Ballarò: un souq arabo a Palermo

Una mattina d’agosto, quando apparentemente la città tace tra negozi chiusi per ferie e occhi ancora in preda a sogni vari, mi incammino per le strade della mia città natale. Il sole sembra imporre una dura legge con dei raggi carichi di un calore incredibile, mentre l’afa riempie i polmoni e la fronte suda quasi appesantita da pensieri torridi. Guardando verso il cielo si ha l’impressione che qualcuno abbia messo un filtro tendente al giallo, una specie di lente di correzione, ma in realtà si tratta della sabbia portata dal vento dalla vicina Africa. Palermo si presenta così, senza fronzoli, in un’atmosfera quasi surreale a metà tra una staticità naturale e una misteriosa promessa di vita pulsante. La mia meta è il mercato di Ballarò e, a partire dal nome, il nesso con la cultura araba appare evidente: le tracce storiche, si hanno testimonianze a partire dal X secolo, fanno risalire l’origine etimologica di Ballarò a “balalah” la cui traduzione è “confusione”, mentre secondo altri studiosi deriverebbe da “segelballarat” ossia “piazza del mercato”. Tuttavia, la teoria più accreditata è quella che fa risalire il termine a “suq–al-Balari”, riferendosi a un insediamento mercantile presso Monreale da cui provenivano i primi commercianti arabi che diedero vita a questo mercato palermitano. In effetti, già nel momento in cui si è in vista di questo luogo, si nota la stretta parentela con una tipica espressione del folklore mediorientale, il souq: una zona adibita allo scambio di merci all’aria aperta in cui i prodotti sembrano i veri padroni delle piazze e delle viuzze. A Ballarò vengo quasi incanalato per inerzia in un fiume di persone e immediatamente mi sintonizzo sul ritmo lento che caratterizza il tempo del mercato che scorre tra contrattazioni, valutazioni e chiacchiere varie. Tutto sembra addobbato per essere una cornice perfetta a un posto rimasto inalterato nei secoli: una “prammatica” del 1544 intendeva regolare l’occupazione abusiva delle strade che venivano riempite da “bancati, fenestrali, carteddi seu confini e banchi dove si vedono li Frutti, ed Herbi che sono, e si solino mettere innanzi le poteghe, e porte dalla parte di fora le strade, di manera che non solamente imbarazano le strade, che sono strette, ma ancora le larghe.” L’editto era stato bellamente ignorato e, continua ad esserlo, infatti i passaggi che serpeggiano attraverso le vie sono ingombrati da cestini di frutta disposti sia a terra, che su assi di legno a formare bancarelle variopinte e spesso sono costretto a effettuare una sorta di slalom tra i clienti e la merce. Alzando lo sguardo noto che per ripararsi dal caldo estivo ci sono dei tendoni dai colori vividi tesi a volte tra un muro e quello di fronte e che mi fanno immaginare di trovare una moschea o il deserto dietro l’angolo. A rafforzare la sensazione di aver varcato un confine si sentono le “abbanniate” dei commercianti: letteralmente vuol dire “grida” e ne esistono di vari tipi, in quanto si possono configurare anche come nenie dal vago sapore ascetico. In maniera metodica la ripetizione si concentra sul prezzo o sul tipo di un prodotto aggiungendo persino il dettaglio della provenienza. In altri casi sono vere e proprie urla per catturare l’attenzione di un passante magari troppo distratto che sobbalza. Personalmente sono abbastanza abituato per farmi cogliere di sorpresa, però mi stupisco ancora quando, prestando l’orecchio, percepisco una certa ricchezza in queste espressioni dialettali piene di perifrasi, metafore, iperboli, allusioni e ironia: un vero e proprio patrimonio folkloristico. Mentre mi infilo rapidamente tra un passeggino e dei turisti intenti a scattare alcune foto, sento un odore invitante che mi riporta indietro di parecchi anni e vedo ai miei piedi tre “quarare”. Nei pentoloni di rame ci sono le “pollanche ” ossia le “pannocchie” cucinate con una semplice bollitura ma dal gusto unico. Non si esaurisce qui la tradizione del cibo da strada e, qualche metro dopo, non vengo smentito dalla traccia olfattiva dello sfincione di cui acquisto un trancio da consumare strada facendo: se sentite la frase “sfincione cavuru, scarsu d’uogliu e chinu ‘i pruvulazzu” fermatevi ad assaggiare una pizza tanto semplice quanto buona come indica la frase che l’accompagna, “sfincione caldo scarso d’olio e pieno di polvere”. Polvere o, sempre in una connessione ideale con il vicino continente africano, sabbia che sottolinea il nomadismo dello stile di vita degli ambulanti. Imboccando un ennesimo vicolo contemplo la maestria delle bancarelle nell’esposizione del pesce che viene distribuito sul ghiaccio e contornato da alghe. La disposizione dei prodotti di mare compone quasi un quadro con diverse macchie di colore, rese ancora più vivaci dalle lampade e dai riflessi degli schizzi d’acqua spruzzati dai pescivendoli. Proprio a fianco il mio occhio cade su un bancone della carne zeppo di vari tagli e, ai lati in alto, in bella vista ci sono dei quarti di vitello e salsiccia appesi a dei ganci. Il tutto poggia su una pedana di legno come un palcoscenico sovrastato da un tendone arancione che rende le ombre sfumate e, protagonista di questo angolo, il signor Spata. Mi appresto a intervistarlo in modo veloce perchè quando si è al mercato “il lavoro è sacro” e “si è in servizio”: dalla nostra chiacchierata si evince che lui fa parte della quinta generazione di macellai di famiglia, e che sin da piccolo è nato e cresciuto su quella pedana imparando il mestiere. A quarant’anni ha visto molta vita e tante storie passare davanti alla sua bottega ed è contento del lavoro che conduce poiché gli permette di stare a contatto con la gente. In fondo, non sente il peso di essere stato un predestinato. L’unico rammarico, per il mercato che ama, riguarda il comune che non si impegna effettivamente a pubblicizzare e tutelare questo patrimonio culturale locale che sta perdendo clienti a causa dei supermercati e della mancanza di parcheggi. Le catene industriali, secondo il signor Spata, non possono mai ricreare una simile atmosfera ma sono spersonalizzanti e fredde. Mentre mi avvio verso la macchina mi guardo intorno e penso che la saggezza popolare ha sempre, implacabilmente ragione.

Testo e foto di Mauro Pinto