Sudan, l’altra terra dei faraoni

Tutti conoscono le piramidi di Giza, le tombe e gli altri monumenti, fedele specchio della potenza e dello splendore dei Faraoni egiziani. Ma non tutti conoscono invece la storia dei Faraoni neri nubiani e del loro mitico mondo di oro, elefanti, schiavi e belve feroci.

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Saliamo alle prime luci dell’alba sulla Montagna Pura. Grazie all’aria ancora fresca del mattino e al facile sentiero ci arrampichiamo senza troppa fatica, un po’ tra la sabbia e un po’ tra i gradoni di arenaria, per guadagnare la sommità del Jebel Barkal. Ad ogni salto di roccia raggiunto, ad ogni cengia superata si alzano in volo d’improvviso, per il nostro comparire,  falchi, nibbi e avvoltoi degli egizi che si librano a fatica nell’aria del mattino ancora priva di correnti ascensionali. Sotto le loro ali il grande fiume Nilo e la larga striscia verde di vegetazione e coltivazioni che lo accompagna come un serpente verde, l’agglomerato urbano di Karima e poi sabbia e deserto tutto intorno. Sotto di noi, all’orizzonte, il grande fiume non va verso nord, la sua corsa non tende in direzione del Mediterraneo ma segue ancora per un po’ il disegno, quasi inaspettato e burlesco, di un’ansa immensa che porta il fiume a circondare un grande tratto di deserto, il Bayuda, prima di riprendere, un poco più a occidente, la sua doverosa corsa verso il delta, in terra egiziana. La luce del mattino porta l’ocra della roccia del Jebel ad accendersi d’oro e a disegnare perfettamente, duecento metri più in basso sotto di noi, ai piedi della montagna sacra, la planimetria del tempio di Amon fatta di basi di colonne e resti di mura perimetrali . Chissà se, 3500 anni or sono, il pinnacolo roccioso del Jebel Barkal sarà apparso così rossastro anche al faraone Tutmosi III, che giunse fin qui con la sua barca reale seguendo il corso del fiume provenendo da Tebe l’egiziana. Di sicuro riconobbe subito nel profilo di quello sperone roccioso il simbolo del faraone e vi scorse il profilo dell’ureo della corona egizia. E qui, nel quindiciesimo secolo avanti cristo, a Tutmosi III sembrò certamente il luogo ideale e predestinato per cominciare la costruzione del tempio dedicato al dio Amon.

Siamo nel nord del Sudan e stiamo facendo una scoperta meravigliosa e piacevole. Siamo andati a dormire la sera prima in un resort proprio alla base della montagna, dove gradevoli architetture in stile nubiano, raccolte intorno ad un bel giardino, stemperavano i loro caldi colori nelle ombre della sera che avanzavano accompagnate dal dondolio delle lanterne accese davanti alle nostre camere e tutto intorno al terrazzo dove il karkade ci allontanava la sete della giornata. In questa area, dai templi del Jebel Barkal fino alle attuali cittadine di Merowe e Karima, nacque e si fece grande la capitale Napata che fu origine e centro del regno di Kush che dall’attuale Sudan del Nord arrivò, tra il 750 ed il 650 circa a.c. a conquistare prima Tebe ed infine addirittura il delta, confermando la XXV dinastia al potere con la stirpe di faroni di pelle scura ed origine nubiana. I discendenti del primo faraone nero che giunse al delta proseguirono nell’impeto di conquiste e allargamento della loro influenza giungendo fino a Gerusalemme per poi scontrarsi coi i più forti assiri che daranno in seguito origine alla XXVI dinastia e riconquisteranno ai nubiani il delta, relegando i faraoni neri a Meroe, ben più a sud di Napata, che fu conquistata e distrutta all’inizio del VI secolo avanti Cristo.

Stiamo scoperendo un paese inaspettato e sospettato. Un paese che non credevamo così interessante, accogliente, bello e gradevole. Stiamo convincendoci sempre più di quanti preconcetti, timori infondati e forse scarsa informazione ci avevano fatto temere problemi e delusioni, contrasti e visioni “difficili”. Da qui il tormentato Darfur è lontano oltre mille chilometri e il sanguinario conflitto durato anni nella parte meridionale del paese è ormai storia passata che ha avuto conclusione con il recente referendum e la conseguente secessione del neonato stato della Repubblica del Sud Sudan. La capitale Karthoum ci ha ricevuto con il suo mix di modernità e tradizione, di accoglienza e di severa storia millenaria, coi suoi alberghi di standard elevato ed i suoi musei carichi di storia e di polvere. In questa città, dove si incontrano e si fondono il Nilo Azzurro proveniente dall’Etiopia e il Nilo Bianco che sale verso nord dall’Uganda, incontriamo chi ci accompagnerà alla scoperta della mitica Nubia, la terra da dove provenivano, secoli prima e dopo la nascita di Cristo, oro, elefanti, schiavi e belve feroci per i mercati egiziani e del Mediterraneo. Nubia, la terra dell’oro, come dice il suo nome, e la terra degli uomini dalla pelle più scura, la terra raggiunta a fatica dai primi esploratori dell’antichità che risalivano il corso del Nilo provenendo dall’Egitto e una terra da sempre crocevia di merci, vie carovaniere e traffici tra l’Africa nera ed il bacino del Meditterraneo, tra Arabia, Etiopia ed Egitto.

