Germania. Sotto il cielo di Berlino

 

Si sale al quinto piano a gettare di sotto sguardi, come sassi in un pozzo senza fine. Voragine turbinosa di folla, bagagli, neon, negozi, ristoranti, schermi luminosi saettanti di immagini e colori. Ascensori trasparenti salgono con leggerezza di bolle d’aria nell’acqua. Scorre irreale, come a rallentatore, una fiumana di scale mobili. Intreccio di flussi opposti, in moto lento e costante, dentro una frenesia da formicaio. Rari e inaspettati ritagli di quiete dentro questo effervescente brulichio, misurano la profondità della solitudine. Piccole oasi irreali. Un uomo solo davanti a un binario, due innamorati che si baciano, qualcuno che si perde dentro un libro o un computer. A poca distanza, severo, massiccio, il Reichstag si spalanca in un sorriso davanti al suo immenso prato. Niente giardini complicati e fastosi, nessuna retorica. Solo un semplice spazio verde. Dem deutschen volke c’è scritto sul frontone del cupo edificio, “Al popolo tedesco”. E il popolo tedesco è lì, davanti alla massima istituzione del suo paese, a proprio agio come nel cortile di casa sua. A piedi scalzi nell’erba. A giocare a frisbee col cane. A prendere il sole su un vecchio plaid.

 

Come al Tiergarten. Un bosco parcheggiato in centro. Metropoli al contrario. Scoiattoli e pettirossi. Profumo d’erba. Pensi solo di attraversarlo e invece
ti ritrovi catturato dalla sua trappola verde, sdraiato su un prato a guardare le nuvole. La Sprea, sinuosa, scorre al confine del parco e prende fiato come dopo una corsa. Ha appena attraversato la città del passato. Palazzi e monumenti si sono riflessi nel suo mobile specchio, ma Berlino non vi si è più riconosciuta. Troppa cenere, troppi fantasmi. Tutto scorre. E cambia. Questo ci sussurra la piccola Sprea. Questa è la cura. Anche il Muro ormai è solo una traccia che affiora a tratti per terra. Linea di sutura su un taglio di bisturi tra un est e un ovest che non si distinguono quasi più. Come uno scoglio emergente da un mondo sommerso, una sezione di Muro si snoda ancora lungo la Mühlenstrasse, prendendo il nome di East Side Gallery. Artisti di ogni paese hanno cercato di guarire l’ orrenda ferita con il balsamo della loro arte. Buone vibrazioni di pace, fratellanza e libertà gridati per un chilometro e mezzo di murales. Il Muro c’è, ma non è più Muro. Ha cambiato la sua pelle di cemento e filo spinato con una colorata livrea da farfalla. La cicatrice è stata trasformata in un tatuaggio simbolico. Il fiume, che fin qui ci ha accompagnato, scorre parallelo a quest’ultimo relitto di Muro. Lo sottolinea con un tratto di evidenziatore azzurro. Un ritaglio di sponda con sabbia e sdraie si finge spiaggia esotica a ritmo di reggae. Intanto i battelli turistici navigano lenti e si infilano nelle asole strette dell’Oberbaumbrücke, il ponte turrito in mattoni rossi che sembra uscito da un libro di fiabe russe.

 

Siamo già nel quartiere di Friedrichshain, dove l’estro e il talento sono di casa. Vollkornbrot e arte a colazione. Graffiti fiammeggianti e tranquilla realtà rionale. Democratica street art che ama l’aria aperta, i passanti, i muri delle case. Energia creativa che vola a livello di marciapiede. Quando arriveranno i galleristi di grido e gli atelier di lusso, con gli arredi firmati, la corrente sarà già migrata in zone più alternative. Inafferrabile. Ma per ora è qui. E qui c’è il Raw. Grande area di capannoni dismessi, occupata e abitata da quel genere di berlinese che non ama le riunioni di condominio, ma che sa trasformare una scorticata parete di mattoni in un’opera d’arte. Qui si riparavano treni. Ora è un posto strano, con un cuore da vecchia locomotiva che traina controcultura, socialità e arte. Colori e figure fantastiche tra la polvere e l’abbandono. Techno music come un mantra ripetuto. Sensazione di trovarsi in una zona vagamente pericolosa, per poi scoprire che, nello spiazzo sterrato tra i ruderi, tutte le auto hanno il tagliando del parcheggio e distinti signori prendono il caffè sul prato davanti al piccolo bar, in attesa che i nipotini escano dalla scuola di skateboard lì accanto. Poco lontano, oltre il raffinato gioco di cortili di Hackesche Höfe, oltre la cupola dorata della Neue Synagoge, il cupo palazzo occupato dalla comunità artistica Kunsthaus Tacheles cova estro esplosivo dentro un’oscura decadenza. Pittori e scultori underground lo hanno trasformato in un antro sciamanico di arte grezza. Le strade portano lontano. Impossibile stare fermi in una città che si muove. Impossibile legarsi a un’immagine in una città che cambia. L’omino degli attraversamenti pedonali, col suo buffo cappello, si accende di luce verde e dà il lasciapassare in territori urbani sconosciuti.

 

Sconosciuti e a volte esotici, come il quartiere cosmopolita di Kreuzberg. Caffè turco al mercato turco. Stesso colore caldo negli occhi dei bambini. Pezzetto di Istanbul sotto il cielo di Berlino. Döner kebab e lahmacun. Piccolo medioriente prussiano in cui immergersi tra cascate di frutta e di verdura. Il sole sta calando. Berlino inizia già a prepararsi per la sua sera azzurra e scintillante. I turisti affollano i tavolini all’aperto. I giovani berlinesi invece sembrano aver eletto i prati della città a luogo di incontro privilegiato e fioriscono qua e là in coppie, gruppi e circoletti, come aiuole colorate nel verde. Al termine della giornata stanchezza e felicità si mescolano nello stesso modo in cui lo smog si impasta col colore del tramonto. Fusione perfetta che genera insolite sfumature. Sciame veloce di biciclette. Campanelli. Ma, stavolta, nessuna invasione di campo: suonano solo per allegria.

Testo e foto di Giuliana Cavezzi e Antonio Corradetti

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