli pare degno di nota, senza lasciarsi mai prender la mano da stupori ingenui, senza limitazioni di sorta nei suoi interessi’. Dopo aver seguito le sue peregrinazioni attraverso l’Europa – rimane da esaminare un aspetto (quello linguistico) che solo in apparenza appare secondario. Non si può dare per scontato che gli ‘incontri’ fossero di facile comunicazione tra le parti: lingue nazionali in costante evoluzione, dialetti diversificati per ogni lingua e loro ridotta presenza in aree geografiche omogenee; infine, istruzione limitata a un’élite di persone appartenenti alle fasce sociali di potere. Il Mercante milanese, il cui viaggio dovrebbe esser stato compiuto tra il 1517 e il 1519, impiega per i suoi appunti un italiano abbastanza ricco di vocaboli e sufficientemente corretto. Le incertezze grafiche che accompagnano la stesura del diario, sono la norma per quei tempi; non ne vanno esenti persino i letterati. L’anonimo doveva conoscere, oltre all’italiano, un discreto latino che, qua e là, accompagna certe descrizioni (ad delectationem populi, ubi conveniunt mercatores, ecc.). Avendo viaggiato per lungo tempo in Francia e Spagna, con tutta probabilità conosce quanto basta di questi due idiomi per riuscire a comunicare con la gente e poter svolgere in modo efficace i propri traffici. Non risulta, per contro, possa aver avuto dimestichezza col fiammingo e con l’inglese. Quello che invece praticava, in maniera del tutto naturale, era il dialetto della sua città, della sua regione.

La cronaca è letteralmente infarcita di parole vernacole lombarde; niente ci vieta di immaginare, infatti, che il nostro uomo ‘pensasse’ addirittura in dialetto, tanta è la consuetudine che denuncia nei confronti della parlata di casa. Vediamo dunque alcuni esempi davvero significativi. Fra i verbi, troviamo scochare (dondolare), cattare (cogliere), messedarsi (mescolarsi), adaquare (innaffiare), stoppare (turare), scodere (levarsi, togliersi). Molte sono le parole lombarde che si riferiscono all’abitazione o a differenti parti di essa. Ecco allora, partendo dai piani meno ‘nobili’, la canepa (cantina), i solli (soeull, pavimenti), magari fatti in sarizo (selce). Per l’arredamento, ecco i restelli (cancelli), le invidriatte (vetrate), le ante (imposte). Nella camera da letto c’è il moschetto (baldacchino); l’edificio finisce con l’astrecho (copertura). Negli spazi circostanti la casa vi sono i gabannotti (capanne), le medde (cataste) ovviamente di legname e l’immancabile caponera (stia) per gli animali da cortile. La casa, si sa, non è solo un insieme di pietre e mattoni. È anche foco (nucleo familiare), nel quale convivono la vegia (vecchia, nonna), il fiolo (figlio) e il nipotino, detto teneramente picinino (piccolino). Non lontana dall’abitazione c’è la giesa (chiesa) per colloquiare col Signore, naturalmente in genogione (in ginocchio), anche quando il tempo è inclemente e tutto è ricoperto dal giazo (ghiaccio).

Il nostro mercante, nel corso dei suoi viaggi, ha senza dubbio frequentato molte abitazioni e molti negozi, botteghe. Ne fa fede l’elencazione di parole che si riferiscono a indumenti, tessuti. Ecco il sugacapo (sugacoo, velo), lo zendale e lo stametto (panno), le cibre (scarpe, pantofole), il buratto (panno molto leggero), il berriolo (berrettino). Sempre nelle abitazioni non mancano i celostri (ceri), il vasello (la botte), la brenta (misura per il vino) e il tazzone (grande recipiente) per travasarlo. Vediamo gli ultimi vocaboli, così ‘milanesi’, così immediati: la ranza (falce), la resegha (sega), il sedelino (secchiello). Non sono solo le parole quelle che ‘tradiscono’ il nostro protagonista letterario. Il suo scrivere è zeppo di lombardismi morfologici. I verbi al condizionale finiscono in ‘ria’ (sarìa, andarìa), mentre il congiuntivo presente di ‘dare’ fa dagha, per finire con la forma pronominale ‘ghe’ (non ghe ne sono che due). All’epoca della cronaca manoscritta del mercante di Milano, Dante aveva già dato nobiltà al toscano, elevandolo al rango di lingua nazionale. Lingua usata da tutti, da allora in poi. Ciò non di meno, nel ‘toscano’ impiegato dall’anonimo milanese, non è difficile scoprire l’originale matrice dialettale lombarda, nata con lui e da lui ‘esportata’ in tutta Europa!

del ‘Columnist’ Federico Formignani |Riproduzione riservata © Latitudeslife.com

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