Marocco. Tra modernità e tradizioni


Arrampicandomi fino al punto più alto della fortezza ho potuto godere di uno strabiliante panorama fatto di vaste distese di terra rossa e , a far da cornice, di alcuni rilievi colorati da mille sfumature. In lontananza si scorge la parte del villaggio utilizzata come location per girare numerosi film: da “Laurence d’Arabia” al più contemporaneo “Il Gladiatore”. La visione di questi scenari è un qualcosa di indimenticabile, come indimenticabile è la brezza pungente sul viso o l’odore di polvere e terra che si insinua tra le narici. Il paese moderno si è sviluppato fuori dal Ksar e oramai solo poche persone vivono nell’antico abitato.

Il mio viaggio prosegue seguendo la strada della “valle delle mille Kasbe”…… dai palmeti ai giardini, il percorso si srotola fino alla città delle rose: migliaia e migliaia di rose che profumano l’aria di El Kelaa M’Gouna. Arrivata a Ouarzazate, crocievia delle valli circostanti, mi avventuro verso Tinghr dove ad una cinquantina di chilometri si trova la valle del Todhra con le sue scenografiche gole; un luogo che sembra essere posizionato alla fine del mondo: due scogliere a picco, con un salto di 300 metri, separati solo da uno stretto corridoio. Ma prima di arrivarci decidiamo di fermarci al pittoresco souk di Erfoud, centro vitale della grande oasi di Tafilalet, con le sue centinaia di migliaia di palme da dattero. Qui in ottobre, avvolta da una particolare luce suggestiva, si svolge la “Festa dei datteri”.

Il souk di Erfoud non ha nulla a che vedere con quello di Marrakech; i suoi banchi di carne cruda e verdura fresca esposti a cielo aperto, sono assaliti da una quantità enorme di mosche facendo intuire che l’igiene lascia un po’ a desiderare. I bambini, nella loro “mise” semplice, si aggirano giocando tra le polverose viuzze. Ma è proprio ad Erfoud, lontana da qualsiasi influenza occidentale, che traspare la cultura berbera contaminata dall’islam. L’abbigliamento rigorosamente marocchino: gli uomini in “qamis”, un lungo camicione/tunica che viene indossato con un copricapo lavorato all’uncinetto chiamato “chachia”, e le donne con la loro “jellaba” e il velo a celarne il volto. L’aspetto che più mi ha impressionata nel vestire di queste donne è l’utilizzo di tinte cupe nei loro abiti, che contrastano con la festa di colori che le circonda (decisamente diverse dalle donne della campagna e della montagna, di prevalenza berbere, che vestono con abiti sgargiantissimi e che stringono i capelli in un foulard annodato dietro la nuca, concepito non tanto come velo antiseduzione, quanto come un pratico strumento per raccogliere i capelli.).

E’ ad Erfoud che, il nostro autista Mustapha originario di questo posto, ci invita a pranzo dalla sua famiglia. Anche in questa occasione ho potuto assaporare tutta la cultura berbera: dal pranzo servito sui dei tavolini rasoterra, in portate uniche da cui attingere con le mani, al fatto di mangiare seduti per terra su folkloristici tappeti e a farci da schienale dei decoratissimi cuscinetti; ma altro aspetto sconcertante per noi occidentali: il pranzo era servito dai soli uomini della famiglia; alle donne non era dato farsi vedere in pubblico.

Un’ultima tappa che merita di essere menzionata, prima della fine del mio viaggio, è la visita fatta all’oleificio d’argan situato a Tizin’Tichka sul Medio Atlas. Qui lo scenario che mi si apre è di donne sedute per terra su una stuoia che con movimenti velocissimi e ripetitivi schiacciano, aiutandosi con un sasso, i gusci del nocciolo d’argan. Alla pasta ottenuta viene poi aggiunta una piccola quantità di acqua tiepida per facilitare l’estrazione dell’olio quando la miscela sarà pressata in un piccolo mulino casalingo fatto di due pietre rotanti.

L’olio d’ argan per le sue virtuose e salutari proprietà viene usato sia in campo cosmetico che alimentare. L’albero da cui si ricava il frutto è endemico di queste terre e rappresenta una sostanziosa fonte di reddito per la popolazione locale. Naturalmente in questo opificio non poteva mancare l’acquisto del prezioso olio; ne ho fatto incetta pensando di regalarlo una volta in Italia alle mie più care amiche come se fosse un trofeo conquistato in battaglia.

Ora che sono tornata in Italia la mia mente ritorna di tanto in tanto a rivisitare quei luoghi, ma fra tutte le cose che mi appaiano, forte è il ricordo dei tanti volti di bambini e adulti che ho incontrato; indelebile la memoria di tanta gentilezza ed ospitalità che contraddistingue questo popolo.

Testo e foto di Mariagrazia De Siena

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