Una Tunisia diversa

“Questo è il senso dell’ora felice: io e il colore siamo tutt’uno. Sono pittore”.
Paul Klee di ritorno dalla Tunisia.
 
 Il viaggio in Tunisia che Paul Klee effettuò nel 1914 divenne, nell’ottica della storia dell’arte, un evento chiave del XX secolo, il mito della pittura moderna. Le due settimane trascorse nel continente africano fecero prendere coscienza a Klee, forse per la prima volta, del proprio ruolo di pittore e il suo diario di viaggio intreccia pennellate di pensieri e parole alla trentina di acquarelli e disegni delicatissimi.
Tozeur. L'oasi di El Mahassen

Uno spunto insolito per un viaggio in Tunisia puo’ essere l’individuazione di ciò che ha affascinato il grandissimo Klee e i molti artisti europei che hanno cercato stimoli artistici in peregrinazioni di

Kabil Debebrhra

ricerca, soprattutto ad oriente. L’arte islamica, la scrittura e l’ornamento, sono fonti inesauribili di studi per capire relazioni, differenze e analogie tra due civiltà, che per millenni si sono guardate con timore reciproco, ma anche con interesse e curiosità. Importante centro numida nel II sec. a.C., Tozeur fu conquistata dai romani, che la battezzarono Thusuros, e divenne poi un’importante stazione di sosta lungo la via carovaniera che collegava Biskra (Algeria) a Gabès. La citta’ è un trionfo di colori tenui, dove tutti i sensi vengono sollecitati dai profumi e dalla pittorica composizione delle spezie nei mercati, dai colori intensi di tele e tappeti, per cui

Tozeur. L'oasi di montagna di Chebika

fare estenuanti e rumorosissime contrattazioni. La vecchia medina, con le case che sembrano ricamate dai fregi dei mattoni cementati in rilievo e con i minareti da cui risuonano i suggestivi richiami dei muezzin, da sola vale il viaggio. L’intricato quartiere Ouled Haddef, cuore della città antica fondata nel XIV sec., fu costruito per permettere la difesa dalle frequenti tempeste di sabbia: vicoli senza uscita, percorsi a zig zag, spesso coperti da volte e stretti camminamenti si intersecano creando una sorta di labirinto. Vista dall’alto la disposizione delle case sembra disegnare motivi ornamentali di fiori e versetti del corano. Per perdersi nei propri pensieri non si può non passeggiare, a piedi o in bicicletta, nei 10 kmq del palmeto. Una giungla di quasi 400.000 palme irrigate da più di 200 sorgenti, con una ingegnosa rete di canali elaborata nel 1270. Il piano di irrigazione di origine araba permetteva una ripartizione gratuita dell’acqua all’intera popolazione, per assicurare equilibrio sociale e autosufficienza sul piano alimentare. Esisteva persino un tribunale popolare sovrano per risolvere i conflitti riguardanti l’irrigazione. Dagli anni ’90, quando il governo finanzio’ la costruzione di un aeroporto internazionale per dare una spinta

Tozeur. Il lago salato di Chott El Jerid

al turismo anche in questa area del paese, il fragile equilibrio sociale e economico viene fortemente scosso e l’acqua diventa un bene commerciale qualunque. Chi può pagare ottiene il prodotto e l’irrigazione del palmeto è diventata cara: 150 euro l’ettaro all’anno per una irrigazione settimanale. I visitatori consumano l’acqua senza moderazione, i bei giardini e i prati verdi degli alberghi, ma soprattutto il nuovo campo da golf a 18 buche, richiedono sempre e più profonde trivellazioni alla ricerca di nuovi pozzi. I turisti, chiusi nei loro alberghi, non incontrano mai la popolazione e non condividono

Nefta. Il vecchio quartiere di Ouled echCerif

le stesse preoccupazioni. “Chi viaggia senza incontrare l’altro, non viaggia, si sposta” diceva Alexandra David Neel, grande viaggiatrice francese del XX secolo e la situazione degli agricoltori del palmeto, aggravata da stagioni sempre più torride e piogge sempre più scarse, è notevolmente peggiorata. I giovani non vogliono più faticare sulla terra e aspettano i turisti. Tutto questo ha portato a un arretramento del palmeto di fronte al deserto. Sono sempre meno le terre coltivate, mentre aumentano i palmeti che muoiono per mancanza di acqua e di cure. Il fragile equilibrio ecologico e sociale della zona è a rischio ma l’investimento di quasi 5 milioni di dollari per costruire il campo di golf è al sicuro. Douz chiamata la “porta del deserto” è stata in passato il maggior mercato di cammelli del sud tunisino. La città è abbastanza grande, divisa tra la zona turistica ricca di alberghi di lusso, proprio sul margine delle dune, e la città vera e propria, con la caratteristica piazza quadrata e porticata. Qui ogni giovedì si tiene l’imperdibile mercato. Non perdetevi nemmeno le deglet-en-nour (le dita di luce), i datteri considerati tra i più buoni al mondo, che nascono su queste palme a più di 25 m di altezza. Douz è un po’ la Fiabilandia del

