Roma vaticana. E lontana

Benedetto XVI ha dato le dimissioni e il conclave si appresta a eleggere un nuovo papa. I riflessi del Vaticano nel mondo visti da un grande inviato Rai.

Privilegio di pochi, ho avuto modo di conoscere la Roma papalina grazie ad Orazio Coclite. Giuro e porto le prove. Io lanzichenecco della notizia che attorno alle cose vaticane ci ha inciampato per puro caso e per dovere di mestiere, e Orazio Coclite, improbabile discendente dell’eroe che nel sesto secolo della Roma ancora in attesa di Cristo, combatté il re etrusco Porsenna. L’Orazio Coclite contemporaneo, collega e amico, s’è debitamente cristianizzato ed è oggi la voce tonante e ieratica delle liturgie papali su Radio Vaticana. O nelle dirette Rai da mezzo mondo, quando c’era ancora e in piena forma il Papa globe trotter. E’ in quelle circostanze che ci siamo conosciuti, scoprendo ognuno un pezzetto di mondo sino a quel momento ignoto all’altro. Orazio Coclite a vivere con apprensione avventurose trasferte nel mondo periglioso dei “popoli barbari” che io frequentavo, e a farmi da guida nelle complicatissime regole, forme, gerarchie e liturgie vaticane, quelle ufficiali e quelle sottaciute ma ancora più imperative, che alla fantasia di Dan Brown fanno un baffo.


Chiarito che non ho intenzione di parlare di monumenti o itinerari romani papalini, come forse si aspettava Federico Klausner chiedendomi questo modestissimo contributo per Latitudes, scappiamo assieme da Roma sotto Conclave -caos garantito- per guardare il Vaticano da lontano. A volte aiuta. Ed è anche occasione per qualche sorriso. Premessa quasi tecnica. Faccio il giornalista da 40 anni. 35 in Rai, e di questi, circa 20 da “Corrispondente estero”, residente in qualche altra capitale. Se volete girare per Roma con me ci perdiamo assieme. Ma saprei farvi bene da guida a Sarajevo, a Belgrado, per tutti i Balcani insomma, oltre che a Gerusalemme e territori palestinesi contesi. Infine nella splendida e immensa Turchia. “Terra infidelium” in gran parte, come direbbe Orazio Coclite nel suo latino curiale praticato. Ma anche terre di ecumenismo, replicherebbe la Segreteria di Stato, mete di molte visite papali. Ed è qui che entra in campo il lanzichenecco infedele. Narrare per ore di una delicata visita papale che celebra liturgia ma che macina politica estera è cosa ardua e delicata.

Dettaglio tecnico di qualsiasi telecronaca papale all’estero: tre voci narranti. Il telecronista principe, il vaticanista che praticamente vive a Borgo Pio, alle porte dei Palazzi Vaticani, e che su quella visita, sui suoi passaggi chiave, siano essi ecclesiastici o sottilmente politici, sa tutto anche perché un Papa, in quelle circostanze, si muove con tempi e modalità di un capo di Stato. M’è capitato di incrociare su un avvenimento due presidenti americani, Clinton e Obama, e vi assicuro che il loro famoso Secret Service è nulla rispetto a certe tonache vaticane. Ma restiamo ai narratori. Voce seconda, il nostro Orazio Coclite delle orazioni, della stretta liturgia, del messale. Organo che suona e “latinorum” che incute timore. Terza voce, quando serve, il cronista sul campo, testimone ed eventuale narratore dei contenziosi terreni che toccano o dilaniano i popoli e i territori che in quel momento ospitano il Papa. Voce utile a coprire i vuoti di preghiera e di immagine, quando le altre due voci non hanno più niente da dire o da leggere. Un poco cristiano gioco a scarica barile.

Ma partiamo subito da una eccezione a quanto detto sopra, unica e irripetibile. La Sarajevo martire e assediata, non ancora visitata da Giovanni Paolo II. Giornata mondiale della Gioventù. Il Papa sulla costa adriatica, al santuario di Loreto. Collegamenti con mezzo mondo dai luoghi noti di fede e preghiera, da Lourdes a Santiago de Compostela. Da Sarajevo, nelle cantine della Tv bersaglio, con me il vescovo ausiliare, Pero Sudar, e il coro di ragazze e ragazzi della cattedrale, ovviamente cattolici e quindi croati. Dalle montagne i serbi ortodossi non si sapeva quanto gradissero. Trasporto dei fedeli su blindati Onu e la prospettiva di una intera nottata al sicuro da bombe e cecchini, in attesa dell’alba per il ritorno a casa. Problema. Il breve saluto del Vescovo. Il Vaticano vuole sapere. Ma il solo mezzo di comunicazione era il telefono satellitare Rai. Fare da mediatore tra Curia vaticana e Vescovo è stata lezione di vita e di diplomazia irripetibile. Alla fine del collegamento piangevano i ragazzi di Sarajevo e piangeva il Papa. Io, cinico laico, muto da groppo in gola.


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