Il Botswana è un paradiso di sabbia e di acqua. Un grande deserto dove i fiumi arrivano nel mezzo del nulla e portano la vita. E che vita: laghi e paludi pieni di ippopotami, aquile e coccodrilli. Savana zeppa di giraffe, antilopi, zebre, iene, facoceri, rinoceronti, gnu, manguste, serpenti. Ben rintanati nel bush ci sono leoni, leopardi, scimmie, serval. Tra l’erba occhieggiano, quasi invisibili, i ghepardi. In cielo volteggiano, falchi, gru, aironi, avvoltoi. Arriva un fiume, in Botswana, che nasce in Angola col nome di Kubango e dopo avere percorso più di mille chilometri lungo il confine della Namibia e avere preso il nome di Okavango, invece di finire nel mare, si butta nella sabbia del Kalahari, dando vita a una delle sette meraviglie della natura. Un delta interno, un ecosistema unico al mondo. Laghi dolci e salati, migliaia di microisole, paludi solcate da un’acqua pura e cristallina, smisurate distese di ninfee dall’incontenibile color lilla. Prati acquatici attorno a cui sguazza l’intera arca di Noè in versione africana. E ovunque, nell’aria, il profumo «asprodolce» della salvia selvatica, che si fissa nelle narici come le zecche si fissano sulla pelle dei leoni.
Quando il giorno muore sull’Okavango, tingendo il cielo di rosso, bisogna prendere una di quelle piccole piroghe che gli indigeni chiamano «mocore» e
addentrarsi tra canne e fiori. La barca scivola silenziosa sull’acqua color indaco, in cielo volteggiano i martin pescatore, gli ippopotami camminano sul fondo della palude brucando sott’acqua come se fossero in un prato, il tempo è sospeso, scompare la differenza tra un attimo e l’eternità. Fino a che dai cespugli d’argento, che macchiano la riva, non spunta una fila di elefanti rumorosi. Si lasciano scivolare nell’acqua, bevono, giocano, e, fradici, tornano a riva per rotolarsi nel fango e costruire una corazza a prova di parassiti e insetti. Gran parte del delta interno è occupato dalla riserva di Moremi, un parco che non teme il confronto con Serengheti, Etosha, Masai Mara, N’goro N’goro. Da Chief Island, il cuore della palude, partono indimenticabili safari in caccia di leoni e leopardi. Raramente i «ranger» locali mancano l’appuntamento con la preda. E quando la fiera compare davanti al cacciatore, al posto di una fucilata sibila l’otturatore della macchina fotografica.
Il Delta dell’Okavango non è l’unico eden acquatico del Botswana. Diversi chilometri più a 
Spunta la consapevolezza che ogni animale vive sotto una minaccia continua, un rischio permanente. L’aggressione violenta e la morte sono lì a due passi. La sete e la fame spingono spesso verso il rischio e la fine. Nessuna bestia è sicura tra le erbe e i cespugli dell’Africa. Lo scopri vedendo le manguste che 
Anche con l’elefante che sembra invincibile. Il pachiderma proboscidato muore in un modo terribile: lo uccide il consumo dei denti. Verso i sessant’anni, quando è ancora forte e vitale, il logorio totale dell’apparato masticatorio lo costringe ad arrendersi all’inedia. Si apparta dal branco, crolla sotto un’acacia e, prima i leoni, poi le iene, infine gli avvoltoi, si saziano del suo corpo un tempo invincibile. Nessuno è mai al sicuro nel parco di Chobe. Il serpente è vittima della mangusta. Le termiti sono preda dei formichieri, il rinoceronte, forte e saldo come un carro armato, è il bersaglio di spregiudicati bracconieri che scendono dall’Angola e dallo Zambia per carpire il suo corno miracoloso, che ridona all’uomo – credono alcuni – il vigore sessuale. Dietro la patina del bello e del pittoresco, la vita nelle praterie del continente nero corre spietata e piena di paure, di ansie. Tutto è tenuto insieme da fili fragili e sottili. Proprio come nella nostra vecchia Europa. O no?
Testo e foto di Sergio Pitamitz
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