Ora si presenta in questo modo: un lungo viale, (chiamato un tempo “Promenade” dai reclusi) aperto in mezzo ai due campi, sono gli alberi ormai cresciuti a fornire l’unica delimitazione delle due aree. Ma non è stato sempre così, in tempi neanche poi tanto remoti, dal 1939 al 14 maggio 1948, giorno dell’Indipendenza dello stato di Israele, ci sono stati reti e filo spinato come recinzione, donne e bambini nel campo a sinistra, uomini e ragazzi a destra. Le famiglie erano dunque divise, ma dalle 3 alle 6 del pomeriggio le porte si aprivano e gli uomini potevano incontrare ed abbracciare mogli e figli. Come per ogni campo che si rispetti c’erano sentinelle, soldati armati e 6 torri di guardia, ne è rimasta una. Dal 1920 al 1948 la Palestina è stata sotto Protettorato Britannico. Dal ‘39 gli inglesi avevano stabilito delle severe quote di immigrazione che variavano ogni 6 mesi; il White Paper, l’autorizzazione ad entrare nel paese veniva concessa grossomodo a 1500 persone al mese. Il flusso incontenibile che tentava la fuga dall’Europa nazista rappresentava agli occhi degli inglesi un arrivo illegale da fermare con ogni mezzo ( controllo della costa con postazioni radar e navi vedetta, sorveglianza aerea), interpretazione, questa, inaccettabile per lo Yishuv, l’organizzazione della comunità ebraica in Palestina. Questa era la baracca della disinfestazione, primo luogo in cui venivano portati i nuovi arrivati. Dovevano spogliarsi, mettere i vestiti in una grossa centrifuga, venivano spruzzati di DDT ed invitati a fare la doccia. E se non era acqua ma zyklon B? Chi aveva conosciuto direttamente o indirettamente l’esperienza dei campi di concentramento in Europa era traumatizzato e si rifiutava; da alcune testimonianze del centro di documentazione del campo risulta che a volte i soldati inglesi facevano loro stessi la doccia per convincere e rassicurare la gente. Nel campo c’erano 80 baracche, caldissime d’estate e gelide in inverno poiché era vietato accendere il fuoco all’interno. Servivano a molteplici attività: luogo di incontro, scuola, biblioteca, discussioni politiche, lavori manuali, spazio per fare musica. Le guardie contavano ogni sera le persone e per la notte le porte venivano chiuse. La permanenza media nel campo era di 6 mesi, ma poteva variare secondo i casi da pochi giorni fino a due anni. Gli internati soffrivano per la detenzione, per l’incertezza in cui vivevano, per decisioni militari e politiche che risultavano assurde; svariati gli scioperi della fame di protesta. Questa la ricostruzione di una baracca-abitazione in cui potevano ammassarsi da 30 a 70 persone a seconda dei periodi e dei flussi migratori. In assenza di qualsivoglia struttura, i sacchi con le poche cose pendevano dal soffitto. Con le nazionalità revocate in molti stati europei e la conseguente espulsione, con la Germania nazista imperante, con il rifiuto di accoglienza da parte di quasi tutti gli Stati del mondo, l’immigrazione illegale in Palestina ha rappresentato, per moltissimi l’unica speranza di sopravvivenza e un polmone di ossigeno per la comunità ebraica già esistente sul territorio che sognava finalmente un proprio stato indipendente. Eppure…….. Eppure si può essere felici in un campo di internamento? Si può gioire senza libertà e con la propria famiglia divisa? Si, lo raccontano i volti di tutte le fotografie, immagini che riempiono quattro intere pareti di una stanza ricostruita come la tolda di quella nave che li ha salvati. Qualcuno all’arrivo ha potuto riabbracciare i suoi cari, c’è la speranza, prima o poi si uscirà, fuori da quei cancelli attendono un paese nuovo ed una vita nuova, possibile pensare di ricominciare a vivere. “I wish to see you a prisoner of the British” pare si augurassero in molti durante le tormentate navigazioni. Fra tedeschi o inglesi c’era forse da pensarci un attimo allora? Sulla vecchia strada costiera che da Tel Aviv porta a nord, poco dopo Cesarea e a 16 chilometri prima di Haifa, c’è il Campo d’Immigrazione Clandestina di Atlit, costruito durante gli anni del mandato britannico in Palestina. La storia di questo luogo rappresenta un capitolo imprescindibile di Israele. Fra il 1934 e il 1948 hanno tentato l’approdo con alterne vicende 141 navi con circa 121.000 persone. Le navi venivano intercettate, le persone a bordo considerate immigrati illegali e condotte, quelle fortunate, ad Atlit, le altre espulse e internate a Cipro o persino alle Mauritius per non parlare delle imbarcazioni affondate e dei tanti morti. Fra il 1946 ed il ‘48 sono stati prigionieri qui anche vari membri delle organizzazioni clandestine ebraiche che lottavano per la futura indipendenza di Israele. Dopo il ‘48 il campo è servito come centro iniziale di raccolta per gli arrivi dei flussi migratori e poi anche come luogo di detenzione provvisoria per soldati arabi durante la crisi del canale di Suez nel ‘56 e nel ‘67 dopo la guerra dei 6 giorni. Caduto in disuso e quasi completamente smantellato negli anni 70, The Society for Preservation of Israel Heritage Sites costituitasi nel 1984 si è impegnata a ristrutturare il luogo e farne un centro di documentazione e testimonianza per i Ma’apilim, gli immigranti clandestini. A molti questo post non interesserà, ma è una pagina di storia e c’è chi l’ha vissuta drammaticamente in prima persona, come mia madre che ad Atlit ci ha passato solo pochi giorni (c’era il ricongiungimento familiare col fratello già in Palestina che poteva accoglierla), come mio padre, che ad Atlit ha passato otto mesi della sua vita.
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