La grande via Siberiana

Mongolia

Mongolia: una casa nel deserto del Gobi
Mongolia: una casa nel deserto del Gobi

Il gigante di ferro è fermo sul primo binario: una locomotiva dal vago sapore retrò, i vagoni con le classiche scritte in cirillico e lo staff composto da personale russo in attesa sulla banchina che sfodera un sorriso di circostanza. Salgo sulla mia carrozza e cerco lo scompartimento che mi hanno assegnato. Il mio bagaglio mi attende all’interno. Mi godo il privilegio di viaggiare in categoria Bolshoi, la migliore, che prevede un letto di notevoli dimensioni e soprattutto il bagno privato. Si parte verso nord, una direzione che ai cinesi non è mai piaciuta. Dicono che da nord scendevano gli spiriti cattivi. Da lì sono sempre arrivate le minacce più temibili: i venti gelidi e i guerrieri delle steppe. Ora il nord non fa più paura a nessuno, anzi per noi è una direzione carica di aspettative. Ma prima ci sono le formalità di frontiera, una consuetudine cui faremo bene ad abituarci dato il viaggio che ci aspetta. Le guardie cinesi si dimostrano meno puntigliose del previsto e la pratica si risolve in poco meno di mezz’ora. Il treno arranca lento ma dopo 5 chilometri siamo già fermi: si replicano i controlli all’ingresso in Mongolia e stavolta, con sorpresa, vediamo salire a bordo delle ‘gentili fanciulle’ in uniforme e occhi a mandorla. Non fatevi tradire dalle apparenze, senza alcuna concessione alla simpatia quella che appare la più alta in grado requisisce i passaporti dei passeggeri, li infila in una borsa in cuoio e svanisce seguita da un manipolo di guardie più giovani. Vietato scendere dal treno, via tutte le macchine fotografiche e niente domande per favore. Riapparirà seria com’era sparita dopo mezz’ora abbondante. Finalmente abbiamo il via libera per entrare ufficialmente in Mongolia, e per iniziare ad assaggiare l’atmosfera, il treno si ferma nella stazione di Zamyn Uud, dove i passeggeri possono scendere a dare un’occhiata in giro.

una partita di biliardo fuori dalla stazione di Zamyn Uud
una partita di biliardo fuori dalla stazione di Zamyn Uud

Non che ci sia molto da vedere, siamo nel mezzo del nulla, ma le stazioni sono sempre punti di aggregazione e infatti basta fare quattro passi nel piazzale per imbatterci nei primi volti dai caratteristici tratti somatici dei nipoti di Gengis Khan, sorridenti e affabili. E presto si scopre anche che il biliardo è una delle passioni nazionali: ci sono almeno dieci i tavoli da carambola, rappezzati e sgangherati, attorno ai quali una folla di gente a fare il tifo per i giocatori impegnati in interminabili partite. Dopo poco siamo di nuovo in carrozza: si cena nel vagone ristorante e siccome siamo a bordo di un treno russo non mancano abbondanti libagioni di vodka, per scaldare l’anima e l’atmosfera. Il giorno seguente è previsto l’arrivo a Ulaan Bataar, la capitale della Mongolia. Viaggiamo tutta la notte e alle prime ore dell’alba sono già in piedi per non perdere i panorami del deserto dei Gobi. Stiamo attraversando quella che cinesi ancora chiamano Mongolia Esterna, una definizione che non lascia dubbi sulle mire che Pechino ha sempre avuto su questa regione. Il paesaggio è desolato: i binari si perdono nel vuoto dell’orizzonte, qualche rara yurta delle popolazioni nomadi, greggi di pecore e qualche branco di cavalli. Non si tratta di un vero e proprio deserto come uno se lo immagina, niente dune per intenderci, ma una piana arida. Solo i pali della luce lungo i binari e, in qualche tratto, una fila di alberelli rachitici piantati per contrastare la sabbia che avanza tra i cespugli. La vita a bordo scorre con ritmo pacato, nel vagone ristorante molti si godono la colazione, alcuni osservano dal finestrino lo scorrere del paesaggio. Il treno intanto avanza con un incedere dolce, come per far godere ai passeggeri lo scenario che è comunque grandioso, reso ancor più avventuroso dalle volute di fumo nero che escono dal locomotore. Quando siamo ormai prossimi all’arrivo in stazione a Ulaan Bataar, previsto attorno alle dieci e mezza, il treno si anima. Il programma prevede che trascorreremo due giorni nella capitale mongola e una notte in albergo, quindi ci sono i bagagli preparare. Il personale del treno raccomanda di portare con sé solo una borsa con le cose più necessarie e qualche ricambio.

