La grande via Siberiana

Russia

La no man’s land fra Mongolia e Russia
La no man’s land fra Mongolia e Russia

Alle 06.00 del giorno seguente vengo infatti svegliato dalle guardie di frontiera mongole. Questa volta sono uomini e non vanno tanto per il sottile quando si tratta di bussare alla porta della cabina. La scena è la solita: passaporti ‘sequestrati’, guardie che scompaiono e passeggeri consegnati nelle proprie cabine. Restiamo fermi nella piccola stazione di Suchbataar, un reliquiario dei tempi della Guerra Fredda con stemmi del passato e architettura stalinista. Ricevuti i passaporti con il timbro d’uscita dal Paese possiamo finalmente andare a fare colazione mentre il treno prosegue a passo d’uomo la sua corsa verso nord. La no man’s land fra Mongolia e Russia offre degli incantevoli scenari, purtroppo il personale russo del treno avverte di non fare foto per nessun motivo! neanche dal finestrino della cabina. Soprattutto in prossimità della stazione di Nauschki, dove sembra che ci siano ancora le telecamere messe dal KGB ai tempi della contrapposizione del mondo in blocchi. Chi fa foto dal treno potrebbe venire individuato. Sembra non sia prevista alcuna pena detentiva, bontà loro, solo una segnalazione che impedisce il rientro in Russia per alcuni mesi e ovviamente il sequestro del materiale scattato. Verità o leggenda non c’è molto da fotografare, a parte il panorama, e la stazione non è nulla di speciale. Le guardie di frontiera hanno sguardi severi come da copione. Il primo a salire a bordo è un graduato, a giudicare dalle dimensioni del cappello e dalla deferenza con cui viene trattato da quello con la borsa. Il primo mi squadra, esamina il passaporto, cerca il modulo dell’immigrazione, tutto senza un’emozione. Poi il passaporto finisce insieme agli altri nella solita borsa in cuoio e la coppia di militari se ne và. L’attesa è lunga e ho tempo per guardarmi attorno, ma solo fino a dove lo sguardo può arrivare dato che anche qui suggeriscono di non lasciare la cabina. Rete e filo spinato costeggiano la ferrovia. A lato dei binari passa qualche camionetta militare che ricorda anni lontani: la modernità sembra distante da qui, e anche Mosca è lontana. Passano dei militari con un sidecar, come in un film. Da una torretta di avvistamento scende un soldato con fucile in spalla, qua e là gruppi di lavoratori della ferrovia mangiano dalle gavette in metallo. I loro volti riflettono le tante etnie che compongono la Grande Madre Russia. D’un tratto il treno sobbalza, avanza verso la stazione di Nauschki distante qualche centinaio di metri. È qui che attendiamo che ci diano il passaporto, fino a quel momento il treno è bloccato. Chi legge un libro, chi beve un tè, chi guarda fuori dal finestrino. Dopo più di un’ora, finalmente, l’ufficiale della dogana sale a bordo con i passaporti e li rende ai passeggeri. Siamo ufficialmente in Russia, Siberia meridionale! Il treno può riprendere la sua corsa verso Ulan Ude, la capitale della Buriazia, una delle tante repubbliche etniche assorbite dalla Russia. Il paesaggio è struggente: i colori del cielo, le nuvole che si riflettono nei laghi e negli acquitrini che invadono la prateria, difficile staccare gli occhi dal finestrino. Giganteschi complessi industriali si intravedono all’orizzonte. Il treno passa accanto ad alcuni di questi dinosauri di acciaio e ciminiere, figli di uno sviluppo industriale che ha fallito. Qualcuno è ancora in funzione e continua ad esigere il suo prezzo in termini di inquinamento.

