Puglia di inverno

Un viaggio inedito in una stagione fredda. Un’altra Puglia quella d’inverno. Un cambio d’abito, un ritocco di scenografie e colori, nuove musiche, ed ecco che lo spettacolo continua. Lontano dagli occhi dei turisti ma più viva che mai.




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….e l’ultimo chiuse la porta! Finisce così, di solito, l’estate nel lembo più a sud d’Italia, con il 31 agosto quando l’ultimo dei vacanzieri tira giù il sipario e sparisce dietro l’ombra di un intero anno. La Puglia si spegne. Si chiudono i teatrini delle feste. Le piazze si svuotano. Borghi e slarghi ritornano alla loro intimità domestica. Qua e là compaiono scritte: “chiusi per ferie” mentre le bande musicali, spesso finite maldestramente in vortici di popolarità, tirano sospiri di sollievo e si dileguano stremate da continue repliche di pizziche, tamburelli e nacchere. L’estate è improvvisamente finita. Ora c’è solo il letargo invernale. Un inverno che frena, congela ricordi, echi, frastuoni, congela ma non distrugge. Anzi, al contrario è l’inizio di un altro interminabile giro di giostra. Il sipario puntualmente si alza ai primi chiarori dell’alba. Il treno che effettua il collegamento è sempre lo stesso in ogni stagione: ICN Torino-Lecce. Quando apri gli occhi è perché hai dormito tutta la notte e stai già percorrendo la “Terra rossa” di Puglia. Apri gli occhi e confusamente cerchi di mettere a fuoco qualche trama degli stralci di paradiso che incrociano il tuo viaggio. Sono forme, colori, sagome tanto naturali, quanto contorte. Apri gli occhi. Non sai bene perché, ma ti senti felice. Scendere alla stazione di Fasano è come sbarcare negli anni 50. Qui è tutto come sempre. Non riesco a confessarlo apertamente, ma forse la bellezza di questa Terra passa proprio attraverso la sua “fissità”.E’ inverno, fa freddo. Il clima non è certo di quelli che ti invitano a passeggiate all’aria aperta, eppure mi lascio improvvisamente catturare dal desiderio di scoperta mettendo in discussione il concetto, piuttosto naturale per certe mete, di sonnolenza fisiologica stagionale. Alzo gli occhi alla collina, alla distesa di macchia mediterranea; ai lecci e agli uliveti che mi accompagneranno nell’entroterra sino a Martina Franca e sorniona gioisco di bellezza. Secondo Dostoevskij “La bellezza salverà il mondo”, io dico semplicemente che potrebbe dare una grande mano a questa regione. Da Martina Franca ad Ostuni ci sono circa 30 chilometri di distanza. Sullo sfondo, paesaggi che richiamano l’arte. Stradine di campagna che si perdono in andirivieni di muretti a secco fino a sorprendere la maestosità degli ulivi secolari. Qui, all’ombra dei “Giganti del Mediterraneo” (nome del progetto) scopro che il WWF, proprio nell’anno della biodiversità, ha premiato con il voto della giuria popolare un gruppo di agricoltori biologici ostunesi che da anni coltivano ulivi monumentali nel rispetto del paesaggio e della legalità. Saluto Ostuni, anche se in testa mi rimane la parola “Biodiversità”. Per chi conosce la zona, sa che non è difficile perdersi, vista la fitta ramificazione di strade e stradine secondarie. Viottoli e tratturi che inaspettatamente mi portano a casa Pomona. Sono arrivata al ‘Conservatorio botanico’ per la tutela di giardini e frutteti. Sono entrata a casa di Paolo e Martine, le persone (lui milanese, lei francese) che dal 2004 hanno fissato in questa contrada di campagna fra Martina Franca e Cisternino la sede dell”’Associazione nazionale per la valorizzazione dell’agrobiodiversità.” E’ una grande scoperta! Paolo mi racconta la sua esperienza; il suo lavoro di ricerca e sperimentazione scientifica per la salvaguardia delle varietà tradizionali di alberi da frutto a rischio di estinzione della Valle d’Itria (la valle dei trulli) e degli habitat della flora spontanea locale. Un lavoro unico nel suo genere. Passeggiamo per ore nei terreni di Pomona, in questi campi di terra rossa dove ogni albero e ogni varietà ha una storia precisa. Paolo mi racconta delle circa 650 varietà di alberi da frutto, delle specie minori come gelso, kachi, giuggiolo, giuggiolo gigante, nespolo germanico, sorbo, corniolo, azzeruolo, biricoccolo, cotogno, noce, nocciolo, mandorlo; una lista interminabile che ha dell’incredibile. Qui ci vengono le scuole di ogni ordine e grado per laboratori didattici; è il luogo intorno al quale ruotano una serie di collaborazioni e ricerche con l’Università di Lecce. E’ da qui che Paolo e Martine lavorano in team con enti nazionali ed internazionali per lo sviluppo di progetti di educazione alimentare e per diffondere la cultura della sostenibilità ambientale in tema di acqua, di riciclo e dell’uso di fonti di energia rinnovabili. Altra scoperta inaspettata è rappresentata  dal vigore del teatro pugliese. Si tratta