Cambogia. Phnom Penh, capitale gentile

Figlia acquatica del Tonlé Sap e del Mekong, è stata definita “La Perla d’Asia”. La “storia” non le ha risparmiato nulla: dominatori e invasori antichi e moderni. La ricetta odierna è comunque semplice: modernità a piccole dosi, ricordi dolorosi e tradizioni ben vivi, ma senza angosce.

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E’ un bar-terrazza a forma di ferro di cavallo, l’FCC (Foreign Correspondents Club of Cambodia) noto in tutto il paese e anche all’estero, perché frequentato per anni da diplomatici e giornalisti che qui, rispettivamente, smistavano dispacci e raccoglievano notizie più o meno riservate in periodi storici non facili, specie durante gli ultimi sussulti dei terribili anni dei Khmer rossi. Nel bar-ristorante veranda, con ampi spazi aperti che danno sul fiume, si sorseggiano bevande o si gustano piatti locali e internazionali in assoluta tranquillità; il locale è  reso comunque vivace dalla presenza costante degli abitanti di Phnom Penh e dei molti visitatori stranieri. D’altra parte, il panorama è splendido. Il bar è situato sul  Preah Sisowath, il lunghissimo lungofiume che parte a nord dal ponte dell’amicizia cambogiana-giapponese, per terminare a sud in prossimità dell’Istituto di studi buddisti. Proprio dove il ramo del Tonlé Sap, sul quale il bar FCC affaccia, si unisce al Mekong e poco più a valle si dirama nel Bassac River. Se la storia e la vita della Cambogia è fascinosa e complessa, questa parte della capitale ne condensa i significati più profondi: una nazione figlia delle acque del grande lago centrale e dei numerosi fiumi che la percorrono da nord a sud; primo fra tutti, il maestoso Mekong. Forse è solo una piccola storia recente, quella del bar FCC, ma significativa, perché teatro di palpitanti cospirazioni di pace, dopo anni di buio e di immenso dolore.

La collina della Dama Penh

Esistono molte versioni e svariate leggende sull’origine della nascita della capitale cambogiana. Nell’intento di ottenere un’interpretazione per così dire “ufficiale”, nei primi anni del Novecento il re Sisowath in persona diede incarico ai monaci dell’Istituto buddista di risolvere il dilemma, spiegando come s’erano svolti i fatti,  sulla scorta delle narrazioni antiche. Nell’agosto del 1920 i monaci diedero al re la loro risposta. Nell’anno 1432 ad Angkor la Grande, l’antica capitale, era stato imposto un governatore siamese e gli Khmer, sentendosi abbandonati dagli dei, se ne volevano andare verso sud. E qui, nella parte meridionale del paese, proprio nel luogo dove sarebbe in seguito sorta Phnom Penh, viveva una dama chiamata Daun Penh, che abitava una casa prossima a una collinetta di forma conica, lungo la riva del fiume. Durante uno dei frequenti straripamenti a causa delle abbondanti piogge, la dama notò flottare sulla corrente un gigantesco albero di koki completo di foglie. Fattolo tirare a riva, vide che nel tronco c’erano quattro immagini in bronzo del Buddha e una statua di Preah Noreay, il Vishnu “portato dai flutti”. La dama Penh intuì che gli dei avevano deciso, abbandonata Angkor, di scegliere la sua abitazione per stabilirvisi. La donna, con l’aiuto degli abitanti, fece innalzare la collinetta prossima alla sua casa per farne una vera collina: un “phnom”, sulla cima del quale, col legno del koki, fece costruire un santuario nel quale diede dimora alle quattro statue del Buddha, riservando all’immagine di Preah Noreay una piccola cappella alla base della collina. Oggi, questo luogo, è il centro di Phnom Penh, venerato dai fedeli e meta di un gran numero di pellegrini e di visitatori, attratti anche dall’elefante che qui vive e accetta cibo da chi glielo vuole offrire.

Città di movimento e di minuti commerci

La capitale cambogiana è una città che può essere ancora definita a “misura d’uomo”. Ci sono i grattacieli, certo; specie quello di 32 piani della Canadian Bank e altri ancora, sedi di hotel, di compagnie commerciali e finanziarie. Fra qualche anno il panorama cittadino cambierà sicuramente aspetto, ma oggi la città è gradevole da visitare e non dà alcun senso di “oppressione”, a differenza di altre metropoli, specie quelle asiatiche. E’ una “testa” grossa in un corpo piccolo, Phnom Penh; sia per il numero di abitanti (oltre i due milioni) sia perché è l’unica grande città del paese. Le testimonianze architettoniche coloniali sono ancora ben visibili in molte vie della capitale, ma gli edifici in genere non superano i tre, quattro piani. Tutto, o quasi tutto, è “trafficato” in strada, agli ingressi o davanti alle vetrine dei negozi. Sono i locali dei piani bassi, infatti, quelli ad avere canoni d’affitto più alti; più economici risultano i piani superiori, adibiti ad abitazione. Ne consegue che i cambogiani “vivono” in strada: vendono i loro prodotti, accatastati nei negozietti del pianterreno e sui marciapiedi, luogo nel quale consumano anche i pasti. L’enorme, incessante via-vai di auto, moto, tuk-tuk (moto con cabina passeggeri al traino) bici, tricicli, bus e taxi, non è intenso come quello di Saigon, ma dà tuttavia l’esatta misura di una città viva e indaffarata, dall’alba al tramonto.