I VILLAGGI DI NUBIA

Dal Jebel Barkal scendiamo quando il sole comincia già a scaldare un poco le rocce e l’aria del vento e penetriamo, come novelli archeologi esploratori, nelle sue viscere visitando parzialmente le camere sotterranee del tempio di Hathor, dea della fertilità, che ancora resiste paciosa nelle raffigurazioni in cima ad un paio di colonne proprio ai piedi della montagna, non lontane dal ben più grande perimetro del tempio di Amon-Ra. E dalla Montagna Pura scendiamo anche per dirigerci al Nilo, il fiume che ha permesso e mantenuto la vita in questo settore orientale del Sahara, e per scoprire la spontanea accoglienza dei villaggi dispersi in questa autostrada di verde fertilità. In questi semplici villaggi, da qualche decina d’anni, i muri perimetrali dei cortili, quelli interni delle case, i portoni e gli archi di ingresso hanno preso vita e colore grazie alle donne nubiane che, sempre pronte ad aprirsi in un sorriso e a donare accoglienza insieme a quel poco che possono offrire, hanno anche preso l’abitudine di decorare con motivi geometrici o floreali e con colori sgargianti e tinte che mettono allegria le loro semplici dimore. Colori per accogliere, sorrisi che superano le parole che non si capiscon, fiori dipinti come giardini per chi si trova a passare.

PIRAMIDI SOLITARIE

E’ dopo la caduta di Napata, il centro di potere e capitale ai piedi del Jebel Barkal, ad opera dei sovrani assiri che la città di Meroe, ben più a sud, tra la quinta e la sesta cateratta del Nilo, acquisì enorme importanza e potere divenendo capitale del regno che da lei prende il nome di meroitico e che proseguì fino al 300 dopo Cristo. Un regno florido e famoso che intratteneva scambi commerciali con terre lontane tra loro espandendo la sua fama e il suo potere ancora una volta al di fuori dei suoi confini. A testimonianza di questa importanza ed influenza la necropoli reale di Meroe conta almeno una quarantina di piramidi e una ben più alta concentrazione delle stesse costruzioni rispetto alle necropoli del confinante Egitto. Le piramidi meroitiche sono però ben più piccole e alquanto diverse rispetto a quelle egizie per la presenza di una camera funeraria sottostante, per la maggiore pendenza delle pareti che le rende un poco più “aguzze” e per il loro tempietto antistante, con le pareti istoriate da bassorilievi narranti le gesta del defunto o della defunta. Qui infatti sono state trovate sepolture reali sia di faraoni che di regine, le cosiddette Candaci, che nei secoli si alternarono al potere tanto quanto i faraoni e quanto loro furono rispettate, temute e obbedite (famosa la tomba della regina Amanishakheto depredata dall’italiano Giuseppe Ferlini che fece addirittura saltare con la dinamite la sua copertura pur di mettere le mani sul tesoro per trafugarlo poi in Europa).

E’ quasi un sogno, una visione irreale ed inattesa aspettare il tramonto seduti sulle dune di sabbia tra le decine di piramidi di Meroe. Al contrario dei siti archeologici egiziani, qui in Sudan il turismo è fatto di piccolissimi numeri ed è praticamente impossibile incontrare altri visitatori oltra a noi. Ci si sente, con un minimo di fantasia, dunque quasi come i primi esploratori e archeologi che giunsero qui e solo le grida ed i giochi dei ragazzini sudanesi che si nascondono tra le rovine archeologiche ci riportano alla realtà dei nostri giorni. Un privilegio, questo della solitudine, della tranquilità e della mancanza di folla, che aggiunge un aura e un valore tutto particolare a questi luoghi già pregni del fascino dato loro dai secoli e dalla storia, un privilegio raro ormai da trovare presso altre mete turistiche del nostro sempre più affollato pianeta.

Appuntamenti: Mozart tra le piramidi

Il 7 e 9 dicembre 2011, per la prima volta nella sua storia millenaria, tra le aguzze piramidi della necropoli reale di Meroe, appena riconosciuta dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, risuoneranno le note di un concerto sinfonico. Ad eseguirlo il Quintetto di Venezia, due violini, due viole e un violoncello, un apprezzato ensemble di strumentisti provenienti dal Conservatorio lagunare con esperienze concertistiche in tutto il mondo. In programma musiche di W. A. Mozart, che ben si adattano all’ambiente. A proporlo il tour operator milanese “I Viaggi di Maurizio Levi”, che nel cuore del deserto della Nubia sudanese gestisce le uniche strutture turistiche ricettive del paese. L’iniziativa ha anche un intento umanitario: donare un pozzo attrezzato alla popolazione del vicino villaggio rurale di Bagarawiaz, tuttora costretta ad attingere per le loro necessità idriche alle acque inquinate del Nilo. Unica possibilità in Italia per assistere a questo evento eccezionale di estrema suggestione, per la straordinaria ambientazione tra le rosse dune di sabbia, le svettanti piramidi meroitiche e un’incredibile volta stellata, è di partecipare ad uno degli itinerari in fuoristrada tra i tesori archeologici nascosti nel deserto nubiano predisposti da Viaggi Levi in quel periodo.

Testo e foto di Massimiliano Dorigo

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