Corea del Nord. Viaggio proibito nel Paese del silenzio


Se si arriva in Corea del Nord il 10 ottobre, giorno in cui viene celebrato l’anniversario della fondazione del Partito Comunista, si pregusta all’improvviso il gusto plumbeo di un tuffo nei festeggiamenti ufficiali di Stato, quando migliaia di cittadini coreani sciamano silenziosi nelle piazze immense di una capitale dipinta dal grigio degli imponenti monumenti dedicati ai leader. Inchini negli abiti dei giorni migliori e fiori si alternano di fronte a Kim Jong Il e il presidente Kim Il Sung, mentre il pomeriggio è scandito dall’enigmatico gioco di gambe e braccia in sincrono, capaci di muovere a passo di danza la coreografia di un gigantesco ballo colletivo che insegue le musiche e passi ideati da Kim Il Sung, presidente assente, capace di perseverare con drammatica ossessione in una carica che oggi segna le pagine finali di una Storia catastroficamente immobile.


Kim Il-sung, nato a Pyongyang nel 1912 e morto nel 1994, è infatti considerato Presidente a vita della Repubblica Democratica Popolare di Corea, di cui divenne capo nel 1948. Durante il 10 ottobre i cittadini coreani, vestiti con eleganza, gli portano omaggio, inginocchiati ai piedi dei monumenti in bronzo. Poco più in là, oltre il confine della capitale Pyongyang, si estende la distesa delle campagne solcate dalle linee sottili dagli aratri, che qui sono ancora a mano. Strumenti di lavoro semplici come lo è la vita segreta di una popolazione impossibile da conoscere. Il silenzio qui assume le forme di due guide, deputate ad affiancare i pochi, sparuti viaggiatori che decidono di avventurarsi nel viaggio alla scoperta di uno degli ultimi baluardi comunisti al mondo. Nel Nord Corea è strettamente proibito effettuare visite al di fuori dell’itinerario rigidamente programmato dalle autorità; i cellulari devono essere consegnati: verranno riconsegnati al termine del viaggio. Si precipita all’improvviso nel silenzio, in un’atmosfera rarefatta di cui è difficile lasciare testimonianza, nell’impossibilità di fotografare senza autorizzazione. Né è possibile ascoltare i racconti della gente, invisibili contadini indaffarati nelle campagne sterminate, vittime della miseria più nera e di un regime che brutalizza gli uomini.


Si giunge in Corea del Nord attraverso la Cina: quando ci si lascia alle spalle il fiume Yalu, che i coreani chiamano Amnok, Sinuiju, sulla sponda nordcoreana, e la cinese Dandong si fronteggiano, una algida nei suoi grattacieli, l’altra fragile come una delicata quanto desolante cartolina in bianco e nero. A Sinuiju l’attesa del controllo del passaporto da parte delle guardie di frontiera si perde nell’assenza di bar e ristoranti, che di solito affollano di rumori le stazioni. Lo scenario è una scenografia di cartapesta dal sapore inconsistente, dove i campi di riso disegnano l’orizzonte fino a Pyongyang, capitale. Stando alla leggenda la città venne fondata nel 2334 a.C. E divenne un centro importante già sotto la dinastia Gojoseon. Diventata capitale provvisoria della Repubblica Democratica Popolare di Corea nel 1948 (si progettava di arrivare a Seoul), Pyongyang nel 1952 venne gravemente danneggiata dal bombardamento aereo dell’ONU e oggi la pesante architettura di stampo stalinista che ne contraddistingue molti edifici rimane memoria dell’aiuto sovietico ricevuto per la ricostruzione.


I 27 piani del Yanggakd, unico hotel per turisti della capitale, accoglie gli stranieri in un’isoletta al centro del fiume Taedong. Tutt’intorno i palazzi abitati dai cittadini nordcoreani, ai quali le case vengono assegnate da un ente governativo che decide dove ogni nucleo familiare debba risiedere. Le case per single? Non sono previste. Sbirciando le facce impenetrabili, aumenta la curiosità verso una Corea spaccata e dilaniata dalla storia. Un Paese in cui palpita una vena sanguigna antica, che è facile ritrovare nel respiro delle riserve naturali dei monti Kuwol e Myohyang e Kaeson, remota capitale della dinastia Goryeo, nota come la città del ginseng, e diventa fievole sospiro di fronte all’archeologia contemporanea di una struttura come il Ryugyong Hotel. Il progetto originario dell’edificio, alto 330 metri per 105 piani, prevedeva sette ristoranti girevoli sul tetto: i lavori si sono bloccati negli anni Novanta e nel frattempo l’hotel, che doveva essere il più alto al mondo, è stato superato dal Rose Tower di Dubai. La sua altezza ora spazia sul teatro svuotato di una città che ha cacciato dal palcoscenico i suoi attori. E nella paralisi di un gesto lasciato a metà attende un futuro destinato ad arrivare di schianto.


Testo di Maddalena De Bernardi | Foto Emanuela Colombo

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