Val Borbera: incanti e storie segrete

Isolata e incontaminata, la Val Borbera si nasconde in un fazzoletto di terra incastrato tra Piemonte, Emilia Romagna e Liguria. A pochi passi dall’autostrada e protetta gelosamente dall’Appennino ligure-piemontese, si cela la sorella meno conosciuta delle vicine terre del Gavi. Una valle di straordinaria bellezza naturalistica e teatro di importanti eventi storici. Al cadere della prima neve, la Val Borbera si ovatta in un soffice manto bianco. Lentamente, schiude i suoi segreti. Le acque silenziose e cristalline del fiume rigurgitano densi sbuffi di vapore che, mescolandosi alle prime luci dell’alba, tingono di rosa l’intera valle. All’ombra di faggi e ontani si abbeverano lupi, volpi, cinghiali e tassi. Dalle cime rocciose dell’Appennino aquile e gufi vegliano su questo paradiso inviolato nel quale nidificano più di duecento specie di uccelli, quasi metà dell’intera popolazione europea. Immersi nella natura, fanno capolino, tra le fronde innevate di noccioli e castagni, i paesini di Dernice, Roccaforte e Cantalupo.

I comignoli delle case fumano, gli animali si stringono al tepore dei fienili, i campanili in pietra e calce risuonano al battito delle campane. Dalle cucine si sprigionano gli odori inconfondibili delle ricette locali, arricchite dall’utilizzo di prodotti tipici della zona come la mela Carla, la fagiolana, la patata quarantina, le castagne e le nocciole. Le donne impastano i rabatòn e i corzetti, rispettivamente un tipo di cannelloni alle erbette di campo e formaggio e dei piccoli dischetti di pasta fresca conditi con pesto o salsa di noci. Qui, tra queste montagne, la cucina ha mantenuto la genuinità della tradizione. Alla ricchezza umana della Val Borbera si aggiungono i suoi scorci mozzafiato. Sentieri più o meno facili si inerpicano per i crinali innevati. Da Costa Merlassino, percorrendo l’antica Via del Sale, si giunge, per il sentiero 208, fino a Riva Rossa, uno dei paesini fantasma della valle. Si procede lentamente, accompagnati da un silenzio religioso interrotto solo dai tonfi della neve che cade dai rami e guidati dalle orme di lepri e cinghiali. A metà strada ci si imbatte in un vecchio vagone bestiame al cui interno, spiega Sergio, un cacciatore della zona, gli uomini, stanchi per la battuta al cinghiale e rallegrati da un buon vino, possono riscaldarsi e rifocillarsi al calore di una vecchia stufa.

La caccia non è l’unica ragione che ha spinto gli uomini su queste montagne. A ridosso dell’Appennino si inerpicano i Sentieri della Libertà: itinerari escursionistici che ripercorrono i passi dei partigiani che hanno combattuto in quelle zone. Le montagne riecheggiano delle gesta della Brigata Arzani, del Gruppo Partigiano del Monte Buio, del comandante Scrivia o della vicina tragedia dei Martiri della Benedicta. Il sentiero 260, che collega Pertuso a Roccaforte attraverso una passeggiata in costa da cui si gode una vista a trecentosessanta gradi su tutta la valle, serviva per collaudare i collegamenti radiofonici tra i gruppi garibaldini del Distaccamento Nino Franchi. In una bizzarra osteria, sul cui portone d’ingresso è affisso maestosamente il manifesto di Charlie Chaplin, si possono ascoltare, tra un piatto di pansotti al sugo di noce e un superbo brasato d’asina, le storie di come, nei villaggi, si diventava partigiani o guardie repubblicane. La Val Borbera parla della Storia d’Italia. Ne custodisce saggiamente le vicende meno conosciute. Racchiude, protetta dalle sue montagne, le tradizioni di un’Italia dimenticata. D’inverno, più che d’estate, la sua natura schiva schiude gentilmente, tra soffici cumuli di neve, quella segretezza che la contraddistingue da sempre.

Testo di Elena Brunello | Foto di Matteo Lonardi

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