INDIA. L’esperienza di Madre Teresa

Un lungo reportage in India suddiviso in 5 sezioni sull’esperienza di Madre Teresa di Calcutta.  Ilaria Linetti e Vincenzo Bardo, che molto hanno viaggiato nel Paese, ne raccontano alcuni aspetti.

Nelle casa dei moribondi di Kalighat. ©developingreport.it

  

Le case di Kalighat e Prem Dan

 

L’esperienza di Madre Teresa non è viva solo nei ricordi: sono molte le case, in ogni parte del mondo dal Sudamerica, all’Africa, a Roma, all’Albania, suo Paese natale, in cui viene portato avanti il suo lavoro. Diciannove si trovano nella sola Calcutta. Nirmal Hriday, a Kalighat, è il primo edificio fondato dalle Missionarie della carità nel 1952, e la zona non è stata scelta a caso. Il tempio della

Nelle casa dei moribondi di Kalighat. ©developingreport.it

dea Kali è sempre stato la meta dei moribondi per passare le ultime ore di vita, e Madre Teresa si è avvicinata proprio a loro per cercare di aiutarli almeno a morire in un letto.

 

«Dai suoi tempi molte cose sono cambiate, non sempre chi entra qui muore. In tanti escono curati, altri restano qui per anni» ha raccontato una volontaria italiana che lavora nel campo della medicina, arrivata a Kalighat lo scorso settembre per stare un anno. La casa è un piccolo edificio accanto al tempio di Kali, dove gli animali vengono portati in sacrificio e fiori rossi vengono venduti ovunque. È divisa in due parti, una per gli uomini e una per le donne. I letti in questa sezione sono 54, tutti occupati da donne con i capelli corti o rasati: tra le donne sane nessuna rinuncia alla sua lunga treccia. I pasti vengono serviti quattro volte al giorno: il pranzo è alle 11, e molti sono a base di riso e mango, o di qualsiasi altro alimento le suore riescano a procurarsi grazie anche alla carità.

 

Prem Dan, la casa per malati mentali, si trova in una zona molto povera della città ed è circondata da un muro per evitare violenze. «Non mandiamo via nessuno – ha spiegato la responsabile, Suor Camillus – ma è meglio che ospiti e giornalisti non mettano in mostra troppi averi quando escono di qui, e cerchiamo di farli accompagnare da qualcuno al taxi». Al primo piano della casa si trovano i pazienti che non riescono a camminare, al secondo quelli più autosufficienti. Non hanno molto da fare, i più malati vengono spostati solo quando vengono rifatti i letti, gli altri possono andare in giardino e chiacchierare tra loro, e vengono accuditi dai volontari.  Sono amici e famigliari a portare qui le persone da curare, e la maggior parte, in questo caso, non esce mai. A volte, invece, sono le suore stesse a trovare moribondi lungo la strada e portarli all’interno.

 

Nelle casa dei moribondi di Kalighat. ©developingreport.it

Su una lavagnetta vengono segnati i nuovi ingressi della settimana, le persone morte e quelle uscite dalla casa di cura. Nella settimana dal 10 al 17 maggio ci sono stati 9 nuovi ammessi, 2 curati e 1 morto, per un totale di 182 presenze. Oltre ai malati mentali ci sono anche feriti leggeri, che chiedono ai visitatori di fotografarli e sorridono all’obiettivo. I volontari svolgono una parte importante del lavoro, aiutando anche a pulire i letti la mattina. Nel periodo estivo tornano in maggioranza a casa, per evitare la stagione più calda, che a Calcutta raggiunge livelli insopportabili, e i monsoni seguenti. A novembre c’è di nuovo il pienone, e le poche suore presenti nella casa hanno un aiuto notevole oltre a quello dato da un dottore esterno.

Segue a pagina 2 

Caro lettore,

Latitudes è una testata indipendente, gratis e accessibile a tutti. Ogni giorno produciamo articoli e foto di qualità perché crediamo nel giornalismo come missione. La nostra è una voce libera, ma la scelta di non avere un editore forte cui dare conto comporta che i nostri proventi siano solo quelli della pubblicità, oggi in gravissima crisi. Per questo motivo ti chiediamo di supportarci, con una piccola donazione a partire da 1 euro.

Il tuo gesto ci permetterà di continuare a fare il nostro lavoro con la professionalità che ci ha sempre contraddistinto. E con lo stesso coraggio che ormai da 10 anni ci rende orgogliosi di quello facciamo. Grazie.