Ontario. Thousand Islands: un cuore sul fiume San Lorenzo

«Ascolto. Lo sciacquio alla riva lasciato dal battello che passa. I colpi sordi dell’onda contro la pietra grommosa». Queste parole, tratte dal Notturno di Gabriele D’Annunzio, iniziato a leggere durante il viaggio, mi tornano in mente quando avvisto Heart Island, l’isola a forma di cuore che troneggia, come una regina, sul fiume San Lorenzo, attorniata dalle sue minuscole sorelle.

Siamo esattamente sul confine fra l’Ontario (Canada) e New York (Stati Uniti). Più di 1800 le isole che affollano il fiume, molte semplici concrezioni rocciose, inabitate, gusci di testuggini sonnacchiose sopra le quali sorgono casette o gazebi (solo Wolfe Island raggiunge i 40 km di lunghezza). Non è possibile guardarsi intorno da un battello, con tanto di ruota rossa a poppa, o da una semplice barca a motore, e tenere il conto. Sembra quasi che piccoli e folti boschi incantati risalgano dall’acqua, spuntando le chiome dei loro alberi contro il cielo azzurro. Su ciascuna isola, abitata da uno o due fortunati americani, spicca o la bandiera statunitense o quella canadese, a sottolinearne l’appartenenza territoriale. Profuma di sogno il pensiero di possedere non solo una splendida casa di legno su uno dei fiumi più grandi del pianeta, ma anche un’isola, magari venuta fuori proprio sul confine fra due stati e legata alla sua vicina dal ponte più piccolo del mondo, metà canadese metà newyorkese.


I turisti e i locali vi sfrecciano intorno con moto d’acqua o piccole barche. Molti sono diretti al Boldt Castel, che sorge su Heart Island. Si approda, la barca ciondola sul ponticello appena montato per far scendere i passeggeri, e poi scivola via, indietro. Pochi metri più avanti, ecco

un gabbiotto di legno al cui interno una guardia sorridente e bonaria chiede a tutti il passaporto. Abbiamo lasciato l’Ontario per lo stato di New York. Mostrare il documento è necessario, ma la fila scorre veloce e in meno di cinque minuti mi ritrovo con un bollo nero sul braccio (è il mio biglietto per entrare a Boldt castel) e tanti depliant turistici in mano.

Il castello sorge su una collinetta verdeggiante. Grigio, in pietra, tutto creste, statue e torri dai mattoni rossi, guarda malinconico oltre le fronde

degli alberi che lo circondano. Ricorda un po’ gli edifici in stile vittoriano visti qua e là negli Stati Uniti, mentre gli archi e i portici, hanno un che di medievale. Si entra da quelle che sembrano le segrete di una prigione, mal messe, disfatte, ancora in via di restauro. La guida che racconta, in inglese, la storia del castello, ci fa notare che la costruzione dell’edificio non fu mai conclusa e che lo stato continua a lavorarci, instancabilmente. Il primo piano, in effetti, ha camere in stile presidenziale, grandi, luminose, con divani dalle spalliere alte, camini, specchi, sale da gioco e larghe scale, mentre al secondo piano, eccezion fatta per alcune stanze adibite a museo, è tutto un cantiere, porte aperte e pareti spoglie. Spicca solo la vetrata sul soffitto, luminosissima, alla cui base campeggiano grandi cuori coronati.


Tutto, dall’isola a ciò che contiene, è a forma di cuore: le aiuole, lo stemma in pietra sulla facciata del castello, le ringhiere al primo piano, le finestre all’ultimo. Non fosse per la guida che ce ne spiega il motivo, diremmo che si tratta di una trovata turistica. Tutt’altro. Dietro questo castello si nasconde una di quelle storie romantiche e strappalacrime da romanzo dell’ottocento. Fu George Boldt a volerlo, ricco direttore di hotel come il Waldorf-Astoria di New York e del Bellevue-Stratford di Philadelphia, già proprietario di un cottage sull’isola che allora si chiamava Hart Island. Nel 1900 decise di costruirvi un castello per la moglie Louise, sposata in giovanissima età.

Ingaggiò la ditta di WD e GW Hewitt, gli stessi architetti del Druim Moir di Philadelphia, con l’idea di fare di quel luogo un vero e proprio nido d’amore e del vecchio cottage un castello delle fiabe. Ma il suo sogno venne spezzato tragicamente proprio nel momento in cui stava per realizzarsi. Louise si ammalò e morì a soli 41 anni, nel 1904. George aveva previsto che i lavori si sarebbero conclusi nel 1905 e che il giorno di San Valentino avrebbe potuto portare la moglie sull’isola e farle dono di quella nuova, incantevole, casa. Dopo la tragedia, però, l’anziano Boldt non volle più tornare ad Heart Island e lasciò che il castello, messo in vendita, andasse lentamente in rovina e che per 73 anni venisse devastato da vandali e addirittura incendiato. Solo di recente lo stato di New York lo ha acquistato iniziando i restauri.

L’isola non è grande e, oltre il castello, basta avanzare di pochi metri per vedere il resto. I prati sono un pullulare di scoiattoli, di margherite, di grandi salici che gettano la loro ombra sul fiume, e di costruzioni singolari. A pochi metri dall’acqua spiccano, infatti, la Alster Tower e la Power House. La prima è una torre, in pietra grezza, con scale esterne e piccole finestre, simile a un alveare da cui si affaccino, come api, i turisti stupiti e allegri. In origine, avrebbe dovuto contenere camere da letto, sale da biliardo, una cucina e una biblioteca. Ma nulla di tutto ciò fu realizzato. La Power House è, invece, un castello in miniatura, adagiato sull’acqua, con tanto di torretta dell’orologio, banderuola in cima e ponte che lo collega alla terraferma. Adesso vuoto, pare che sia stato costruito con l’intento di montarvi un generatore che supplisse alla mancanza di elettricità sull’isola. Cerchiamo di avvicinarci, ma la zona intorno è chiusa.


Più distante dall’isola è l’ultimo edificio voluto da George Boldt, la Yacht house, una rimessa per le barche dei visitatori e della famiglia. Proprio da lì vedo arrivare spedito un motoscafo con a bordo un fotografo in giacca e cravatta e due sposini che, mano nella mano, parlano sottovoce tra loro. A pochi metri dalla torre Alster, infatti, è stato allestito un gazebo per le nozze. Sento dire che questo è uno dei luoghi prediletti dagli sposi newyorkesi. Forse queste giovani coppie sperano di vivere una storia d’amore appassionata come quella di George e Louise. Che aleggi sull’isola un’aura di tristezza, sembra non avere importanza. Il castello continua a rappresentare un regalo incomparabile, un simbolo unico; poco importa che le camere non siano state affrescate o che nella Yacht house non ci siano le barche di George e dei suoi ospiti. Ce ne sono altre, che applaudono agli sposi, e c’è quella di noi turisti che aspetta di riportarci indietro, alla realtà.

Testo di Flavia Catena

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