Vietnam: da Dalat a Hoi An“No, non ti preoccupare, non è troppo grande, easy, no problem” e con gesti consumati le cinghie di
Preparativi per la partenza!
gomma assicurano saldamente il bagaglio alla moto, in un paese in cui sulle moto ci caricano anche i vitelli nessuna borsa è troppo grande. Pronti? Si parte! Alla conquista di territori poco battuti, in sella ad una moto, passeggero di uno dei tanti Easy Rider di Dalat: anche così si visita il Vietnam, lontano dai turisti che affollano le spiagge dell’est ed immerso in un universo dove dietro ogni angolo si cela una nuova scoperta fatta di paesaggi mozzafiato ed incontri con le minorità etniche del Vietnam. Gli Easy Rider sono un gruppo di centauri guide turistiche con base nella fiorita Dalat, una delle mete turistiche preferite dai vietnamiti, che propongono ai turisti in visita nella città i loro servizi: con una media di settanta dollari al giorno (per i tragitti più lunghi, meno per le scampagnate di uno o due giorni) si propongono di far scoprire il loro paese passando attraverso le strade meno percorse, senza il rischio di incontrare un altro viso occidentale. Le proposte degli Easy Rider sono innumerevoli, vanno dalle gite in giornata fino a tragitti che ti portano fino al confine con la Cina o con la Cambogia, sono pronti a tutto
questi intrepidi motociclisti e la distanza chevorrete percorrere in loro compagnia dipende solo dal vostro portafoglio (e dalla vostra capacità di resistere a tempo indeterminato sulla sella della moto). Uno dei viaggi più interessanti è quello che dalle alture di Dalat passa attraverso l’altopiano vietnamita, percorre la mitica Ho Chi Minh trail, si snoda tra una moltitudine di villaggi di minorità etniche e porta fino ad Hoi An: perfetto per chi decide di percorrere il Vietnam da sud a nord. Gli Easy Rider, oltre ad essere degli ottimi motociclisti, parlano anche un ottimo inglese ed è bello essere in compagnia di qualcuno in grado di spiegare come funziona il Vietnam, senza filtri, senza pudori. Il viaggio incomincia visitando i dintorni di Dalat, coi suoi templi buddhisti e le sue serre fiorite per poi scendere fino al lago Lak, il più grande di tutto il Vietnam, col canto delle cicale che fa da colonna sonora all’arrivo del tramonto. Le lunghe e strette foglie di bambù cadono arrotolandosi su sé stesse, sfiorano la moto che sfreccia tra i
piccoli agglomerati cheospitano le minoranze etniche più povere di tutto il Vietnam. Niente vestiti sgargianti qui, solo stracci e povertà, l’appartenenza ad un gruppo si riconosce dalla lingua parlata e dalla tipica architettura delle case: case lunghe e basse vi faranno capire che siete tra gli Ede, su palafitte tra i Tay, dal tetto altissimo e spiovente tra i Bana. Tutte le case però, molto ironicamente per posti così miseri, sono ornate da grosse parabole satellitari: dono del governo. Fino al 1975 nelle zone dell’altopiano non c’era nessuna persona di ceppo vietnamita, ma dopo la presa di Saigon il governo centrale inviò migliaia di persone a coltivare queste fertili regioni relegando le minorità presenti nel degrado più assoluto. Non sono molti turisti che si spingono fin qui e quando i bambini dei villaggi vedono arrivare uno straniero è sempre una festa di sorrisi ed è possibile stare a giocare con loro per ore ed ore. Centinaia
di farfalle gialle svolazzano lungo la strada che dal lago Lak porta fino Buon Ma Thuot: nei dintorni ci sono centinaia di allevamenti di bachi da seta, evidentemente alcuni tra questi sono riusciti a scappare al loro triste destino. Nel mezzo del percorso si fa tappa alla bellissime cascate di Dry Sap e Dry Nur, dove l’acqua, in un continente di fiumi marroni, è incredibilmente azzurra e bellissimi rododendri viola spuntano dalle pozze stagnanti. Ci sono diverse passeggiate che circondano le cascate e nuotare negli specchi d’acqua che creano dà una sensazione di profondissima pace: nessuno nei paraggi, il cielo blu e il rumore scrosciante dell’acqua che cade. Buon Ma Thuot è un grande centro, capitale dell’altopiano, senza troppo interesse. Il piccolo museo delle minoranze etniche è più che altro un monumento alla propaganda vietnamita con diverse immagini della liberazione di Saigon e un busto dorato di Ho Chi Minh. Ma non importa, le città lungo il percorso sono solo tappe di un viaggio che è bello in quanto tale ed appena si risale in moto si riacquista immediatamente il senso di libertà perso tra le nuove costruzioni della città. Si attraversano immense risaie in cui la gente è affaccendata alla mietitura, piccoli laghi in cui i pescatori remano coi piedi e sollevano le reti giganti calate in acqua grazie a dei grossi argani sulla riva, piantagioni di caffè (il Vietnam è il secondo produttore mondiale dopo il Brasile) e lunghissimi filari di alberi della gomma che convergono all’infinito. Lungo il tragitto si incontrano, ancora una volta, piccoli abitati con case di legno; i bambini giocano nudi ai lati delle strade e la gente china sulle risaie si raddrizza per salutare il passaggio del rombante mezzo e dei sui passeggeri. Si arriva a Kon Tum al tramonto. Una bella chiesa lignea nasconde sul retro un orfanotrofio con più di duecento bambini. Visita solo per gli animi forti perché non è facile resistere ai più piccoli che ti saltano addosso, che ti abbracciano le gambe, che ti fanno cadere e ti saltano addosso, che ti chiamano papà, che vorrebbero li portassi via con te. Da Kon Tum incomincia la vera e propria Ho Chi Minh trail, il sentiero usato dai combattenti vietcong per circondare le posizioni nemiche a Saigon durante la Guerra del Vietnam, che a giusto titolo qui viene chiamata Guerra Americana. Una volta una stretta mulattiera coperta dalle fronde, al giorno d’oggi questa mitica strada è in ottime condizioni, con ampie lastre di cemento che la ricoprono lungo tutto il percorso. La foresta è densa e la stupefacente vista sulle montagne e sulle vallate ricoperte d’alberi richiama alla mente film di guerra e d’imboscate nella giungla. Nelle rare radure che prendono il posto della fittavegetazione sorgono piccoli villaggi, ancora più poveri di tutti quelli visti precedentemente e per questo ancora più strazianti: i bambini che giocano nel fango ti toccano dentro. La notte, nella sonnolenta Kham Duc, è un sollievo per i sensi che sono stati bombardati tutto il giorno da immagini forti: povertà e sorrisi, sporcizia e felicità. L’ultimo giorno verso Hoi An è una cavalcata triste che lascia alle spalle un universo che non si può dimenticare e l’arrivo nelle strade lastricate della città patrimonio dell’umanità, con tutti i suoi comfort, con le bancarelle di souvenir e gli autobus di turisti che l’assediano non può che causare qualche prurito dopo un’esperienza simile. Ma conviene sedersi, con un buon caffè vietnamita di fronte, e semplicemente riflettere a quello che si è appena vissuto.
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