Bologna. Selva Mavezzi, un itinerario che non ti aspetti


C’è di tutto, dal tappo al mobile più strambo, dall’etichetta, ai dischi in vinile di chissà quali vecchie canzoni, alle bottiglie vuote ma anche tante piene: c’è tutto l’inimmaginabile e questo locale si chiama “La tana del Lupo“. Ritrovo conviviale tra amici con buon vino, buoni salumi, buona cucina ed il “Pad” padrone assoluto della “tana”. Un punto di riferimento durante le sere estive dove tavolini e sedie vengono messe all’aperto e il vociare umano rianima la corte. Anche nel retrostante spiazzo erboso appaiono ombrelloni, sdraia e, perché no, lo sciabordio delle onde marine: suggestione dovuta alla calura estiva!

Il nostro immaginario lento viandante non sosta e dirimpetto al complesso del Palazzo del Governatore ecco “Il Palazzo Comitale“, la villa dei Conti che vi risiedevano in obliosa quiete nei periodi estivi. Oggi la villa è di proprietà della famiglia di Alessandro Scagliarini che negli ultimi cent’anni ne ha curato con amore un attento restauro. Il cancello d’entrata si apre ed in fondo al vellutato arboreo del prato appare su un largo spiazzo la villa con torre centrale e ali laterali. Tutto si colora di quiete e di riposo in questo silenzio, dove pur si sente vibrare la vita in mille sussurri ed armonie: eco leggero di voci vaganti; rondini che stridono in coro volando a cerchio, cadenzato canto del cuculo, che a intervalli risuona dal bosco che si allunga nei campi.

L’occhio viene attratto dalla rampa d’accesso con le particolari scale affiancate: una per piede umano mentre l’altra per gli zoccoli dei cavalli. In tal maniera, lo stalliere poteva accompagnare i Conti fino alla porta d’ingresso senza farli scendere da cavallo. L’architettura della villa è semplice, lineare, con ballestriere ai lati ed una grande loggia arcata nella facciata posteriore dove un lato è incompiuto e dona al complesso un aspetto di “rudere antico”. Fresche ombre gettano geometrie sui muri e sul pavimento del colonnato dove è dolce indugiare durante le calure estive. Alessandro Scagliarini apre le porte della sua villa ed eccoci nel grande salone dove affreschi con scene mitologiche rappresentano le fatiche, gli svaghi, i piaceri di alcune figure mitologiche: ci sono Vulcano ed Argo e poi Era ed Io trasformata in giovenca, Europa e poi Mercurio e Venere. Anche se di fattura non molto pregevole l’impatto visivo è notevole.

Si susseguono i saloni, sempre imponenti con i bei pavimenti di cotto ed i grandi finestroni per aerare le stanze durante le giornate estive. Alle pareti altre tempere con soggetti biblici o tratti dal Vangelo, con storie di Santi o architetture fantasiose oppure momenti di vita campestre dei Conti. Si apre la porta del salone dell’Anemografo, di lontana derivazione mitelliana (nota presa dal libro “Una casa, una famiglia, un po’ di storia” di Alessandro Scagliarini). Si tratta di un grande affresco sul soffitto del salone con una freccia di metallo al centro che, tramite un meccanismo, segnava sia quale vento stava soffiando come tante altre informazioni su di esso. Il meccanismo è andato distrutto durante l’ultima guerra mondiale ed oggi la freccia è muta, immobile come se neppure una bava di vento lambisse il tetto della villa, ma è intenzione del proprietario rimettere in funzione questo dispositivo che pare essere uno dei pochi superstiti ancora visibili.

La villa, come è degno di ogni luogo così vetusto, ha il suo buon fantasma che si aggira per le soffitte. E’ un frate che realmente qui vi soggiornò e che venne ucciso da un servo per poche monete. Egli ancor oggi si aggira per le stanze della villa e Scagliarini ne è certo, avendone percepito i passi. Tutta la villa è pervasa da echi di storia che si racconta in così tanti secoli passati e di voci umane prima gioiose poi concitate, spaventate. Infatti, durante la seconda guerra mondiale, la villa divenne Ospedale Militare, servì da rifugio per la popolazione e venne purtroppo danneggiata da cannonate. Il calpestio della ghiaia ci riporta verso il grande cancello di ferro battuto. Prima di uscire l’occhio si posa sul muro perimetrale della chiesa adiacente la villa dove, dicono, una volta c’era una porta che consentiva ai Conti di entrarvi per le funzioni.

E’ giunto il momento di rimetterci in cammino verso est senza lasciare la strada principale. Appena usciti dal borgo il rettilineo tratto di strada, via Barabana, corre tra bei campi a sinistra mentre a destra una lunga siepe di carpini si distende quasi a perdita d’occhio. Ormai è notte. Tra le chiome degli alberi, gli uccelli hanno cessato “d’operare ogni lor arte“. Solo i grilli dispiegano la loro tremula sinfonia tra l’erba rugiadosa, e al margine dei fossati il rospo, nunzio ufficiale della primavera, lancia il suo gorgoglio sonoro alle stelle.

La nostra passeggiata è finita.

Testo e foto di Patrizia Berardo

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