California dreamin’

Dalle discese innevate in sci alle cavalcate sulle onde in surf. Dai 40 e anche 50°C della Death Valley ai – 20°C del Big Bear a un centinaio di miglia da Los Angeles. Da Hollywood e le celebri strade dei divi, ai Parchi Nazionali deserti. La California è un piccolo mondo a parte. Provare per credere.

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Non ho le scarpe adatte, mi dice implacabile l’addetto alla seggiovia. Neppure gli sci ai piedi. Niente da fare, troppo pericoloso, non posso salire. Se scivolo e mi faccio male? Si è mai visto qualcuno rimandato indietro in un nostro impianto sciistico? Ma qui siamo negli Stati Uniti e sapete come sono le leggi americane. Se ti fai male puoi mettere in piedi cause milionarie. Così non se ne parla di salire sulla seggiovia con le mie scarpe di buon cuoio inglese, perfino con suola di gomma ma ritenute insufficienti. Mica ti porti scarponi da neve in viaggio in California. Perché siamo in California e non pensavi davvero di avere a che fare con la neve nel Golden State. Perché l’icona classica è quella dei bay watcher e dei surfisti californiani. Mica degli sciatori californiani. “Real snow”, dice con enfasi il depliant. “Neve vera, neve davvero” tradotto, e sembra che voglia convincere gli stessi californiani. Chissà se giù a Los Angeles, tra i surfisti e i palestrati di Venice, sanno che qui si scia. Che sorpresa la California d’inverno.

Per fortuna c’è un rimedio. In un paio di minuti ti procurano un paio di “catene” da scarpa, specie di ramponi da applicare alla suola che trasformano le mie Church’s in calzature da ghiaccio. Dieci dollari. E posso salire sul seggiolino biposto trascinato su a volo d’uccello su boschi di pini e di abeti perfettamente identici ai nostri boschi alpini. Però è una seggiovia, come dire, tenera, questa, di quelle che da noi usavano negli Anni ’80, nemmeno l’ombra dei palloni di plexiglass che proteggono dal freddo e dal vento degli impianti ipermoderni, non ci sono neppure i poggiapiedi. Si sta con gli sci penzolanti nel vuoto e il vento gelido che schiaffeggia la faccia. C’è solo la vecchia barra di ferro per non cadere giù. Sale ripida verso una pista liscia, semplice e diritta che si riesce a vedere per intero, tanto è breve. Qualche centinaio di metri di lunghezza, forse. Se ne intravedono altre lì intorno, disegnate in mezzo ai boschi, ma finiscono tutte su alla sommità di una montagna modesta, dalla cima arrotondata. Un’altra cima spunta all’orizzonte verso est. Altrettanto bassa. La neve è buona, gli sciatori si danno da fare come fossero sulla Streif di Kitzbühel o sui nove chilometri della Trametschcon di Bressanone, o sul muro del Paradiso del Tonale. Non fa niente se il paesaggio non ha la maestosità delle Dolomiti o delle Montagne Rocciose. E neppure il prestigio di Aspen. Anche se in un angolo isolato, in un quartiere snob, di ville e chalet, abitano i Forrester, eroi, virtuali, di Beautiful. Gli sciatori sono colorati come nel resto del mondo, gli snowborder bizzarri come vuole la tradizione e il parcheggio appena più in là della partenza della seggiovia è strapieno di Suv d’ogni tipo. Insomma una stazione sciistica con tutti i crismi. Solo che non te l’aspetti qui, a un centinaio di miglia da Los Angeles. Si chiama Big Bear, nel San Bernardino National Forest, magnifico parco naturale californiano, cittadina con cinquemila abitanti, due montagne, un lago che sembra un lago dolomitico come quello di Braies, chalet foderati di legno che sembrano portati qui dal Tirolo o dalla Valgardena solo che non hanno i gerani rossi ai balconi. Scarponi da neve e piumino, quindi, se ci andate d’autunno o d’inverno, scarpe da passeggiata alpina negli altri mesi. Perché quando va via la neve Big Bear e dintorni diventano verdi vallate da escursione, piene di sentieri e profumi di pino e muschio. Insomma una California che non ti aspetti. Non la solita California da esportazione. Ma non ci arrivi per caso. “Bisogna scoprire anche questo aspetto del nostro paese” ti dicono negli uffici turistici, e capisci che ci tengono che si salga su per strade che ricordano il passo del Gavia a vedere anche questa stranezza. Magari anche per stabilire un record: passare, nello stesso viaggio e nello stesso Stato dai più 40, perfino 50 gradi della Death Valley, al sottozero variabile del Grande Orso che d’inverno può toccare normalmente i meno 20 con la punta storica di meno 32 in una memorabile giornata del 1979.

