Tanzania. Vento della creazione

Federico lavora oramai da 3 anni alla fabbrica del latte di Njombe, centro sud della Tanzania, direzione Malawi. Un progetto completo che sta dando grandi soddisfazioni anche alla vista di uno sconosciuto disinteressato. Si tratta di una latteria, ma non solo, producono formaggi e yogurt. Una grandissima sfida. Aprire una PMI, cercare di formare delle persone, farle innamorare di un nuovo prodotto. Imprenditoria, cooperazione, formazione lavorativa ed educazione alimentare. Il progetto della latteria è l’esempio lampante di un progetto di cooperazione internazionale vincente. Non conoscevo Federico né il Cefa prima di questo viaggio, non avevo alcuna aspettativa su quel che sarebbero stati i giorni nei villaggi, si sono rivelati intesi di emozioni e di grandi insegnamenti. Federico ci mostra cosa prevede e come funziona la latteria, i macchinari, le persone che ci lavorano ed assistiamo alla creazione della mozzarella. Ammirazione per questo nostro caro connazionale arrivato fin qui, in un posto lontano e straniero in cui ora, per il suo operato e per la sua simpatia è ampiamente apprezzato da tutti. Con una padronanza ottima dello swahili, capacità relazionali con gli autoctoni è riuscito a sfruttare gli ampi spazi di manovra che offre questa terra e di fare di questa opportunità un grande successo. Felici come quando si vede da vicino ciò che a parole è difficile da capire, proseguiamo.

Non ci fermiamo, non ancora. Partiamo per Ikondo, un villaggio sperduto a 3 ore di pick up da Njombe. Carichiamo sul retro 200 litri di benzina, ad Ikondo non c’è nulla né un supermercato né tanto meno un benzinaio. Qualche capanna. Il paesaggio è stupendo, la vegetazione è selvaggia e verdissima nonostante non sia la stagione migliore, ci dicono che può essere ancora più verde, verde smeraldo. Dario, Rappresentante paese del Cefa, guida divertito il pick up in quell’immaginario surreale. Incontriamo un importante membro locale del Cefa che ci invita per un tè e un uovo sodo, suggestiva merenda che non possiam rifiutare. Ci racconta la sua esperienza della caccia al bufalo, lui è un abituè ma i tre italiani che si è portato appresso sembrano aver accusato. Raccogliamo delle annone dall’albero davanti alla sua dimora e ci rimettiamo in viaggio. A Ikondo riabbracciamo gli altri nostri compagni di viaggio Serena, Cecila e Jacopo. Fin qui a seguire tanti interessantissimi progetti: la centrale idroelettrica, la sartoria, la falegnameria, l’oleificio, l’asilo. Lo scopo della cooperazione internazionale, come ci spiegano, è quello di fornire strumenti e competenze al fine di realizzare un progetto che permetta poi alla Ong di sganciarsi e alle popolazioni locali di portar aventi il progetto in autonomia. La casa in cui vivono è costruita da un connazionale e quindi bellissima, sembra di essere in un agriturismo nel Monferrato. Qui però usciti dalla casa non c’è nulla: vegetazione qualche capanna qua e là, tanti bambini di strada. Il centro del villaggio è un campo di calcio, due capanne, 4 botteghe gente seduta sui marciapiedi e sempre un po’ di musica che si mescola alle chiacchiere tra gli abitanti, ai colori dei loro abiti e alla forte presenza della natura. Ora mi è chiara l’intensità di tutti i colori della bandiera della Tanzania: il blu dell’oceano indiano, il verde della vegetazione, il nero come la pelle dei suoi abitanti e l’oro dei giacimenti minerari. Il tutto legato insieme con una grande armonia e un po’ di buona musica locale. Passeggiamo per il villaggio, siamo diverse perché bianche ma la nostra diversità è collegata al colore della pelle di coloro che hanno offerto a questo villaggio l’acqua e la luce. Qui i ragazzi del Cefa hanno portato l’acqua che prima andavano a prendere al fiume e la luce che prima era solo quella del sole,delle stelle e della luna. Ci sorridono dicendo “rafiki Cefa” che poi significa “amici del Cefa”. I ragazzi della ONG qui hanno costruito delle strade che prima si interrompevano nel nulla come ancora molte cose in questo continente. La governante della casa ci prepara il bufalo per cena e assaggiamo anche l’annona, un frutto molto buono che sarebbe il caso di promuovere anche nel nostro paese.