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l'interno del Transsiberian Express

Ma il treno corre veloce, come il tempo; e scorgerli riporta solo la mente a un’URSS che non c’è più. Arriviamo in stazione a Ulan Ude nel tardo pomeriggio, quando le cupole dorate delle chiese ortodosse si stagliano contro il nero cielo autunnale. La visita della città comincia dalla Ploshchad Sovetov, la classica piazza in stile sovietico nota soprattutto per ospitare un’enorme testa di Lenin, la più grande testa al mondo del Piccolo Padre della Rivoluzione Socialista. La visita prosegue lungo la Uliza Lenina, la via pedonale e salotto buono della città, dove si incontrano anche alcune superstiti case in legno, dalle tipiche architetture siberiane. Verso sera torniamo al treno che attende per riprendere la corsa verso il lago Baikal. Piega verso ovest e si addentra nella taiga, la foresta di abeti, larici e betulle tipica della regione siberiana. Dopo un po’ ci si abitua a tutto, e il tonfo ritmato delle ruote sui binari concilia il sonno come una ninna nanna. All’alba il treno sta già costeggiando la parte meridionale del lago. All’apparenza più che un lago sembra il mare tanto è vasto. I numeri dicono che è uno dei più grandi laghi al mondo, il più vecchio, la più grande riserva d’acqua dolce del pianeta ed è patrimonio mondiale dell’Unesco dal 1996. Alla metà di settembre le sue acque già riflettono i colori dell’autunno e la foresta che riveste le sponde manda bagliori gialli e rossi che si stagliano contro il blu intenso del lago. Nella foschia del mattina si intravede in lontananza una catena di alte montagne già imbiancate dalla neve. Niente di strano se si pensa che a partire da fine novembre tutta la superficie del lago sarà completamente ghiacciata. Continuiamo la corsa, con la foresta sulla sinistra e l’immenso lago sulla destra, e verso mezzogiorno arriviamo alla piccola stazione di Port Baikal. Cade una pioggia sottile ma ci imbarchiamo lo stesso su un traghetto stile vecchia Unione Sovietica: molta ruggine, poche comodità. Il bar di bordo serve qualche snack ma anche qui quello che và per la maggiore è lo ‘shot’ di vodka che aiuta a combattere il vento tagliente che soffia sul lago.

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un panorama sul Lago Baikal

Navighiamo la parte meridionale del Baikal circondati da un grandioso scenario autunnale. La nostra meta è il villaggio di Listvyanka dove passeremo la notte in un piccolo albergo locale. Fuori stagione il villaggio sembra disabitato. Dicono però che in estate sia una località rinomata per il turismo russo. L’architettura delle case infatti è molto bella, le chiese soprattutto, tutte in legno, in quello stile tipico definito “barocco siberiano”. Il resto è la solenne natura selvaggia che regna su tutto. Anche la gastronomia locale presenta qualche curiosità: in particolare un pesce, di nome “Omul”, endemico del Baikal, che qui servono in tutti i modi. Il giorno seguente riprendiamo il percorso sul treno, direzione Irkutsk, capitale della regione e conosciuta come la “Parigi della siberia”. Un nome così altisonante carica di attese, ma presto si scopre che non è stato dato a caso. Irkutsk è una città piacevole, con atmosfere e vezzi europei. La città è ricca di musei, teatri e residenze prestigiose che convivono con i segni del passato, così lungo i viali del centro sopravvivono statue di Lenin, di Stalin e persino dello Zar Alessandro III, il cui monumento è collocato sulle rive del fiume Angara. Fu lui a dare il via alla costruzione della ferrovia Transiberiana a fine ‘800, dando così il via allo sviluppo di Irkutsk come capitale della frontiera russa. È una città giovane, non solo perché venne fondata nel 1651, soprattutto perché è una città universitaria e ospita migliaia di studenti che arrivano da tutta la Russia e dalla Mongolia. Guardo il sole scendere dietro al fiume e alle ciminiere fumanti che anche qui sono una costante, con un misto di soddisfazione e nostalgia: è stato un viaggio davvero entusiasmante. Irkustk è l’ultima tappa del mio viaggio. Il giorno successivo il treno proseguirà la sua marcia verso ovest. Mosca dista ancora 5000 chilometri.

Testo e foto di Lucio Rossi

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