di un progetto avviato nel 2008 e rinnovato lo scorso settembre per altri 3 anni che convoglia nella casse della creatività locale risorse europee per un valore di 3.000.000 di euro. E non si tratta di mera liquidità. L’iniziativa “Teatri abitati” oltre a riattivare in totale 18 compagnie teatrali (una vera sferzata per il mercato del lavoro) ha strappato allo stato di abbandono – condizione per la partecipazione e l’accesso ai finanziamenti – ben 11 spazi inutilizzati; uno fra tutti il “TaTà” di Taranto. La curiosità mi porta a raggiungere le ciminiere dell’Ilva dove, nel quartiere ‘Tamburi’, famoso purtroppo per gli alti livelli di inquinamento e per il suo stato delinquenziale, sorge il ‘teatro rianimato‘. Insomma un quartiere off-limits, dove (ed è questa la novità) si offrono sprazzi di normalità fatta del lavoro di una compagnia teatrale come possibile risposta al malcostume e al degrado. Una risposta concreta che si unisce a quella dei tanti “Laboratori Urbani” (al momento se ne contano circa 170) che come i funghi sono spuntati su tutto il territorio pugliese. Il la, ancora una volta, è un bando regionale per la riqualificazione socio-urbana di aree considerate da archeologia industriale. Ad essere coinvolti, edifici scolastici in disuso, palazzi storici abbandonati, ex monasteri, mattatoi, mercati e caserme che i finanziamenti del progetto mirano a ristrutturare, arredare, attrezzare per diventare nuovi spazi pubblici per i giovani. Luoghi di uso sociale, atti alla sperimentazione di nuove tecnologie; luoghi per i servizi per il lavoro, la formazione e l’imprenditorialità giovanile, così come spazi espositivi, di socializzazione, per l’arte, lo spettacolo e il recupero delle tradizioni.Un’economia della creatività si diceva, giustappunto; un sistema pensato per la creazione e affermazione di nuove professionalità, specificava Silvia Godelli. Ecco! Il caso di Vincenzo De Luci, con la sua tromba e la sua disabilità, rientra esattamente nella filosofia dell’Assessore al Mediterraneo. Tutto succede a riflettori spenti. In una chiesetta di campagna nell’agro alberobellese; altri 30 chilometri, ma in direzione nord, stavolta, puntando verso Bari. In una serata qualsiasi, lontana dai festeggiamenti natalizi, mi ritrovo coinvolta in uno spettacolo (gratuito) di una bellezza e profondità da pelle d’oca. Inizialmente non so bene di cosa si tratti, ma corro il rischio: l’articolo parlava di musica jazz! Entro in chiesa e il primo spettacolo è vedere nugoli di persone assiepate – bambini, anziani, ragazzi – in religioso silenzio catturate dalle note di un artista speciale: un disabile, un tetraplegico. Mi chiedo come si fa a continuare a vivere quando ti casca il mondo addosso! Quando dall’oggi al domani ti svegli (ed è già un miracolo) e nulla è più come prima, compresa la tua fisicità, la tua prospettiva di vita, i tuoi sogni! Mentre ascolto le vibrazioni della tromba di Vincenzo (esattamente un prototipo di tromba a coulisse che permette di suonare con il braccio sinistro, unico arto ancora parzialmente utilizzabile) penso alla forza di volontà che ha avuto questo ragazzo nello sfuggire alla morte, nel dedicarsi sei anni di studio e lavoro continuo con un unico obiettivo: tornare a suonare! La musica e la tecnologia lo hanno salvato.  E’ ripartito ufficialmente la scorsa estate con un progetto tutto suo, una partitura scritta senza l’uso delle mani su Mac, grazie ad una strumentazione pensata ad hoc per tetraplegici che utilizza l’ausilio di un puntatore catarifrangente posizionato sul naso. A raccontare questa capacità pugliese che sta diventando progettualità ed impresa, ci sono anche i bambini della Fondazione Grassi di Martina Franca con i loro laboratori di didattica e produzione musicale. In uno scenario, punto di riferimento internazionale per l’opera lirica, ecco come la musica, attraverso il gioco, coinvolge i bambini. Durante la 37° edizione del rinomato “Festival della Valle d’Itria” questi giovanissimi talenti della scuola primaria andranno infatti in scena, come da cartellone, con l’Opera-gioco di Hindemith, “Costruiamo una città”.





Ultima nota, in questo dolce girovagare culturale fra anfratti e slanci di Puglia è un inno alla musica della “Municipale Balcanica”. Plauso che va, indipendente dalla bravura del gruppo di Terlizzi,  all’antica cultura popolare delle bande di paese dove “quelli” della Municipale hanno mosso i primi passi in campo musicale. Una cultura classico-operistica evidentemente aperta al nuovo che oggi si fonde con i Balcani ed effettua incursioni nella tradizione yiddish, così come sdogana canzoni tradizionali dell’Est.
Una roboante musica strumentale fatta di sonorità gioiose, culto e sintesi di una creatività tutta mediterranea.


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