Paradiso perduto

Nascoste dalle immense catene montuose del Karakoram, Himalaya e Hindukush, le province settentrionali del Pakistan sono un tesoro segreto in cui brillano alcune tra le più alte e straordinarie montagne del mondo, solcate da valli a volte verdeggianti, a volte drammatiche e da fiumi selvaggi, dove la natura offre uno spettacolo grandioso. O sconvolgente come testimoniano le recenti alluvioni che hanno seminato morte e distruzione in tutta l’area.

Il loro isolamento e la loro inaccessibilità, fino a una trentina di anni fa, hanno contribuito a conservare il paesaggio e il carattere delle popolazioni, principalmente pashtun, uigur e hunzakut,che vivono una vita dura, legata a ritmi millenari. L’apertura della Karakoram Highway (KKH), che unisce Rawalpindi a Kashgar, nello Xinjiang cinese, consente ora un facile accesso a chi, con un po’ di spirito d’avventura, voglia lasciarsi incantare da un panorama indimenticabile. O meglio consentirebbe Se questo Paradiso Perduto, dalla bellezza unica e struggente, profumato di albicocca e ritmato dagli inciampi del fiume sulle pietre nerastre del suo greto, non fosse stato coinvolto nella guerra scatenata nel 2001

dalla coalizione occidentale a guida USA, contro il regime talebano in Afghanistan, in risposta a un suo presunto coinvolgimento negli attentati del ’11 settembre a Manhattan. Di prove definitive non ne sono mai state presentate. Ma il rifiuto del Mullah Omar di consegnare Osama bin Laden, capo di Al Qaeda, organizzazione terroristica che ha rivendicato l’attentato alle Torri Gemelle, è stato la causa scatenante della guerra. Una delle tante, in realtà. Poiché prima contro i russi e poi impegnato in una guerra civile, dal 1979 questo martoriato paese non vede la pace. Le provincie della Frontiera del Nord e del Nord Ovest del Pakistan hanno la sventura di condividere con l’Afghanistan territorio e popolazione. L’etnia pashtun, dominante in queste aree tribali, è la stessa cui appartengono i taliban, che, sfuggendo ai bombardamenti USA, hanno trovato qui riparo e appoggi logistici e costruito campi militari da cui  partono le controffensive in Afghanistan. Il governo pakistano si trova stretto tra due fuochi; da una parte la pressione occidentale a impegnarsi nella lotta contro il terrorismo, dall’altra la riluttanza delle popolazioni (e di parte dell’esercito) a combattere contro fratelli pashtun. In questo disarmante panorama, scolpita in drammatiche pareti rocciose, la leggendaria Karakoram Highway (KKH) segue il corso dell’Indo. Stretta e spettacolare, corre tra rocce tanto scoscese da non lasciare posto alla vegetazione. Il fiume alterna rapide a tratti improvvisamente sonnolenti, su cui vortici e mulinelli disegnano motivi geometrici. Il vento spazza violentemente i depositi di sabbia nelle sue anse scaraventandoli contro i pendii delle montagne, che danno così l’impressione di essere innevate. Dalla valle principale, percorsa dall’Indo, si diramano le vallate laterali come quella che il fiume disegna dirigendosi verso il Baltistan. La strada che lo segue è strettissima, disseminata di pietre franate dalle pareti, senza parapetti, strappata alla roccia con la forza della disperazione. I malridotti camion sfiorano con la sommità del cassone la roccia, mentre le ruote corrono a pochi centimetri dal baratro. Dal lato opposto della valle angusta, tra gli alberi si intravedono le bassecase in pietra a secco dei contadini che, per ritornare nel mondo, ricorrono a temerari ponti sospesi o ad ancor più temerari cavi d’acciaio, cui si appendono spostandosi a forza di braccia sopra le rapide dell’Indo che ruggisce rabbioso. La strada, che procede a tornanti secchi, dà l’impressione di un ponte verso il cielo. Vicino a una tomba