Los Angeles è solo ad un centinaio di miglia a ovest, 160 chilometri. Ed è, naturalmente, il punto di partenza obbligatorio di un viaggio in California. Dodici milioni di abitanti divisi in 140 etnie diverse che parlano 224 lingue diverse, amministrati da 88 municipalità (che non si capisce fino in fondo cosa voglia dire e che autonomia abbiano), infiniti quartieri di case basse che partono dai grattacieli della Down Town e si allargano in una spianata infinita, salgono sulle colline, si accalcano sulle spiagge del Pacifico e sfumano piano piano nel nulla verso il deserto. Ricchezze esibite, povertà nascoste, immagini sfolgoranti e miserie. Ma alla fine si finisce tutti, noi turisti, negli stessi celebrati luoghi. E prima di tutto nel mezzo miglio più famoso del mondo: Rodeo Drive dove Julia Robert pretty woman viene scacciata dalle commesse di uno dei negozi più costosi del mondo e poi si vendica. Se siete vittime del divismo è il posto giusto perchè può capitare di vedere passeggiare, preceduto e seguito da gorilla, Sylvester Stallone, o Sharon Stone, che abitano lì sopra, a Beverly Hills insieme ad una serie di colleghi. Se vi piacciono le auto basta stare fermi cinque minuti all’angolo con Olympic Boulevard per vedere passare le auto più costose, e meno di serie, del pianeta, guidate dai ricchi più esibizionisti del pianeta. Naturalmente una volta a Los Angeles avrete un’auto a noleggio perché Los Angeles senza auto è impossibile. E allora un consiglio: vagate, vagate senza meta, seguendo un viale alberato di palme, prendendo a caso una strada che sale in collina, e poi tornateci di notte perché il panorama di luci sulla spianata di Los Angeles incanta tutti, entrate dentro i grandi pacifici quartieri residenziali della periferia immaginando la vita nella case di legno con il giardino intorno, il barbecue, le sculture animate di legno che si muovono con il vento, perché Los Angeles è anche fatta di persone comuni, imbottigliatevi su una delle autostrade che portano e portano via dalla città, piano piano, perché Los Angeles non è una città frenetica. Poi tentate di raggiungere la scritta Hollywood piantata sulla collina per la foto che fanno tutti, insieme a quella davanti alla scritta Beverly Hills o Sunset Boulevard. Che siate appassionati cinofili o no il giro turistico agli Universal Studio è quasi d’obbligo perché vedere la Peugeot del tenente Colombo, o le ambientazioni più famose, da Psycho a Lo Squalo, è affascinante. Poi le spiagge. Prendete la costiera e sfiorate l’oceano. Santa Monica, Malibu, Marina del Rey, Redondo, Venice, tutte uguali ma tutte diverse. Santa Monica elegante, Venice trasgressiva, Malibu sportiva, uno dei pochi pezzi d’America che sembra aver sconfitto l’obesità imperante nel resto degli States, dove le belle ragazza in forma e uomini perfettamente palestrati superano in percentuale i ciccioni statunitensi.

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