Oltre le Ande

Le riserve naturali di Manglares di Tumbes e Chaparri nel nord del paese sono il Perù che non ti aspetti. Caldo, mangrovie, leggeri colibrì, sciamani del fango ed esemplari unici di orsi con “gli occhiali”.

Riserva di Manglares di Thumbes
Riserva di Manglares di Tumbes

Ogni volta che si pensa al Perù, i ricordi e la fantasia ci portano sulle Ande, magari alla scoperta di uno dei tanti siti archeologici Inca, probabilmente tra le rovine di Machu Picchu. O ci immaginiamo avvolti da caldi e variopinti poncho, meditando sul senso della vita (l’altitudine a volte fa brutti scherzi) di fronte al lago Titicaca. Certo, il Perù è soprattutto questo. Dopo aver affrontato un lungo viaggio, il minimo che si può fare è vedere i suoi luoghi mitici; però esistono anche situazioni e territori poco noti al turismo di massa che meritano una visita e una degna descrizione. Al classico tour sulle Ande può essere interessante abbinare un’escursione ai parchi naturali del nord del paese: due – tre giorni da passare al caldo, a bassa quota, alla scoperta di una natura sorprendente, visitando una parte del Paese poco conosciuta, ricca di scavi archeologici, centri specializzati per i surfisti (pare ci sia

Riserva di Manglares di Thumbes
Riserva di Manglares di Thumbes

l’onda più lunga del Pacifico), un clima tropicale con una popolazione molto attiva e dinamica e, aspetto da non sottovalutare,  superlativi piatti di Cervice, ricetta nazionale a base di pesce crudo. Ci troviamo a pochi chilometri dall’Ecuador, viaggiamo da ore sulla leggendaria Panamericana. L’approssimarsi del confine si intuisce dal numero di venditori con taniche e bottiglie di Inca Kola riempite di benzina in attesa degli equadoregni, che sconfinano per rifornirsi pagando la metà rispetto al prezzo nazionale. Superato il mercato nero di gasolina,  raggiungiamo finalmente il parco naturale Los Manglares di Tumbes, 3000 ettari di palude tropicale, rifugio faunistico e luogo per la riproduzione di moltissime specie di uccelli, pesci, crostacei e mammiferi. E’ necessario indossare un giubbotto salvagente, e salire su una stretta e lunga imbarcazione in legno. Mezzo  rudimentale e apparentemente instabile, ma perfetto per muoversi nelle acque basse, tra le mangrovie, senza fare rumore e arare il fondale melmoso. Il paesaggio è fantastico: il rifrangersi della vegetazione sulle acque stagnanti, immersi in un silenzio surreale interrotto di tanto in tanto dal canto degli uccelli, è un’emozione insolita; lentamente avanziamo lungo stretti canali, tutto intorno un intrico avvolgente di mangrovie. Sui rami più alti e vicino all’acqua sostano aironi e pellicani, per nulla infastiditi dal nostro passaggio e dagli scatti fotografici. Anzi, qualcuno, sembra mettersi addirittura in posa. Il parco è famoso per le numerose specie di crostacei che lo popolano e, se si è fortunati, è possibile incontrare los concheros, una sorta di sciamani di palude dai poteri speciali. Si narra infatti che solo chi riesce a comunicare con la marea e gli uccelli sia in grado di stanare i grossi e deliziosi granchi che vivono nel fango. Negli ultimi anni gli “uomini palude” sono quasi scomparsi, e non perché se ne sia estinta la progenie. Snidare i granchi è un lavoro pesantissimo e poco redditizio, e i giovani preferiscono vendere benzina sul ciglio della strada. Los concheros passano l’intera giornata nel fango.

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