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Kiev, non solo lampioni innamorati (Tappa 4)

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Kiev, non solo lampioni innamorati (Tappa 4)

vulytsia Khreshchatyk

Levataccia  mattutina per prendere l’espresso delle 6,30 che in sette ore ci porterà nella capitale, tre ragazzi sorridenti (finalmente) seduti di fronte ci offrono le loro caramelle, le banchine delle stazioni sono gremite, adoro viaggiare in treno. “Annoncer la couleur”: faccio mia quest’espressione francese che invita a enunciare subito come la si pensa, da che parte si sta, per dire che Kiev, questa capitale dell’Ucraina che tanto ho sentito decantare, non mi è piaciuta. Non dico che non sia  bella, verdissima, grandi spazi, palazzi imponenti, scorci stupendi tra il fiume e le sue isole, la città vecchia che si sviluppa sulla riva destra del Dniepr, il Monastero Lavra sulla collina,  ma semplicemente non mi è piaciuta, per l’atmosfera che vi si respira, per certa  monumentalità staliniana, per la freddezza della sua gente, per una russificazione dominante, per la corsa al dio denaro e conseguente ostentazione di chi ce l’ha; come le persone, come le case, anche le città esprimono una loro personalità, dilati le narici e senti un certo odore, a volte non ti attira. Si tratta of course di sensazioni strettamente soggettive e discutibilissime, ma ho trovato Kiev rozza e distante come la sua gente, gli slavi non fanno per me, ho provato lo stesso disagio umano in Russia. Per fortuna lampi di poesia fanno sempre capolino dietro l’angolo, quando l’occhio incontra due lampioni innamorati,  l’idillio di due piccioni,  una studentessa d’arte che tutta concentrata fissa sul foglio i colori dei fiori del roseto, delle deliziose ragazze fragola. Maydan Nezalehzhnosti (la piazza dell’Indipendenza) è il centro pulsante della città, affaccia sulla lunghissima vulytsia Khreshchatyk, la via principale, che chiusa al traffico durante i fine settimana, diventa un’enorme isola pedonale. Osservando i giovani fare lo struscio, mai visto in vita mia un tale concentrato di belle ragazze, lasciamo stare gli uomini, rimpiangiamo con Gastone in ogni istante i mitici cubani, ma le fanciulle sono veramente straordinarie con le loro lunghissime gambe, fisici mozzafiato, il portamento fiero, un’incredibile spregiudicatezza fisica (per non dire diversamente). Colpisce l’assenza apparente di donne della mia età, dove sono le cinquantenni, le sessantenni locali? la povertà fa invecchiare precocemente, ma sono tutte a fare le badanti dei nostri  vecchi in Italia? si vedono solo  giovani o  babushke, donne dall’età indefinibile, scialle in testa e calzettoni, intente a vendere di tutto agli angoli delle strade, frutti di bosco, fiori, foulard, paccottiglia di ogni genere. Al mercato coperto di frutta e verdura Bessarabsky Rynok nell’omonima piazza sorprende un gigantesco osceno pannello che sovrasta le pareti, come dire che prima ti fai una mangiata e poi smaltisci calorie con la ginnastica e trattamenti di avvenenti massaggiatrici? Sesso, sport e dieta le nuove parole chiave  dell’Ucraina  capitalista? Kiev è stata abbondantemente distrutta durante la seconda guerra mondiale, oltre mille fabbriche ed il 40% delle abitazioni; sulla via principale in particolare, l’esercito sovietico in ritirata aveva minato tutti gli edifici trasformandoli in trappole esplosive per i soldati tedeschi. Tutto saltato in aria o devastato dal fuoco, ecco perché molta parte della città risulta  ricostruita tra il 1945 e ’85 con lo stile architettonico russo del periodo, fanno eccezione naturalmente le varie chiese, vuoi solo restaurate, vuoi recenti ricostruzioni fedeli del passato come la Cattedrale Santa Sofia, la Chiesa di Sant’Andrea e quella di San Michele. Accanto a quest’ultima, il Monumento alle Vittime della Grande Carestia. Tra il 1932 ed il  ’33 sono morte di fame da tre a cinque milioni di persone, malgrado i campi di grano tutt’intorno, malgrado i magazzini statali pieni di viveri. La ragione si trova nella collettivizzazione forzata delle campagne voluta da Stalin. L’Ucraina indipendente di oggi ha definito Holodomor questo genocidio negato per anni dalle autorità sovietiche. Straordinario e non a caso Patrimonio dell’ Umanità il monastero Kievo-Pecherska Lavra, complesso di più chiese dalle cupole dorate che si estende per 28 ettari sulla collina erbose sovrastanti il fiume Dniepr, per i pellegrini ortodossi il luogo più sacro del paese. Con la fedele lonely planet in mano ci facciamo tutto l’itinerario consigliato a piedi, occasione per vedere una statua di Lenin ancora sul  piedistallo, l’affascinante Andriyisky uzviv, (dove abitava negli anni giovanili Bulgakov, il famoso scrittore del “Il Maestro e Margherita”),  strada in discesa tutta in pavé che collega Podil, l’antico quartiere del porto e nucleo primario abitativo sopravvissuto quasi indenne alla guerra con la parte alta della città (c’è anche una pittoresca funicolare), l’Università dipinta di un incredibile rosso, la Casa delle Chimere, con animali e doccioni dal profilo demoniaco, la Sinagoga Centrale infine, completamente ricostruita, che ospita la grande comunità locale. Non siamo andate a Babyn Yar alla periferia della città, dove nel ’41 è iniziato il primo massacro sistematico di ebrei ucraini, per cominciare i 34.000 residenti di Kiev, trucidati e gettati nel burrone, poi fra le centinaia di migliaia venuti a morire nel campo di concentramento anche ucraini, rom, dissidenti politici, partigiani. Non siamo andate neanche al Museo Chornobyl in città ed alla Centrale stessa  poco distante a nord-est; difficile guardare anche se da lontano tutti questi orrori. Finalmente ci imbarchiamo, la crociera sul grande fiume Dniepr comincia,  la motonave Marshall Koshevoy  salpa.

Testo e foto di Sara Nathan

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