Mercati, cuore pulsante della Cambogia

Passeggiando per la città, ci si rende conto che le “anime” più importanti della capitale sono tre: quella preponderante e popolare, che trova la sua naturale collocazione nelle strade e nei mercati; quella religiosa, con i numerosi Wat (templi, monasteri) dei quali rimangono magnifiche testimonianze e quella infine del potere, dei grandi uomini e dei grandi palazzi che hanno tracciato la storia di questo bellissimo paese. La Cambogia, per come si presenta e per come vive, dà al visitatore la gradevole sensazione di essere un luogo nel quale è bello trascorrere un periodo più o meno prolungato della propria vita.  Per assaporare compiutamente questa “immersione” popolare, è sufficiente visitare i mercati di Phnom Penh. Il più imponente è senza dubbio il Phsar Thmey (Mercato Nuovo) con la sua cupola gialla alta 45 metri e con i quattro bracci che da essa si allungano a croce. L’edificio, costruito nel 1937, è molto vasto; copre una superficie di ben 6380 metri quadrati e offre di tutto: oggetti come prodotti alimentari. I banchi sono raggruppati per settore merceologico e in quelli delle carni e del pollame si possono consumare pasti veloci, preparati dagli stessi venditori. Il bello è che, usciti dal mercato coperto, nelle vie adiacenti vi sono altri banchi e spazi che vendono a loro volta ogni sorta di mercanzia. Grande lavoro è poi quello dei banchetti cambiavalute; ve ne sono moltissimi per cambiare in Riel i Dollari. I cambogiani non amano molto le banche e se hanno quantità di denaro in eccesso acquistano oggetti d’oro e monili che a loro volta, in caso di necessità, vengono ricomprati da questi “banchieri” di strada. Dalle sei del mattino alle cinque del pomeriggio funzionano a pieno regime. Gli altri mercati ugualmente interessanti di Phnom Penh sono il Phsar Chas (Mercato Vecchio) situato negli antichi quartieri coloniali e “specializzato” in frutta, verdura e pesce. Frutta e ortaggi di migliore qualità si possono trovare invece al Phsar Kandal, un mercato del centro. Caratteristico è anche il mercato russo Phsar Tuol Tum Pung, che negli anni Ottanta disponeva di merci russe e di altre nazioni, contrabbandate dal Vietnam e dalla Thailandia.

Pagode e Palazzi

Le cronache raccontano che circa la metà dei monumenti di Phnom Penh è stata distrutta dai Khmer rossi, dopo il colpo di stato che li ha portati al potere nell’anno 1975. La “chiusura” ideologica verso la cultura precedente, ha senza dubbio prodotto danni morali e materiali ai cambogiani. A differenza della cattedrale cattolica, completamente rasa al suolo, non sono pochi i Wat (antichi templi-monasteri edificati nel corso dei secoli) sopravvissuti alla furia devastatrice dei Khmer rossi. Il monumento più importante è la spettacolare Pagoda d’Argento (Silver Pagoda), conservata nel grande spazio del palazzo reale, testimonianza della ricchezza della cultura Khmer; quello più conosciuto è però il Wat Phnom, nato con la città stessa per merito della Dama Penh. Belli da visitare e da apprezzare sono poi il Wat Ounalom, nel quale risiede la massima autorità spirituale dei cambogiani, il Venerabile del Buddismo Mohanikaym; quindi la Pagoda del Loto (Wat Botum) e quella Wat Svay Popé (Pagoda dei manghi e delle capre) il cui nucleo originario risale al XV secolo. Infine altre due pagode molto conosciute: la Wat Lang Ka e la Wat Moniram. Tra i palazzi della città emerge per bellezza e importanza quello Reale con la sua splendida Sala del Trono, sormontata da una guglia alta quasi 60 metri; numerose sono poi le Pagode conservate nel grande spazio dell’immenso complesso architettonico. A Phnom Penh merita una visita l’Hotel Royal, una costruzione classica degli anni Trenta, poi la Biblioteca Nazionale, il palazzo del Governatorato, il Museo Nazionale e il Tempio Taoista Chao Cheu, che conserva la statua dell’Imperatore di Giada. Infine, per chi vuole farsi del male, c’è sempre la possibilità di visitare il famigerato Carcere S21 dei Khmer rossi. Ma sarebbe un peccato, perché l’innata gentilezza e  disponibilità dei cambogiani andrebbero preferite.

Testo di Federico Formignani    Foto di Lucio Rossi

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