Myanmar. Un viaggio affascinante


Un boato, seguito dall’urlo della hostess mi scuote dal mio torpore. Mentre sorvoliamo un tratto del Golfo del Bengala, in volo da Bangkok a Yangon, le nuvole cariche di pioggia del monsone rendono il viaggio molto turbolento. Stringo la mano a mia moglie rassicurandola e con un filo di stizza penso che le Hostess dovrebbero ormai esserci abituate, ma scuoto via ogni pensiero negativo eccitato dal viaggio che abbiamo davanti. Tre settimane in Myanmar, senza prenotazioni, senza itinerario, solo con la voglia di scoprire questo paese e la sua gente. La meta è stata scelta per caso. Dopo aver acquistato un biglietto scontato per Bangkok l’idea di visitare il vicino Myanmar ci ha subito affascinato.
Yangon mi fa subito una strana impressione. Dal finestrino del taxi la città, bagnata da una leggera e costante pioggia, sembra essere avvolta da un’atmosfera atipica, troppo calma e ordinata per una capitale asiatica. Mi renderò conto più tardi che ciò che stona a Yangon è la totale assenza di motorini, onnipresenti a orde di centinaia nelle strade di qualsiasi centro urbano in oriente e qui misteriosamente vietati.

Dato il divieto e la assoluta impossibilità di usare carte di credito nel paese la nostra prima preoccupazione è quella di cambiare Dollari in Kyat, la moneta locale. Cambiare al mercato nero è relativamente facile, tutti vogliono e cambiano dollari, l’importante è che siano freschi di stampa, senza scritte ne pieghe, letteralmente immacolati. Ci rendiamo conto di avere solo 400 dollari validi secondo gli standard birmani, il resto, carta straccia. Fortunatamente incontriamo una coppia svizzera in partenza per la Thailandia disposta a cambiare 800 dei nostri dollari con banconote fresche di stampa. Con le tasche piene di Kyat decidiamo cosi di spingerci a nord, nella zona del Lago Inle utilizzando i treni locali. Dopo l’infruttuoso tentativo di acquistare i biglietti in stazione il giorno prima eccoci qua, nel buio delle 5 del mattino, assillati da un troppo insistente porta valige, alla mercé del bigliettaio. Impossibile sapere con esattezza quando arriveremo a Thazi, un minuscolo crocevia dove dovremo pernottare e cambiare treno, ma poco importa, il bello del viaggio comincia qui. Il vagone sul quale viaggiamo non nasconde i suoi 40 e più anni di scarsa manutenzione e poche pulizie. I sedili sono comodi e, una volta superato lo shock per le incredibili oscillazioni del treno, ci guardiamo sorridendo e lasciamo che il Myanmar scorra lento fuori dal finestrino assaporandone ogni istante. Com’è andato il resto del viaggio? Fantastico ma 4000 battute sono poche, ve lo racconto la prossima volta, se volete…

Testo e foto di Stefano Pedroni

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