Elba: magnetica bellezza

Alla scoperta dell’archeologia industriale. Isola d’Elba in traghetto verso le antiche miniere di ferro.

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Rio Elba 200, Monte Strega 427, Torre Giove 352: metri sotto il livello del mare. Perché quando l’Elba vibra luminosa nell’orizzonte di chi da Piombino o Populonia punta lo sguardo verso l’Isola, impalpabile nella luce quieta della sera, in realtà  avvolge il fianco nelle intricate oscurità di segreti complici del tempo: le miniere.

Le miniere a ferro dell’Isola d’Elba, i cui materiali attraversavano le strade polverose della Costa dei Gabbiani, rientrano nel patrimonio dello Stato italiano: fu la miniera del Ginevro a  chiudere per ultima, nel 1981. L’ultima concessionaria per l’estrazione del minerale era stata, in quegl’anni,  la Società Italsider, ma in seguito all’abbandono della coltivazione del minerale di ferro la società fu nominata sequestrataria dei beni con un provvedimento del Tribunale di Livorno. Oggi le miniere si presentano così, scolpite dai raggi obliqui del sole, in un territorio liminare a strapiombo tra i cieli limpidi e il mare.

Se amate camminare o correre su due ruote potete dedicarvi all’esplorazione dell’isola passando dal trekking al kayak. Il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, che comprende le isole di Pianosa, Capraia, Gorgona, Montecristo, Giglio e Giannutri, germoglia in un intrigante puzzle verde. I percorsi nella nuda roccia è possibile raggiungere il castello del Volterraio, costruito a difesa degli attacchi pirateschi, un tempo frequenti su questo tratto di costa. Da non perdere una visita alla chiesa romanica di Santo Stefano alle Trane, del XII secolo: passando per le antiche fornaci della calce un sentiero vi porterà, a ogni passo ancora una volta più coraggiosi e risoluti, verso il crinale dove la vallata precipita nel sole sottostante, tra il golfo di Portoferraio e Monte Calamita.

Un tempo la via etrusca dei due mari, che oggi è di nuovo percorribile a piedi o in bicletta, partiva da Pisa: nell’isola d’Elba, da Portoferraio all’Adriatico della città di Spina, potrete inseguire le tracce del tempo etrusco risalendo le correnti della storia fino a raggiungere Ilva, come un tempo era chiamata l’isola d’Elba, quando i forni ardevano e i commerci si moltiplicavano, a rotta di collo tra fiumi e mare. L’attività di estrazione di minerali dell’Isola si registrò già in epoca antica, ancor prima degli Etruschi, mentre l’età Giulio-Claudia diffuse il proliferare di preziose residenze patrizie come Villa delle Grotte, del I sec. a.C., e ampliò i commerci sul mare, trasformato in un’immensa, pericolosa, zattera sull’acqua: una piattaforma di uomini, materiali e imbarcazioni, tutti diretti alla solida conquista del santo pane quotidiano. Etruschi, greci, romani, pisani  e genovesi, Cosimo de Medici, gli Appiani di Piombino e Napoleone incrementarono e sfruttarono la fortuna delle miniere di ferro, costruendo fortificazioni che adombrassero i sogni velleitari delle ondate di pirati che si riversavano lungo i litorali.

Dopo la decadenza dell’Impero Romano le vallate diventarono all’improvviso vuote, povere di richiami e sull’Isola d’Elba scese un silenzio destinato a essere rotto soltanto dall’arrivo, in seguito, delle truppe napoleoniche: oggi fievoli echi di questo antico spirito si perdono come passi smarriti nei tunnel poco illuminati delle miniere di quest’isola del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, dove i gabbiani corsi e i falchi pellegrini scendono in picchiata aggredendo il mare. I minerali vi affascinano? Sappiate che disseminati nel dorso dell’isola risplendono fulgori di magnetite, ematite, pirite, gesso, ocre e granati: l’Elba possiede qualcosa come 150 differenti minerali.

Nel cantiere Vallone, la vecchia strada dei minatori vi prende per mano fino al piccolo museo, posto nell’ex officina meccanica della miniera, dove si sfoglia la vita dei cavatori del Monte Calamita, pagina dopo pagina, al ritmo di istantanee in bianco e nero e antiche cartografie. Riallacciatevi le stringhe e ripartite sul filo dei chilometri; potrete correre sulle spiagge del litorale bianco nel versante orientale, tra i cristalli di malachite e azzurrite.
Dalle dune di sabbia nera al granito, la varietà del paesaggio crea amalgami cromatici improbabili se non nella folle, fantasiosa, mente della natura. Le spiagge sono libere e spesso attrezzate per gli amici quattro zampe in viaggio: Cavoli, l’infinita spiaggia di Procchio, Marina di Campo, la più estesa dell’Elba, Fetovaia e Padulella si fondono nelle onde che sciacquano gli scogli, mentre Portoferraio, un poco più in là, respira tra le cinquecentesche Mura Medicee, fatte costruire da Cosimo de Medici. Affacciatevi fra gli ariosi saloni della Villa dei Mulini, un tempo residenza della corte napoleonica, ritrovate l’aroma dei secoli di conquiste e dominazioni.
Dopo i bombardamenti dei conflitti mondiali, la chiesa del Santissimo Sacramento, del 1551, ha cambiato la sua fisionomia, ma Forte Falcone insieme a Torre della Linguella, resta a guardia della piazzaforte medicea del capoluogo dell’Elba. A pochi chilometri da Portoferraio, rannicchiata in controluce, prende forma la Villa napoleonica di San Martino, dove oggi ha sede la Galleria Demidoff: non dimenticate di stupirvi per almeno un minuto e mezzo davanti alle intriganti forme di Galatea, opera attribuita al Canova e per la quale posò Paolina Bonaparte Borghese, sorella dell’imperatore Napoleone.

Se lo stomaco lancia grida d’aiuto, dedicatevi all’assaggio dell’olio extravergine prodotto in queste terre, diluito in una colata dorata su una fetta di pane abbrustolito, mentre il tramonto fa l’occhiolino al Monte Capanne. Un bicchiere di passito Aleatico addolcirà l’amara pillola della partenza rotolando tra le labbra il gusto di immaginare futuri ritorni, nell’ombra sottile del Romitorio, sulle pendici settentrionali del monte Capanne, dove i paesi di Marciana e Poggio quasi si scontrano.
Potrete tornare ad immergervi nel mistico tessuto della terra percorrendo i corridoi sotterranei della Galleria del Ginevro, dove veniva estratta magnetite. La Società Elba nacque nel 1899, anno che segnò la svolta industriale; in quel tempo si iniziò la costruzione dello stabilimento siderurgico di Piombino e, prima ancora, delle prime fonderie: gli altoforni di Portoferraio, poi distrutti durante la Seconda Guerra Mondiale. Oggi il mare guarda muto il labile disegno della Storia che traccia i suoi piani nell’evanescenza della sabbia. Sui litorali di questa costa basta affondare la mano nel bagnasciuga per riemergere nell’umido vagamente oleoso dell’aria marina con un sasso dall’aria sospetta. Una pietra che mescola alla naturale vita minerale l’impeto del ferro, memoria di uno storico incendio la cui origine si perde nelle notti etrusche, quando queste terre tra colline e acqua accumulavano, pietra su pietra, la complicata gemma di una storia che si fonde nella coscienza del trascolorare delle illusioni, dei sogni di speranze e delle attese. Attese e ritorni, che solcano il mare come fischi di un traghetto nella foschia ai confini della terraferma.

Testo di Maddalena de Bernardi foto di Vittorio Sciosia

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