NAMIBIA: DIAMANTE TRA OCEANO E DESERTO

Un’avventura on the road di 4000 chilometri, dalle dune infuocate del Namib ai leoni di Etosha.

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Panoramica dune del deserto del Namib

C’è un angolo d’Europa nel continente nero: un paese giovanissimo in cui convivono il deserto e la savana, i canyon e l’oceano, le fiere etnie dell’africa sub-tropicale e i bianchi discendenti del vecchio continente, lo strudel di mele e i piatti di riso e carne. Terra difficile, quella namibiana, arsa dal sole invernale e battuta dalle piogge estive, tagliata dal tropico del Capricorno e stretta tra il gelido Atlantico meridionale e l’arido Kalahari. Un paese di contrasti in cui a volte si dubita di essere veramente in Africa, un paese in cui vedere otarie e giraffe, spiagge di diamanti e verdi pianure, case bavaresi e capanne di paglia, piccoli boscimani e panciuti bianchi teutonici, il tutto in un’apparentemente fragile, ma tenace, armonia. Un paese da vivere a 360 gradi, dove in un attimo si passa dai trafficati viali di Windhoek ai ritmi lenti delle fattorie perse nel veld, dal fragore dell’oceano al silenzio infinito delle piste solitarie. Non ci sono pericoli in Namibia, se non quello di trovarsi a percorrere centinaia di chilometri nel nulla, verso un orizzonte sempre lontanissimo, senza un cartello a confortare e rassicurare che sì, la strada è quella giusta. Partiamo da Windhoek, la capitale, sul nostro fuoristrada, destinazione Fish River Canyon, il Gran Canyon d’Africa, che ci sorprende per imponenza e bellezza selvaggia.

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Namibia on the road

Divoriamo chilometri fra montagne e sconfinate distese erbose, tagliando il deserto senza incontrare anima viva, con gli occhi all’orizzonte e il dito sulla mappa a nominare località che spesso sono solo due capanne, un incrocio o un bidone di lamiera con una scritta. Più di una volta, e all’inizio la cosa inquieta un po’, troviamo un cancello, non sul margine, ma proprio sulla strada: non è chiaro se sia un confine di proprietà o un dissuasore di velocità, in ogni caso occorre scendere, aprirlo, passare e richiuderselo alle spalle. Meraviglie d’Africa. Anche le temperature non sembrano africane, ma risalendo verso nord troviamo un sole sempre più caldo che ci scorta fino a quell’oceano di sabbia rossa che è il Namib. Lo spettacolo del sole e dei colori che cambiano di ora in ora è di valore assoluto e non è facile da descrivere. Scalare uno di questi giganti di sabbia (le dune del Namib superano i 300 metri e sono tra le più alte al mondo) è un must e un’occasione per avere una visione privilegiata e spettacolare di un deserto che davvero sembra il mare. Rosso. Il vento del deserto ci spinge sempre più a nord, attraverso il desolato ma spettacolare Garub Pass, fino alla west coast e all’oceano, su cui si affacciano Walvis Bay e Swakopmund, vere città europee con industrie, alberghi ed una rinnovata vocazione turistica. In particolare Swakopmund, principale località balneare del paese, presenta evidenti radici tedesche, con gli edifici in stile art nouveau, i campanili e i tetti a punta, tanto che se non fosse per le palme crederemmo di essere in Germania. Ordine e precisione teutonica, caratteri gotici sulle porte degli hotel, bianchi negozianti e camerieri neri, una mescolanza di etnie e di contrasti… non è difficile ricordare che fino a ieri anche qui era Sud Africa.

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Gruppo di elefanti nel deserto

Sulla spiaggia c’è un ricco mercato di artigianato locale, dove non si può comprare nulla senza un’animata contrattazione, ma dove si respira la sana e semplice aria africana e dove i ragazzini non chiedono soldi, ma penne a sfera e chewing-gum. Himba, herero, san, owambo, damara, kavango, nama…sono solo alcune delle etnie che qui convivono e si confrontano con i bianchi afrikaner, discendenti dei boeri olandesi, dei coloni tedeschi e inglesi, parlando linguaggi antichi come il bantu, così diversi dall’afrikaans, la nuova lingua dei colonizzatori. E una colonia la troviamo davvero a Cape Cross: centinaia, forse migliaia di otarie distese al sole sugli scogli o in acqua a lottare con le correnti dell’oceano. Simpatiche, rumorose, occupano un’area vastissima ed approfittano del pescoso tratto di mare alimentato dalla gelida corrente del Benguela. E’ l’ultimo sguardo verso l’oceano prima di imboccare la C35, una delle piste più singolari del nostro itinerario, bianca come le bianche incrostazioni saline del veld circostante, priva di alberi, cespugli o di qualsiasi altra forma di vita, magnifica nella sua estrema desolazione. Percorrendola si avverte chiaramente il passaggio dalla costa all’interno; piano piano il bianco lascia il posto ad un timido verde, poi i colori del bushveld si accendono sempre più finchè all’orizzonte compaiono dolci colline screziate di verde e giallo e rosso E’ questa la porta di accesso alle grandi pianure del nord, alla savana sconfinata, all’Etosha National Park, residenza di leoni ed elefanti e agognata meta finale del nostro viaggio.

Inutile cercare di spiegare l’emozione che si prova guidando in questo parco, spostandosi tra una pozza e l’altra, fermandosi spesso per far passare zebre o springbooks, elefanti o giraffe, godendosi la vicinanza di questi animali che liberi e sereni, almeno in apparenza, vanno da una zona all’altra per abbeverarsi e nutrirsi. Vediamo elefanti lottare ferocemente e leoni distesi al sole, restiamo bloccati tra centinaia di zebre affatto intimorite dalla nostra presenza, assistiamo rapiti al nobile e magnifico incedere delle giraffe. Struzzi che proteggono i minuscoli piccoli, orici e kudu e springbooks che si abbeverano accanto agli elefanti, piccoli facoceri solitari e feroci iene maculate. Assistiamo al monumentale arrivo degli elefanti che costringono i leoni alla fuga, scorgiamo uno sciacallo che cattura un giovane springbook. Restiamo immobili di fronte agli enormi pachidermi grigi che sfilano davanti alla nostra auto, fissandoci e scuotendo il capo e la proboscide come a dire che lì, a Etosha, comandano loro.

Tuttavia non si pensi di affrontare una scampagnata perché tale non è: la guida non è sempre serena e gli imprevisti non sono poi così rari; però questa è un’Africa bella, vera, sicura e in fondo abbastanza facile da gestire ed organizzare. Quindi godetevi quest’angolo di mondo, questo grande paese colorato e disteso tra l’atlantico e il deserto, dove vi aspettano emozioni ed immagini che vi faranno sentire protagonisti di un documentario, di un vero spettacolo: lo spettacolo della natura.

Testo e foto di Alessandro Ugolini e Sabrina Rosta

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