Sicilia, Eolie. Le isole dolci del Dio


Filicudi

Ci si mette davvero poco a capire che Filicudi non è un’isola qualunque: Filicudi è l’Isola. Selvaggia, sognata, immaginaria, la più antica di tutte le Eolie, assieme ad Alicudi, ha l’aura dell’estremo avamposto prima dell’abisso, il fascino dell’ultima spiaggia. Venite qui se avete occhi per vedere del bello anche nel nulla, se avete orecchie per ascoltare le melodie dei silenzi e se avete abbastanza fiato per camminare solo per il gusto di passeggiare, senza raggiungere una meta. Perché qui la lentezza è un valore e il tempo sembra essersi impigliato nelle reti rosse dei pescatori adagiate sulle passerelle. Che Filicudi sia l’isola dell’attesa, si capisce subito dalla scena che si presenta sulla banchina del molo. Come catturata in una cartolina,  la gente aspetta silente e immobile che qualcosa succeda dal mare. A poterli contare, sembra che dei duecento filicudari che d’inverno abitano l’isola non manchi davvero nessuno. All’arrivo dell’aliscafo, la pellicola riprende a girare ed è tutto un gran vociare, un gran sbattere di portiere di auto, un gran movimento di persone e pacchi che scendono e salgono dall’imbarcazione. Negli ultimi tempi si sbarca a Pecorini, il secondo porto dell’isola, per via dei lavori di risistemazione che interessano Filicudi Porto. Un’unica strada asfaltata collega i due punti di attracco e, per chi non ha altri mezzi, l’unico modo per spostarsi è quello di usufruire di taxi improvvisati da qualche filicudaro che portano ovunque; costo: cinque euro a tratta. Ma il modo migliore per scoprirla è percorrerla a piedi, lungo le trazzere, i vecchi sentieri un tempo battuti dagli asini che raggiungono brevemente le varie contrade. Armati di scarpe comode, da Filicudi Porto si può arrivare fino a Monte Fossa delle Felci, un vulcano spento che con i suoi 774 metri di altezza è la vetta più alta dell’isola. Durante il tragitto vale una sosta la località Valdichiesa; il percorso sterrato si snoda in salita tra piante di fichi d’india e arbusti tipici della macchia mediterranea: ma ecco che ad un certo punto si apre nella fitta vegetazione un palchetto dalla vista impagabile. Su un proscenio dalle tinte violacee, sospese tra cielo e mare, le altre Eolie e la costa siciliana continentale, mentre sul fondo appare Iddu, lo Stromboli.


Dirigendosi verso località Stimpagnato, nella parte sud orientale, Filicudi fa bella mostra di sé. Aspra e spoglia, si veste solo di qualche cubo di calce qua e là. L’antica Phoenicusa è una donna del Sud, femmina austera e materna:  volto abbronzato, corpo solcato dai segni del tempo e del sale, criniera bruna e indocile. Spettinata da Eolo, si muove con fare stanco tra i panni stesi ad asciugare sul bagghiu, il patio antistante delle tradizionali dimore del posto. Della sua bellezza sanguigna si sono invaghiti gli artisti e l’elite che ne hanno visto il lato radical chic, comprando e rimettendo a posto le vecchie abitazioni dal tipico stile eoliano arrampicate sull’isola. Volano di bocca in bocca i nomi dei grandi architetti, ma c’è anche chi si affida alle mani esperte di qualche locale: è il caso di Giovannino, un muratore ricercatissimo da chi ha bisogno di sistemar casa, celebrato come un archistar.

Al tramonto, quest’ isola, oggetto del desiderio, si stringe intorno a Filicudi Porto. Dai tavolini del chiosco, gli occhi incrociano la spiaggia di ciottoli e si allungano sulla verde lingua di terra panciuta dove si trovano i resti del famoso villaggio preistorico di epoca neolitica, Capo Graziano. Il bancone del Bar Nino ha udito le voci di tutti quelli che da qui sono passati. Qualcuno se n’è andato, qualcuno è rimasto, qualcun altro è ritornato. Isola nostalgica e magnetica, Filicudi è l’isola che c’è.

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