E’ bellissimo essere in quel posto lontano dal mondo con dei ragazzi italiani, sono attrezzati, nel limiti del possibile c’è tutto quel che serve per sentirsi a casa. Bello aver visto come si vive qui, dopo averne sentito i racconti dei protagonisti durante la prima parte del viaggio. Grazie a Dario e al suo Pick up Anisia Caterina ed io ritorniamo a Njombe, strada sterrata, buio pesto, luna piena e canto di melodie italiane. Serata internazionale con espatriati di altre ONG finiti a ballare, divertente come mi avevano detto.

Federico non ci lascia tregua ci carica su una macchina e ci spedisce a scuola, una delle emozioni più grandi che si possano immaginare. Il Preside ci accoglie come principesse, tour dell’edificio, entriamo in una classe. Bambini dal 10 ai 14 anni. 120 bambini, golf rosso, gonna blu testa rasata sia maschi sia femmine. Si alzano in piedi, standing ovation, un’immagine di gruppo stupenda. Lezione, parliamo con il maestro in inglese e lui traduce, chiediamo che professioni vorrebbero fare “Primo Ministro” esordisce la ragazzina in prima fila. C’è poi anche un pilota, un infermiere, c’è un calciatore e un insegnante. C’è un dottore. L’Africa del futuro sembra piena di grandi aspettative vedendo la vivacità di nostri giovani nuovi amici. Ma dove finirà la loro speranza? Dove si interromperanno i loro sogni?

A fine lezione si alzano in piedi, cantano una canzone dedicata alla fabbrica del latte che tutti i lunedì porta il latte alla scuola. Una canzone orecchiabile, piacevole, bellissima. Musicalità, battiti di mani di 120 ragazzini, la capacità di tenere il ritmo che hanno solo le persone di colore. Un solista in fondo alla classe e un coro di 119 voci nere. Meraviglia, stupore. Non ci aspettavamo una simile accoglienza. Il Preside è felice che ci siano ospiti, visitatori e scambi di idee. Tè allo zenzero, uova sode e delle frittelle per poi farci donare dalla figlia una gallina. Regalare una gallina è un gesto di grande importanza e chi la riceve ne deve essere molto felice. Ci raggiunge Federico, un idolo per i ragazzi della scuola, escono in giardino e gli cantano la canzone che hanno creato per lui. Commozione. Njombe riserva molte sorprese, il macellaio che ti stringe la mano e ti abbraccia, mentre stava sventrando un suino, mercato, tessuti bellissimi e la radio locale che ci dedica uno speakerato come ospiti speciali amiche del Cefa provenienti dall’Italia.

Cena con tutti gli espatriati, nocino di Saronno (portato dalle mie amiche) che scalda il cuore. Qualsiasi cosa che a casa può sembrare scontata qui diventa uno sfizio incredibile se lo si riesce a soddisfare. Arriviamo a Dar Es Salaam dopo un viaggio in pullman di 12 ore, odori dal mondo e ferita a bordo, nel tentativo di scendere dal pullman in fretta quando in freni avevano iniziato a fumare. Una logica del tutto tanzana fa si che nonostante le stazioni di servizio ci siano il bus fermi solo 2 volte di cui una in un autogrill fatiscente e l’altra per i bisogni in mezzo ai campi, a lato della strada tutti in fila.

Arriviamo a Dar, stiamo a casa Cefa, rincontriamo alcuni cooperanti e andiamo a visitare il mercato del pesce (squalo enorme appena pescato) e a vedere per l’ultima volta l’oceano Indiano, serata a ballare per dimenticare di dover prendere l’aereo qualche ora dopo.

Felice di aver conosciuto questo nuovo mondo, di aver condiviso con grande persone una grande esperienza e di aver visto in così poco tempo una così vera e profonda realtà africana. Credo ci sia molto da fare ma soprattutto credo nelle persone che lo stanno già facendo.

Testo e foto di Federica Zilocchi

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