Panorama nel Parco Nazionale di Terelj
Panorama nel Parco Nazionale di Terelj

Un bagaglio leggero insomma, e niente passaporto, quello può restare al sicuro nella nostra cabina a bordo del treno insieme agli effetti personali. A Ulaan Bataar non ne avremo bisogno, assicurano, e soprattutto avvisano di stare molto attenti, perché pare che le zone più turistiche della città siano infestate da pickpockets, che le guide dipingono come abilissimi ladruncoli da strada affamati di turisti. In verità ci accorgeremo che non c’è nulla di allarmante, ma è meglio seguire il consiglio. La Mongolia è un Paese molto vasto, il più grande al mondo senza sbocco al mare, con meno di 3 milioni di abitanti. Di fatto è sempre stata una sorta di protettorato russo. Solo negli ultimi 20 anni è entrata nell’era moderna. E ogni volta che la modernizzazione di un Paese avviene con troppa rapidità le contraddizioni sono stridenti. Ulaan Bataar è preda di un caos urbanistico diffuso, dato che non c’è stato tempo per alcuna pianificazione. Cantieri e gru sono ovunque, nuovi edifici e hotel spuntano in mezzo al traffico impazzito. Meglio lasciarsela alle spalle e guadagnare quei paesaggi che rendono la Mongolia un sogno per molti. Non bisogna fare tanta strada, appena usciti dalla città torna la pace. Siamo diretti verso il Parco Nazionale di Terelj, dove visitiamo una famiglia di nomadi e assistiamo all’esibizione dei leggendari cavalieri e arcieri mongoli. Dopo la notte trascorsa in un comodo albergo, la mattina seguente un vento gelido spazza la città, la temperatura è precipitata di 20 gradi rispetto al giorno prima e le visite ai templi di UB si trasforma in una continua ricerca di riparo dalle raffiche taglienti.

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L'interno del Monastero di Gandan a Ulaan Bataar

UB si trova su un altopiano a 1300 m e d’inverno si arriva anche a -30°. Il tempo cambia in fretta e due gradi sotto zero per i locali sono uno scherzo, nemmeno ci fanno caso, ci sono abituati. Sinceramente, a metà settembre, non eravamo pronti. Ma il treno riparte in serata, quindi non resta che coprirsi e dare un’occhiata in giro. La città è complessivamente brutta, lo stile prevalente è quello sovietico degli anni quaranta e cinquanta del XX secolo, tuttavia Ulaan Bataar offre qualche scorcio interessante. Su tutti il Monastero di Gandantegchinlen Khiid, fortunatamente conosciuto semplicemente come Monastero di Gandan. In Mongolia la religione più diffusa è il buddismo tibetano e il Monastero di Gandan è stato per tutto il periodo comunista l’unico centro religioso del paese. All’interno, tra statue del Budda, immagini sacre e corone di fiori, regna un’atmosfera rarefatta, carica d’incenso e spiritualità. Come tutti i monasteri buddisti è frequentato da un’umanità varia e nessuno si sottrae al rito di far ruotare i tipici tamburi di preghiera. La signora ben vestita accanto a un vecchio dalle vesti lacere, l’impiegato in giacca e cravatta e il monaco con la tunica arancione. Le litanie degli studenti che provengono della vicina scuola buddista invadono l’aria mentre il cielo si fa sempre più plumbeo. Dopo mezzogiorno inizia a scendere un nevischio ghiacciato che mulina nell’aria, sui tetti e nelle strade. Continuerà così per tutto il giorno. Il rientro sul treno in serata è benvenuto come un ritorno a casa. La temperatura confortevole e la vodka ghiacciata aiutano a riprendere vita. Ma bisogna andare a dormire presto perché l’arrivo alla frontiera con la Russia è previsto verso l’alba.

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