Tozeur. Le cisterne dell'acqua di ElHamma du Jerid

deserto: organizzano qualsiasi attività si possa praticare sulla sabbia, trekking a piedi e a dorso di cammello, mountain bike e tandem, quad, jeep o motociclette. La zona delle dune intorno alla città è effettivamente molto bella. Ma la quantità di turisti intenti in ogni tipo di attività rumorosa toglie il fascino del silenzio del deserto. Sul palmeto di Corbeille, raccolto in una conca quasi perfettamente circolare, si affaccia l’oasi di Nefta, quasi al confine con l’Algeria. Centro religioso di primaria importanza fin dal medioevo, Agasel Neptae, menzionata da Plinio il Vecchio per le oltre 150 sorgenti d’acqua tuttora esistenti, divenne uno dei principali centri del sufismo, corrente ascetica dell’islam venata di credenze berbere e animistiche che le inimicarono l’ortodossia ufficiale. Le numerose cupole dei marabutti (vedi box), che si mischiano agli slanciati minareti, rendono suggestivi gli stretti vicoli della città vecchia, dalle facciate delle case trapuntate di mattoni, disposti in modo tale da ricordare i motivi geometrici dei tappeti tradizionali. Da non perdere i coloratissimi suk dei tessitori e dei vasai, che insieme al mercato alimentare rendono vive le tortuose stradine. Dalla Moschea El Kadria si gode un bellissimo panorama sulla

Tozeur. L'oasi di montagna di Chebika

Corbeille e non bisogna perdere i raffinati stucchi del marabutto di Sidi Bou Alì, meta ancora oggi di pellegrinaggio. Le palme da dattero esplodono in macchie di verde nel monotono ocra della sabbia, da cui spuntano sorgenti termali e resti romani. Punti di sosta quasi obbligati per le carovane che attraversavano il deserto almeno fino al XIX secolo, le oasi di montagna di Tamerza, Chebika e Midés si raggiungono lungo una pista su cui sfilano villaggi stesi come su una corda, come direbbe Gogol. Ancora una volta il pensiero torna a Klee, in questo territorio desolato e affascinante, dove i rosa e gli azzurri e i gialli

Douz. Il suk del grande mercato del Giovedì

delle incrostazioni saline pennellano l’uniformità del paesaggio, ricordandoci che ci troviamo a 20 m sotto il livello del mare. Non ci sono solo palme tra le poche, povere abitazioni: qui e là compaiono i rossi frutti del melograno e il bianco rosato dei fiori di henné (vedi box). Quello che resta dell’antica Chebika, dopo la disastrosa alluvione del 1969 non è molto. Le case di pietra e argilla color ocra e in rovina fanno da contraltare a quelle bianche in muratura del nuovo villaggio, costruito al margine dell’oasi ricca di fonti e piccoli laghi. L’antico villaggio fu fondato dai romani, che lo chiamarono “Speculum”, perché veniva usato dai soldati per

Tozeur. La Grande Cascade vicino a Tamerza

comunicare, attraverso un sistema di specchi, con le guarnigioni più lontane. Grazie all’abbondanza d’acqua nell’oasi e al capillare sistema di irrigazione, oltre alle palme si coltivano albicocche, agrumi, olive, banani, tabacco e melograni. E’ un tripudio di vegetazione, che si staglia nella monocromaticità dell’arido panorama. La stanza della clessidra (gadous o clessidra idraulica) è la curiosità locale, collocata poco romanticamente all’interno dei bagni pubblici. Un ingegnoso sistema di misura del tempo, costituito da due anfore che si riempiono e si svuotano alternativamente, e che serviva a scandire il tempo delle operazioni di irrigazione nelle varie zone dell’oasi. Anche Tamerza, l’antica Ad Turres, chiamata la “terrazza del deserto” per la posizione particolarmente panoramica, fa parte di un antico sistema difensivo utilizzato dai Romani. Abbandonato l’antico villaggio dopo l’alluvione del 1969, sono ancora meta di pellegrinaggi le ben conservate tombe di marabutti. Ai margini dell’immenso palmeto lo uadi (torrente periodico) Khanga forma con i suoi 15 metri di salto una delle più scenografiche cascate della zona, tra meandri e anfratti di rocce rosse e profonde gole arancio per la gioia degli appassionati

Tozeur. Ain El Kama

fotografi di tramonti. Midés, la più piccola tra le tre oasi, si sviluppa tra due spettacolari canyon, dove il fantastico paesaggio regala un’abbondante e anticipata maturazione di palme e agrumi, grazie al clima particolarmente favorevole. Chi ha visto “Il paziente inglese” ricorderà i panorami meravigliosi, letti di roccia stratificata, sagomati dall’erosione del vento, e dello uadi El Uedi che s’insinua tra pareti di pietra ocra e rosa, su cui spuntano verdi i rari ciuffi di vegetazione. Ecco, quel paesaggio incredibile che si accende di rosso ora, davanti ai vostri occhi, era il canyon di Midès.

