Honduras, mare verde tropicale

Geroglifici, giaguari, stelle e altari

I monumenti di Copán sono stati identificati dagli archeologi con lettere e numeri. Una visita accurata del sito richiede diverse ore, grande essendo lo spazio che li racchiude. Fra i più importanti e interessanti vi è senza dubbio il Piazzale della Scalinata dei Geroglifici, al centro dell’Acropoli; una scala di 62 gradini, larga 10 metri, conduce al Santuario, del quale si conservano oggi solo alcuni preziosi bassorilievi. Sulla scala sono scolpiti circa 2500 glifi, la più ampia iscrizione maya scoperta finora. Interessante è anche la Scala dei Giaguari che si erge nel piazzale orientale; originariamente le statue erano coperte di ossidiana nera a imitazione del manto dei felini. Dalla corte occidentale, circondata da templi sui quattro lati, si accede al Tempio delle Iscrizioni, con due gallerie che si intersecano e terminano con una porta decorata con glifi. Molto interessante è anche l’Altare (contrassegnato dalla lettera Q) e la Tribuna dotata di gradinate, forse adibita a giochi, compreso quello con la “palla” (pesantissima, di tela rigida) che poteva essere colpita solo con le cosce e con i fianchi; esercizio per super-atleti!

Il sito honduregno è indubbiamente importante sia per i resti architettonici ma anche per la varietà, la perfezione e la qualità delle sue sculture, a riprova della raffinatezza della cultura maya. La bellezza di alcuni visi scolpiti, la solenne regalità delle rappresentazioni e la minuziosità di ogni singolo particolare sono tutti elementi che testimoniano della maestria degli scultori di Copán. Anche le numerose stele sono coperte da bassorilievi e geroglifici, ma in alcuni casi risultano “lavorate” su tutti e quattro i lati. Insieme a glifi e motivi decorativi, mostrano anche figure umane, in genere di uomini; una sola è una rappresentazione femminile. L’ultimo regnante Maya (Waxaklajun Ub’ah K’awil, che significa 18 Conigli) ha fatto costruire nell’ottavo secolo d.C. lo spazio pubblico della Grande Piazza. Copán fa parte della Lista del Patrimonio dell’Umanità dal 1980. Due anni dopo il Governo dell’Honduras l’ha dichiarato Monumento Nazionale. Splendido e istruttivo al massimo, al termine della scorribanda fra i monumenti, è la visita al Museo che al suo interno riproduce, con i colori originali di una volta, un tempio di questa antica civiltà.

Come ai tempi dei Conquistadores

Le cittadine coloniali dell’Honduras occidentale sono tutte, indistintamente, ciò che il visitatore si aspetta di trovare. Ne ha magari sentito parlare, ha visto filmati o fotografie, sa che conservano un’impronta coloniale accentuata e pregusta l’atmosfera che vi troverà. Di fatto, quando percorre le molte vie a pianta quadrata che hanno strade acciottolate che salgono e scendono le gobbe del terreno; quando si perde nelle vivaci policromie delle casette a uno, due piani, spesso dotate di gradini e gradoni per consentire l’accesso agli ingressi delle abitazioni che il dislivello del terreno ha magari penalizzato, la sorpresa dell’imprevisto che ne ricava è di molto superiore a quella preventivata.

Piazze e piccoli slarghi quadrati, con alberi e panche per le “chiacchiere” degli abitanti; l’intreccio onnipresente dei fili sospesi da casa a casa; le chiese, mai imponenti, ma a “misura” di paese, quindi in perfetta armonia con l’insieme; il paesaggio circostante dei monti verdissimi che anziché opprimere esaltano la nota di colore dell’abitato, sono tutti elementi che danno al visitatore un senso di profondo benessere, quasi un’intima gioia “paesana” di trovarsi fisicamente in quei luoghi. Se a tutto questo si aggiungono i quadretti di vita minuta di una popolazione che “fa” le cose che deve fare, ma che anche “dà” l’impressione di farle con la pacata calma dei ritmi di vita che le sono abituali, si riesce a capire perché possa essere una grande scoperta di viaggio immergersi nelle atmosfere e nelle meraviglie che si incontrano a Copán Ruinas (luogo di Re) a Santa Rosa de Copán, a Gracias. Magari sorseggiando un cocco fresco o mangiando un salsiccia, comperate in una delle numerose bancarelle delle vie del centro.

Lungo la costa dei Garífuni

Infine c’è il Mare dei Caraibi a completare una visione dell’Honduras che si stacca completamente rispetto a quella vista sin qui. La costa che si sfila di fronte alle Isole della Baia (Roatan e altre minori) è una fra le più belle per chi sogna una vacanza di sole, di bagni e di attività sportive. Merito del mare che presenta colori sfumati in armonia con le profondità dei fondali; merito delle sabbie dorate che non si capisce sino in fondo se prevalgano sull’acqua che muore a riva o ne esaltino il flusso caldo e umido che, incessante, si perpetua con le piccole onde. Luoghi nei quali la natura si presenta davvero ancora intatta, come doveva essere quando al largo navigavano i galeoni spagnoli o quelli dei bucanieri. Naturalmente la modernità è arrivata, come dappertutto, anche su questi litorali.

Da San Pedro Sula, dipartimento di Cortes, si entra in quello dell’Atlantico e si raggiunge Tela, località balneare con molte seconde case per le vacanze e attivo porto turistico. Il centro che è “esploso”, per numero di residenti e per movimento turistico, è La Ceiba. Una cittadina un po’ caotica che però di mare vive, mescolando le nuove etnie provenienti dall’interno con quelle originali di questa costa: i Garífuni. Sono un gruppo etnico di origine africana, molto indipendente e orgoglioso di esserlo. Parlano una lingua loro, e i “Garinagu” disseminati lungo le coste del Nicaragua, Honduras, Guatemala, Belize e Messico sono all’incirca seicentomila.

Da Sambo Creek, un villaggio decisamente garífuno, c’è l’ultimo “salto” honduregno. Una scappata, via mare (40 chilometri circa) per scoprire il piccolo arcipelago di Cayo Cochinos. Sono tredici piccole isole, tra le quali spiccano per dimensione Cayo Mayor e quello Minor. Una delle isolette più piccole a Cayo Palma, teatro delle gesta TV (L’Isola dei Famosi). Ma le isole di Cayo Cochinos, per fortuna, sono principalmente note per essere un parco naturale nel quale i biologi marini provenienti da tutto il mondo si alternano, per studiare la ricchissima fauna marina presente in queste acque trasparenti e calde.

Testo di Federico Formignani foto di Lucio Rossi

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