nuova, sventolano le coloratissime bandiere che, secondo la tradizione himalayana, affidano al vento le preghiere stampate sulla loro stoffa. Una discesa conduce a una strana scuola, senza muri né tetto, dove gli scolari sono seduti ai banchi disseminati lungo il greto di un torrente: se c’è bruttotempo non si va. Il Shyok, che ha meno acqua e un flusso tranquillo, viaggia in una valle verde punteggiata di case in pietra spaccata; i tratti della gente si allungano, sempre più simili a quelli tibetani. Kaphulu è uno splendido villaggio di case in legno e pietra sepolto tra gli alberi e raccolto intorno al palazzo del rajah, è praticamente il termine della valle: non si può proseguire oltre, per la vicinanza della linea lungo cui si fronteggiano gli eserciti indiano e pakistano per il controllo del Kashmir. Lungo la KKH raggiungo Gilgit, sul fiume omonimo, un paese non particolarmente attraente, punto di incontrodi gente di differenti etnie, uigur, hunzakut, pashtun,pakistani, e sede di un’imponente guarnigione militare che tiene a bada i vicini confini con India e Cina. Il centro principale della valle dell’Hunza è Karimabad (a volte chiamata Hunza), in una deliziosa posizione soleggiata, che permette la coltivazione di grano, mais e frutta, tra cui ben 22 diverse qualità di albicocche, che vengono messe a seccare sui tetti piatti delle abitazioni in pietra e fango. In realtà la città e costituita da una serie di frazioni, Allabad, Hyderabad, Ganesh, dominate dal forte di Baltit, che con le poche case circostanticostituiva la capitale della valle. La sua ubicazione incantevole, circondata dai picchi dell’Ultar e da una catena di altissime vette, diventa magica quando la luce del tramonto arrossa le cime e le nubi. Raggiungere Meliksar, Mominabad e Duikar, paesini sospesi a metà pendio, mi costa un’estenuante arrampicata lungo gli argini delle terrazze, ma la vista dallo sperone roccioso su cui si trova l’Eagle Nest, un alberghetto di due stanze senza neppure i letti,  è impagabile. Davanti agli occhi si apre lo straordinario anfiteatro formato dagli immacolati picchi del Karakoram, mentre ai piedi si adagia la valle di Hunza, le sue terrazze e il villaggio di Altit, la cui parte più pittoresca è costituita dal gruppo di case raccolte intorno al bel forte in legno e pietra con la torre chiusa da preziose porte intagliate. Le case basse dai tetti piatti, incollate una all’altra, viste dall’alto della balconata, appaiono come un dipinto di Bosch. Gulmit è un paese buio, schermato dal sole del mattino da un’alta parete di roccia. Le sue casette di pietra circondano l’immancabile campo di polo, uno degli sport più amati in Pakistan, che non è un retaggio coloniale: al contrario è nato in centro Asia e fatto proprio dagli inglesi. Sulle morene nere qualcuno ha tracciato con sassi bianchi scritte gigantesche: “Welcome our beloved Hazir Iman” con riferimento all’Aga Khan venuto in visita ai suoi sudditi nel 1987; incredibilmente in tutti questi anni non si sono mosse. Predominano i colori scuri: il nero, il marrone e il grigio del fiume fino a Sust, località dove si svolgono le formalità di frontiera con la Cina, in un gran trambusto di camion colorati, autobus impolverati e gente stracarica di pacchi tenuti insieme da spago. Raggiungo 4.000 m. senza essermene accorto, non fosse per la temperatura rigida e per le macchie di neve che scoprono un pascolo basso di erbe ingiallite. Ma il nord del Pakistan è una terra piena di contrasti e a valli così rocciose, ripide e brulle come quella dell’Indo e dell’Hunza si contrappongono altre verdissime, come quella dello Swat nella provincia della Frontiera del Nord Ovest. A Kalam, nell’alto Swat, l’aria è limpida e frizzante. Nella zona del mercato in riva

