Romania. Maramures, gli ultimi custodi

Il cimitero di Sapanta è fatto di legno. Quelli che prima erano alberi, ora formano un fitto boschetto di croci. Croci splendide, finemente intagliate e dipinte con colori squillanti e gioiosi. Il legno di ogni croce, santificato dalla mano dell’uomo, non diventerà cenere, ma albero divino che protegge l’anima e il ricordo di chi vi giace sotto. Una frase ingenua, a volte lapidaria e pungente, descrive con ironia il carattere del defunto, i suoi pregi, ma soprattutto, più umanamente, i suoi difetti e le sue particolarità. Un dipinto lo raffigura in un attimo tipico della sua vita, o lo ritrae in un’immagine priva di qualunque enfasi. Si capisce subito perché viene definito Cimitirul Vesel, il cimitero gioioso. Lontano da qualsiasi retorica e ipocrisia, abolito ogni funereo linguaggio sepolcrale, messi al bando marmi, pietre, lampade votive e ogni altro orpello mortuario, è diventato un semplice punto d’incontro tra i vivi e i morti, una piazza, una comunità mista, dove ognuno ha conservato il proprio carattere ed è ancora riconoscibile. La morte per i Maramures è allo stesso tempo un fatto naturale e magico. Un cambiamento di stato inevitabile, che però non interrompe il rapporto con chi se ne è andato. È tradizione che nel giorno dedicato ai morti, la Luminatia, le famiglie si riuniscano presso le tombe per mangiare insieme a chi è scomparso. Si piange e si sorride, si prega e si brinda, mentre il vento di novembre che scende giù dai monti come un brivido gelato, scompiglia i fiori, agita le candele e apparecchia le tombe con tovaglie di nebbia grigia.

Ora invece, in questa domenica mattina trasognata e profumata di fieno, il cimitero di Sapanta, piccola Spoon River rumena, è una pergamena miniata srotolata sotto il sole, da leggere in silenzio. Una croce è per Andrei, raffigurato sul suo trattore arancione nel campo e poi con gli amici a giocare a carte. Un’altra per Nastasia, vecchina che filava la lana davanti casa e spettegolava con altre comari. Una croce bella per Dorina, la bimba che finì sotto la corriera e volò in cielo con il suo bel fazzoletto a roselline annodato sotto il mento. Sembra dire: “addio, compagne di scuola, addio vestitino della festa, addio, cagnolino bianco che mi correvi sempre incontro sul cancello”. E Petru che sta per finire sotto un treno, alza la mano e sembra dire: “addio ai balli e alle feste, addio alla mia maschera di legno del primo di dicembre, addio portone scolpito di casa mia. Mancava ancora una figura, era una croce, la mia.”

Storie di vite intere rappresentate in un attimo, con tocco ingenuo e poetico, irriverente e struggente, con un sorriso di comprensione in un commiato accorato. Un sorriso che consola e che affratella al di là delle lacrime e del dolore. Il piccolo cimitero e il sagrato della chiesa si vanno riempiendo di persone, mentre il pope sta ultimando i preparativi per il rito domenicale. Vecchi austeri in abiti di canapa bianca e giubba di lana pesante. Volti diventati uguali al legno stagionato, inciso e intagliato dal tempo. Tripudio di roselline sui fazzoletti e sulle gonne variopinte di bimbe e ragazze. Stessa grazia lieve di corolle di papaveri nel vento. Le nonnine, profumate di bucato e di lavanda, vestono ampi gonnelloni scuri, fazzoletti a fiori, spessi gilè e bluse immacolate dalle maniche a sbuffo. Hanno un sorriso dentro gli occhi fieri. Le mani sono un libro aperto su cui la vita ha scritto le sue storie. Vivono con serenità e dignità nel loro piccolo universo che poggia da sempre sugli stessi pilastri. Un mondo semplice e antico in cui sanno come muoversi e dei cui riti e valori sono le depositarie.

