Croazia da scoprire

L’idea era un “giretto” non lontano da casa, giusto per staccare dai problemi quotidiani. E così, aggiungendo una tappa dopo l’altra, abbiamo fatto 2000 km in otto giorni, alla scoperta di un paese meraviglioso di cui ci restano immagini incollate agli occhi e una sola, irresistibile voglia: tornare. Tornare e lasciarsi cullare dal suono mite dell’ “Organo Marino” dalla gradinata di Zadar; tornare e misurarsi ancora con autostrade deserte sospese tra le montagne del Velebit e con precipizi infiniti di ponti spettacolari, come quello che collega l’isola di Krk con Rijeka.

Lo vediamo da lontano, un po’ stordite dalla già ragguardevole vertigine dei viadotti che sfiorano la città e il suo porto. Un luogo denso di significato storico per gli italiani, specialmente quando il nome era Fiume, in cui ci costa fatica non fermarci… ma siamo già al terzo giorno di viaggio e dobbiamo raggiungere la seconda tappa di un percorso stabilito sul pavimento di una mansarda cremonese che ora ci sembra lontanissima nel tempo e nello spazio. Abbiamo respirato la storia tra i mosaici di Pore?, riposato tra gli uliveti a Bale – dove, scopriamo piuttosto divertite, soggiornò nientemeno che quell’impenitente di Casanova, perché qui la pace e la poesia predispongono a vivere l’amore – , mangiato carne di boskarin, toccato con imprudente lievità “pomodori di mare” (stranamente innocui?!) sugli scogli di Barbariga, sorriso ai signori che arrostiscono maialini sugli spiedi ai lati delle strade.

Ed ora, il tempo di lasciare i bagagli e di scoprire con orrore che sì, anche qui la sistemazione per la notte è in cima a tre rampe di scale, e noi ci siamo portate l’intero armadio più tutto il necessaire per la colazione (perché va bene l’avventura, ma non è che si può andare in giro senza balsamo “after sun” o senza nutella), e ci avventuriamo verso Stara Baska. Una strada a picco sul mare, calette deliziose e acque limpide: possiamo goderci questo paradiso solo grazie al gentil signore alla cassa del camping, poiché abbiamo dimenticato in camera le kune e siamo momentaneamente al verde. Si riparte, di nuovo il ponte (è meno ardua al ritorno, è un’impresa già affrontata) ed è la volta dei boschi che circondano l’autostrada tra Rijeka e Zagreb. Come ci attira questa città che i croati amano profondamente e di cui decantano l’atmosfera!

Ma oggi il nostro piano ci porta altrove e ad un certo punto iniziamo la discesa verso Zadar e la sua notte placida e affascinante, di cui ci conquista subito il connubio tra il fascino antico e il genio contemporaneo dell’architetto Nikola Baši? e delle sue installazioni. Restiamo ad ammirare la rotonda di San Donato e la Cattedrale che brillano bianche nel buio… brilla anche quella sorta di piattaforma dei sogni chiamata “Saluto al Sole” che, inondata di giorno dalla luce bianca del molo, la restituisce colorata la notte mentre la gente ascolta rapita sulle gradinate il canto dell’ “Organo Marino”, prodotto sotto il molo da canne mosse dalle onde del mare.

Ma nulla ci trattiene dalla nostra insopprimibile spinta a partire di nuovo, questa volta per Pasman, isola dalmata collegata al presente solo da un ponte che la unisce all’isola Ugljan e di lì alla terraferma. Anche qui la gentilezza dei nostri affittacamere non ci impedisce di soffrire per le canoniche tre rampe di scale su cui inerpicarci con i nostri valigioni; ma, una volta sistemato a dovere il carico, lo spettacolo dal balcone della nostra camera e l’ampia “piscina” sabbiosa in cui passeggiamo immerse in acque deliziosamente limpide ci ripagano della fatica. Penultimo giorno, ultimo mare e la sorpresa più bella: uno scoglio quasi deserto a ridosso dello stretto tra le due isole, nascosto da profumata macchia mediterranea, rende ancora più penosa l’imminente separazione da questa terra magica. Magico e lungo è il ritorno verso la Slovenia, verso Postojna, le sue misteriose grotte e il suo maniero incastonato nella roccia, e un po’ tristi il rientro verso casa e il distacco di due affiatate compagne di viaggio già pronte a nuove avventure.

Testo di Eleonora Barabschi | Foto di Chiara Ravara

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