ISRAELE (18) Ron Arad a Holon

Miriam mi regala un suo venerdì e ce ne andiamo in avanscoperta. La nostra meta è il Museo del Design progettato da Ron Arad a Holon, una cittadina della cintura della grande Tel Aviv. Il museo è recentissimo, ha aperto i battenti nel marzo di quest’anno, così l’amica prende due piccioni con una fava, mi scorrazza generosamente in macchina, ma vede anche lei una nuova realizzazione che ancora non conosceva.

Di Holon mi raccontano meraviglie, non perché sia particolarmente bella, in fondo si assomigliano tutte queste aree urbane spuntate dalla sabbia nei sobborghi di Tel Aviv, una cementificazione non indifferente ( rimangono tuttavia delle dune originarie con la loro flora e fauna caratteristiche),  ma per il suo sindaco. Già, è  in carica da circa 10 anni perché è onestissimo, incorruttibile (anche a queste latitudini quanto a scandali politici non scherzano), ma soprattutto ama la sua città e la cultura, su cui ha investito ed investe tantissimo.  Evidentemente la città dispone di risorse finanziarie perché pare essere la seconda area più industrializzata di Israele dopo Haifa, ma quanti fondi in giro per il mondo sono canalizzati male o  finiscono in chissà quali tasche e non  per la gente e per le opere per le quali sono stati destinati? Morale della favola, a Holon, 200.000 abitanti circa, ci sono un festival annuale dedicato alle donne di musica e canzoni, un campo estivo di musica organizzato nientemeno che da Daniel Barenboim, un Carnevale con carri durante la festività ebraica di Purim, tanto verde con parchi e giardini, un Museo per i bambini (foto)  ed una Mediateca per i giovani ( foto), un Istituto Universitario  prestigioso di Tecnologia (vi si studia tecnologia applicata, dunque anche design) e adesso l’ultimo nato, il Museo del Design. Se questo sindaco viene a Milano, lo voto. Cinque  bande irregolarmente circolari e di vario colore costituiscono la spina dorsale dell’edificio, struttura architettonica  particolarissima e di grande effetto; in ogni punto sia la prospettiva esterna che quella interna cambiano e naturalmente gli scorci della città intorno, sensazione francamente coinvolgente; prenderci poi un succulento israeli breakfast con tanto di croissants e marmellatine in quella scalinata da Wanda Osiris super moderna è stato veramente gratificante. C’era una mostra di 12 grandi designer internazionali su moda e materiali del futuro “Mechanical Couture”, la macchina come parte integrante del processo creativo e del prodotto finale stesso, per esempio una scarpa con le dita dei piedi incorporate, reggiseni trasparenti in silicone (così magari nel 2032 non ci sarà più bisogno di farsi le tette finte) vestiti su manichini robotici costruiti con parti di aspirapolvere con tanto di cane al guinzaglio e ciotola d’acqua robotici pure loro di  Issey Miyake (exhibition XXI Century Man). No comment, il giapponese sarà anche un grosso nome, ma eravamo sconcertate.
Sulla via del ritorno poi, a Tel Aviv, sosta al parco Wolfson, e per questa dritta devo ringraziare la scrittrice Elena Loewenthal e il suoavvincente testo “Tel Aviv” (ed. Traveller Feltrinelli). Nessuna guida di viaggio ne parla e nessuno me l’aveva segnalato, ma  sull’intera copertina del libro c’è una stupenda foto di questo paesaggio metafisico e fa venire proprio voglia di andarlo a visitare.Questo parco per me di  dechirichiana memoria è una creazione dell’artista Dani Karavan. Scultore israeliano uscito dal prestigioso Istituto Betzalel di Gerusalemme e formatosi anche in Italia e Francia, difatti vive a Parigi, l’Unesco gli ha conferito il titolo di “Artist of Peace” per il significato simbolico delle sue opere ed è grazie ai suoi studi sull’architettura Bauhaus di Tel Aviv che si è iniziato in anni relativamente recenti il restauro e la rivalorizzazione di tanti edifici della “città bianca” e la conseguente nomina a Patrimonio dell’Umanità. Nel deserto del Neghev, poco distante da Beer- Sheva e dal confine con l’Egitto avevo visto 3 anni fa  una sua scultura che mi aveva molto colpito e che avevo pubblicato nel post “Neghev, kibbutz e Eilat”.  – Come un ponte fra due  mondi- l’avevo percepita, senza conoscerlo e senza sapere che è proprio la sua cifra artistica quella di creazioni monumentali che  si fondono nel paesaggio e vogliono essere portatrici di riflessione e dialogo.

Testo e foto di Sara Nathan

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