Vivi e morti si mischiano insieme in questo insolito camposanto. Fra le croci colorate è tutto un ondeggiare di altri colori, tra i fiori delle tombe è tutto un agitarsi di altri fiori. Ora il salmodiare del pope si spande nell’aria limpida, come un eco antico, una nenia ipnotica che si allarga in un’onda circolare. La chiesa è gremita e molti partecipano alla celebrazione dal portico. Le mamme ravviano le trecce e i fazzoletti delle loro figliole, aggiustano una trina, una piega delle loro gonne fiorite. I ragazzi, se ne stanno raggruppati tutti insieme, seduti sulle tombe del cimitero, con il cappello da uomo in testa, un po’ troppo grande, e i capelli ben pettinati. Scriminatura tirata col righello. Profumo di sapone. Parlottano tra loro a voce bassa e intanto, con occhio attento, scrutano il passaggio di ogni ragazza, intessono trame di sguardi nascosti, fieri dei baffi lasciati crescere da poco, della camicia candida e dell’anello d’oro che brilla sulla mano di contadino cotta dal sole.

Ragazza Maramures alla messa di domenica mattina, la tua gonna è come la collina fiorita a primavera, il tuo fazzoletto sulle trecce è il giardino di casa tua con le rose di giugno. Davanti al portale di legno intagliato da tuo padre, incontrerai il tuo sposo, quello che vedesti dentro lo specchio nella notte di capodanno, e che ora ti osserva mentre passi composta tra le compagne. Così le storie dei morti si intrecciano a quelle dei vivi. Fresche storie d’amore nascono tra le tombe. Quelli che se ne sono andati hanno generato semi di fiori sconosciuti, che ora sbocciano sotto il legno secco delle croci. Al museo di Sighetu Marmatiei, l’intero mondo di legno dei Maramures sfila in bella mostra. Maschere in legno intagliato, animalesche e terrifiche, lanciano vuoti sguardi diabolici dalle pareti. Antichi strumenti di lavoro pressoché uguali a quelli che si possono ancora vedere in mano a molti contadini, o appoggiati agli steccati delle case. E poi portali scolpiti con motivi complessi e intricati: simboli arcaici e simboli cristiani, il sole pagano, la corda infinita che si intreccia in eterno, la croce.

Tutta la cultura Maramures con i suoi riti e le sue tradizioni sembra nascere da un unico albero, un solo antichissimo tronco di legno intagliato, che continua a generare con vigore rami e foglie. Fuori dalle stanze del museo tutto è più vero e reale che mai. Percorrendo la valle del Buzan si scoprono case di legno piene di vita. Anche qui complessi portoni lavorati le sigillano in un’ isola sacra, protetta dai misteri dei boschi. La campagna, man mano che si sale, si fa struggente. A un bivio tra una croce di legno e un melo, un vecchio nel candido abito tradizionale appare come un angelo. Angelo bianco del bivio, assorto nei suoi pensieri, con lo sguardo perso nel verde della vallata. Salendo su per il passo Gutii, i prati diventano rasi e ondulati, colore di muschio vellutato, verde brillante. Scure barriere di abeti formano muraglie impenetrabili di ombra spessa. Poi di nuovo la pianura. Nell’afa del pomeriggio è facile sentirsi sospesi in una specie di sortilegio che ha consentito la visione di una terra segreta e incantata. La strada ora si infila sotto un grande portale di legno scolpito. Come in una fiaba, si esce dall’incantesimo varcando il confine del piccolo magico mondo Maramures. Inutile voltarsi indietro. Meglio imprimersi nella memoria la formula magica per poter entrare la prossima volta. Prima che sia troppo tardi. Prima che tutto cambi e il cemento prenda il posto del legno. All’ombra dei Carpazi, da sempre, per chi la vuole ascoltare, la sussurrano al vento gli alberi della foresta.

Testo e foto di Giuliana Cavezzi e Antonio Corradetti

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