Ascoli Piceno. Viaggio attorno a una piazza


Locale pietra mirabile, che è quella nobile e speciale dei monumenti ascolani: il travertino. Il trascorrere del tempo lo modifica e lo rende vivo, lucidandolo con l’usura, rosicchiandolo, o sforacchiandolo come un tarlo. Chiaro e luminoso, è in sintonia con la luce, di cui riflette la tonalità. A volte lo vedi grigio, a volte color avorio, a volte ambrato. Il cielo si specchia sul pavimento di travertino della piazza, levigato da milioni di passi e un riverbero dorato splende nell’aria, resta sospeso come una nuvola di bellezza dentro questo prezioso rettangolo. Armonia rinascimentale di linee, di forme e materiali, creata apposta perché le persone ci vivano dentro.

Tu vai da un portico all’altro ed è come se fossi entrato nel rarefatto incanto di un quadro di Piero della Francesca, o avessi fatto quattro passi nella Città ideale di Laurana. Privilegio senza pari, senza prezzo e senza costo. Certe volte la nebbia copre la Piazza come una coperta di fumo. Sotto i portici l’atmosfera diventa intima e confortevole. Il Palazzo dei Capitani appare come un fantasma e il Caffè Meletti, scintillante di luci calde, invita a entrare e sedersi ai suoi antichi tavolini. Pavimento di legno scricchiolante. Fascino liberty.



Profumo di crema e di anisetta. La sera umida e grigia dipinge sulla Piazza un quadro nuovo e suggestivo in nero, azzurro e cinerino. Rari passanti. Non ci sono più contorni precisi. Tutto è sfumato. Morbido. Segreto. Un gruppetto di persone sta parlando dell’ultima partita dell’Ascoli, ma quei cappelli calati, quelle sagome scure, formano una perfetta visione di oscuri cospiratori medioevali. Un’ultima vasca, poi una pedalata verso casa, lungo rue strette e silenziose, frusciando sull’acciottolato umido. La Piazza resterà deserta, come un vecchio teatro alla fine dello spettacolo.


Testo e foto di Antonio Corradetti e Giuliana Cavezzi


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