Salento. Natale nel borgo



Tutto è ancora intatto. Sfida il tempo la favola atavica della buona novella nel Salento. I borghi, sparsi, diventano presepi di pietra, anfiteatri in cui si inscena la tradizione. Il tacco d’Italia ha imboccato la strada: la via immateriale e immaginifica del folklore, dove passato e presente si fondono in  una scelta di sviluppo turistico azzeccata.


Un ammasso petroso nel cuore dell’entroterra leccese sorveglia da parte a parte lo Jonio e l’Adriatico, spingendo lo sguardo fino in fondo, a Finibus Terrae: Specchia è un piccolo presepe di tufo arroccato sul cumulo di sassi che i Messapi adagiarono su questo sito e da cui prende il nome. Viuzze candide e lastricate, scalinate scolpite nella roccia calcarea, vicoli stretti e impolverati tessono la maglia urbana di questo piccolo gioiello medievale. I muri bianchi hanno resistito all’usura del  tempo, agli aliti dello scirocco e della tramontana, alle scorrerie dei saraceni, alle dominazioni di greci, angioini, normanni e delle genti che da qui sono passate.

A impedire il depauperamento, ci hanno pensato le istituzioni locali che, aiutate dall’impegno degli abitanti locali, hanno recuperato e riportato in bellezza le umili dimore cittadine e gli opulenti palazzi signorili: il centro storico di questo che è annoverato tra i borghi più belli d’Italia, è stato interamente trasformato in albergo diffuso e ospita ogni anno più di mille presenze turistiche chelo scelgono come punto di partenza per scoprire  un territorio ancora originale.


E i molti che credono che il Salento sia solo o prettamente mare, arrivati qui dovranno ricredersi. Venite qui a dicembre e riporterete a casa un ricordo di Terra d’Otranto  senza dubbio più “vero” e molto diverso dall’idea che solitamente uno si aspetta. Manca la neve, ma anche se non fiocca, Specchia appare un’incantevole boule de neige natalizia. E sotto la bolla stellata, la piccola cittadina sembra Betlemme: il Presepe vivente acciambella morbidamente il borgo antico con centinaia di figuranti che, all’ombra dei loggiati barocchi, animano via Ferrante Gonzaga, detta dagli specchiesi “rua ranne”, l’arteria urbana principale. Rivivono i fasti della corte di Erode nel cortile di Palazzo Coluccia, mentre il settecentesco portale bugnato  del Castello di Risolo, un palazzo risalente al XI secolo che domina la splendida Piazza del Popolo, si apre a chi vuole rendere omaggio alla Sacra Famiglia.  Nei saloni dell’edificio fortificato si alternano centurioni, scribi e ballerine, il tutto a riprodurre fedelmente un’atmosfera di altri tempi.

Ma il tema della Natività è solo un pretesto per conoscere un Salento autentico, dove ancora vivono e si conservano le tradizioni legate all’Avvento e al Natale. Ci si perde in questo labirinto di calce, storditi dagli odori che invadono i cortili delle case a corte, dove schiette massaie preparano ai turisti-viandanti le succulente pietanze locali: in calderoni di olio fumante, friggono le pittule, deliziose palline di pasta fritta che meritano la lunga fila necessaria per accaparrarsene una dozzina. Affogano nel miele i purcedduzzi e le ncartiddate, dolci simili agli struffoli napoletani che vengono preparati in casa  in questo periodo. E poi ancora pane con le olive, sagne cu la ricotta forte, i morsi fritti, fae nette: tutti piatti fatti con ingredienti poveri che si amalgamano come le mescolanze di popoli che qui si sono succeduti e che affondano le loro radici in un passato antichissimo.

Basterebbe fermarsi qui per cogliere tutti quegli aspetti e le caratteristiche peculiari di questa estrema lingua di terra. Ma vale la pena proseguire e aggiungere qualche tappa.


Si fanno pochi passi tra strade sterrate arginate da scheletrici muretti a secco per raggiungere Vignacastrisi, un gradevole borgo di origine normanna a pochi chilometri dalla costa adriatica.  E la stella cometa si è fermata anche qui: pastori, bottegai, mercanti e principi invadono l’abitato e rendono omaggio al neonato profeta cristiano. Tra le vie del centro storico gli scuri di porticine verniciate con tinte pastello celano la sapienza e la pazienza delle antiche maestranze. I prodotti dell’artigianato locale prendono forma tra le mani esperte di maniscalchi, cestai, fabbri. Radunate attorno a un focolare, abili ricamatrici merlettano di pizzo macramè salviette e centri tavola: piedi e mani, si coordinano ritmicamente, come in giro di pizzica, il ballo tradizionale che ha reso celebre questo scorcio di Meridione. Dita danzanti danno vita, sotto i telai, a tessuti impalpabili.

A pochi chilometri da qui, anche l’antica Castrum vive il momento dell’attesa. Dal 26 dicembre al 6 gennaio il tempo si ferma,  le lancette indietreggiano vorticosamente all’indietro e si arrestano nel Medioevo: le vestigia della contea di Castro si mostrano in “Natale medievale”, una rappresentazione in costume  che si snoda dal Porto di Enea, il pittoresco porticciolo della marina,  diramandosi lungo il dedalo di vie cittadine che si inerpica lungo la rocca. Sfilano, composti, personaggi dai grandi lustri come il Vice-re di Napoli, la Gran Contessa Elisa Gattinara, i cavalieri, le nobildonne, l’esercito ottomano e l’ordine dei Templari. Le tetre stanze del Castello Aragonese si riempiono di magia e mistero, altra faccia di quest’epoca in bilico tra buio e luce: tra vapori cromatici di odore sulfureo, streghe, maghi e alchimisti, sotto la luce esoterica delle fiaccole, chinano il capo su pozioni e gesti rituali che invocano sortilegi.

Lì fuori, dalla piazza principale, riecheggiano per i vicoli musiche di zampogne, i rulli battenti dei tamburi, versi di canti gregoriani. E si confondono a parole dialettali che sanno di antico.

Testo di Francesca Calò | Foto di Emanuela De Santis

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