al fiume si riuniscono i Kohistani, che in persiano significa abitanti della “terra di montagne”, per il loro mercato. Quasi tutti portano a tracolla un mitra o un fucile con la bandoliera alla Pancho Villa, più come simbolo di virilità che per intenzioni bellicose, almeno nei confronti dei turisti. Hanno un viso duro e sono di poche parole: “Perché portate il mitra?” chiedo a uno di loro. “Il mondo è pieno di nemici…” è la lapidaria risposta. Le armi hanno il calcio incastonato di lustrini e borchie e il colpo in canna. Provare a sparare costa 10 Rupie, mentre con 100 si ha diritto a una raffica. Nelle aree tribali, che sono regioni autonome, la legge pakistana non vale, non c’è polizia e la giustizia è amministrata dal consiglio dei capi.

FAR WEST ASIATICO: Con un permesso particolare, rilasciato dall’ufficio dell’Home and Tribal Affairs di Peshawar, si può visitare il villaggio di Darra, nella piccola area tribale di Darra Adam Khel, una quarantina di km, a sud della città. Gli Afridi che vi abitano si sono specializzati nella costruzione di armi: lungo le strade con attrezzi di fortuna, o all’interno delle case riparati da mura discrete, tutti sono impegnati nel business. C’è chi fabbrica la canna, chi costruisce il calcio, chi realizza il meccanismo di scatto e chi assembla il tutto. Basta portare qualunque arma da fuoco e i bravi artigiani di Darra sono in grado di clonarla 

in un paio di settimane. Nella penombra di negozi oscurati da persiane ambigui personaggi con occhiali da sole trattano partite di armi, che riforniscono guerriglie vicine e lontane. Non amano essere fotografati, né è il caso di insistere dato che in paese tutti girano armati; tutti tranne la polizia. Ogni tanto un cliente, che non vuole acquistare a scatola chiusa, esplode in cielo la raffica di un kalashnikov. La Darra Adam Khel è una zona franca in cui le armi girano liberamente, ma non si possono portare fuori, pena una multa salata e diversi anni di carcere se vengono scoperte a uno dei molti posti di blocco.

AUTOSTRADA PER IL CIELO: La Karakorum Highway che unisce il Pakistan alla Cina è stata inaugurata nel 1980 e aperta al traffico turistico 6 anni più tardi. Fu costruita da 25.000 operai per lo più cinesi, 500 dei quali hanno perso la vita nel corso dei pericolosissimi lavori durati 20 anni. I suoi 1200 km sono una delle opere di ingegneria più importanti del secolo. Un esercito di manovali provvede quotidianamente alla riparazione dei danni causati dalle continue frane sgombrando la strada dalle pietre e consolidandola dagli smottamenti.

YAK: Perfettamente adattati ai climi rigidi gli yak costituiscono una delle principali risorse delle popolazioni delle montagne. Gli esemplari selvatici possono raggiungere 1,90 m. di altezza alla spalla e 7 quintali di peso, mentre quelli allevati hanno misure inferiori. Hanno pelo lungo e arti robustissimi che consentono loro di arrampicarsi su pendii estremamente ripidi a dispetto del loro peso. Viene utilizzato come animale da sella, da soma, da carne e da latte. Il burro di yak viene anche utilizzato come combustibile nelle lampade ad olio.

CANALIZZAZIONI: Uno stupefacente sistema di canalizzazioni permette ai valligiani di Hunza lo sviluppo di una florida agricoltura. Ogni appezzamento terrazzato ha di fianco un piccolo canale da cui l’acqua viene prelevata sollevando una pietra che funge da paratia. I canaletti, seguendo un’intricatissima distribuzione, si infilano in cunicoli, passano sotto le strade e saltano con cascatelle negli appezzamenti sottostanti. La limpidissima acqua che vi scorre viene captata dai ghiacciai o dai fiumi, recuperando quota metro per metro. I canali corrono incisi su pareti rocciose ad altezze inverosimili per decine di chilometri. A turno gruppi di uomini ne seguono il corso provvedendo a rimuovere eventuali ostacoli che sbarrino il flusso ottimale.

 

Testo: Federico Klausner e Samantha Lamonaca

Foto: Federico Klausner

 

 

 

 

 

 

 

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