Chott El Jerid

Le dune tra Zaafrane e El Faouar

Il vasto altopiano al centro del territorio tunisino che raggiunge mediamente i 600 metri di altezza discende gradualmente verso i chotts, bacini lacustri salmastri situati sotto il livello del mare, che a sud si congiungono al deserto del Sahara, che copre circa il 40% della superficie complessiva della Tunisia. Lo Chott El Jerid, il più vasto, ha una lunghezza massima di 250 km e una larghezza minima di 20 km. La superficie è costituita da un agglomerato di cristalli di sale ,che formano un letto resistente appoggiato su un fondale argilloso e sabbioso. L’acqua che filtra dalla sabbia sommerge la crosta salata, che perde il suo spessore. Ma i venti e l’evaporazione intensa seccano rapidamente la superficie creando sfumature viola, verdi e turchesi su un bianco quasi accecante. Oggetto di numerose storie fantastiche e da una collocazione geografica incerta, è il leggendario lago Tritone che produce ancora oggi, non appena la temperatura supera i 30°, degli affascinanti miraggi. Oasi che sembrano allontanarsi e fluttuanti carovane beduine, interrotte magari da una più terrena speed sail, carro a vela con cui oggi i turisti amano viaggiare tra le dune.

 

Cuina tunisina

Mercato

La cucina tunisina è un misto di cucine europee, orientali e delle tradizioni culinarie dei popoli del deserto e, a differenza di altre cucine nord africane, molto speziata e piccante. Gli anziani dicono che un uomo può giudicare l’amore della moglie dalla quantità di peperoncino piccante utilizzato nella preparazione dei piatti. Se il cibo diventa blando, l’uomo può sospettare che la moglie non lo ami più. Il couscous è il piatto nazionale tunisino e può essere preparato in molti modi, ma sempre nello speciale bollitore chiamato couscousière. Carne e verdure sono cotte nella parte inferiore mentre il grano, solitamente di semolino, si cuoce col vapore che sale dai buchi nella parte superiore del bollitore prendendo così il sapore di ciò che sta cuocendo sotto. Tra i primi piatti il più tipico è il brick, solitamente preparato e fritto davanti al cliente, una sottilissima pasta triangolare farcita con uovo o ripiena di erbe. Un’altra specialità è la salade mechouia, pezzetti di pomodori e peperoni alla griglia con tonno, uova, capperi e sedano conditi con olio d’oliva e limone. Un misto di verdure cotte a fuoco lento che ricorda la ratatouille francese è la chachouka che viene servita solitamente con un uovo in camicia. Su tutti i tavoli troverete una pasta rossa piccantissima usata su ogni piatto: l’harissa.

 

Marabutto

Tozeur. L'oasi di montagna di Chebika
L'oasi di montagna di Chebika

Marabutto (??????) ha molteplici significati a partire da ”santo”. La tomba del musulmano riconosciuto tale a livello locale sarà oggetto di culto popolare e quindi, per estensione, anche la tomba a cupola in cui si venera il santo verrà chiamata marabutto, così come si definisce qualsiasi cumulo di pietre, albero o sorgente cui la religiosità popolare attribuisce virtù simili a quelle dei santi. Infine il termine ma-rabutto è usato anche per indicare i monaci-guerrieri che intorno all’XI sec. costituirono un movimento di rinascita spirituale islamica da cui partì la dinastia Almoravide. Sono considerati marabutti tutti gli appartenenti alle famiglie marabuttiche (discendenti del Profeta) che mantengono un’aura di sacralità con costumi austeri a cui di solito ci si rivolge col titolo Sidi (e Lalla per le donne) e a cui si demandano le principali funzioni del sacro. Nell’Africa sub-sahariana a un marabutto si attribuiscono molteplici poteri soprannaturali, taumaturgici e profetici, tra cui la possibilità di ristabilire salute e ordine sociale all’interno delle comunità. L’islam ortodosso critica però queste credenze.

Hennè

Dromedari nel deserto

L’henne’, utilizzato per ornare mani e piedi delle spose, ha origini molto antiche, ne sono state trovate tracce addirittura nelle tombe dei faraoni. Ha poteri illimitati: rinforza i capelli deboli e sfibrati (oltre che donare delle belle tonalità dal mogano al biondo), ha proprietà antisettiche e astringenti quindi ottimo contro infiammazioni, foruncoli, scottature, ematomi, herpes e forfora. E’ un efficace tonico per la pelle e, usato internamente, l’estratto può combattere l’emicrania o i problemi digestivi.

Testo: Daniela Bozzani   Foto: Federico Klausner

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