Roma vaticana. E lontana

Durante la visita di Giovanni Paolo II in Croazia per la beatificazione del cardinale di Zagabria, Viktor Stepinac, si rischiò una nuova guerra balcanica nel segno della croce. Intanto la malignità personale di portare da Belgrado immagini storiche del prelato quasi santo. A Zagabria mostravano un cardinale benedicente bimbi. Io mostrai uno Stepinac con reparti SS e Ustascia, e ciò non fu gradito. Ma il dramma si consumò nel corso della telecronaca. Loculo nella Tv locale, monitor con le immagini in onda, pulsantino rosso da schiacciare per inserire le nostre voci sul suono della cerimonia. Il vaticanista, Orazio Coclite e l’infedele. Ad un tratto, fuori programma, prende la parola in neoprimate della chiesa croata. Non esiste testo. Un uomo di fronte a un microfono. Non puoi cavartela con un “seguiamo le immagini di questo momento di preghiera”. Panico. “Boban, dov’è Boban?”. Il producer Rai di Belgrado è serbo, è ortodosso e miscredente. Traduce come può e noi aggiustiamo in “Conclave” il suo “Consiglio di amministrazione”. Confessione impone perdono.


Le visite papali, insomma, per la maggior parte delle persone sono eventi e per molti, momenti di fede e preghiera. Per chi ci lavora attorno esistono circostanze in cui la preghiera sfuma in espressioni diverse. Il Papa a Sarajevo non ancora formalmente pacificata. La pace vera la stanno aspettando ancora oggi. Incubo di attentato e orazioni trasversali perché tutto finisse presto e bene. Il Papa a Banja Luka, la capitale dei serbi bosniaci “cattivi”. Idem. Il Papa -sempre Woytjla- nella lunga agonia raccontato da Cracovia. Mesi di conventi, di prelati, di testimoni della sua giovinezza, dei suoi tentativi da attore. Alla fine, uno dei più commossi al mio microfono fu l’ultimo despota comunista, quel generale Jaruzelski che salvò la Polonia dalla guerra civile e dall’intervento sovietico. Molto più semplice l’attuale Papa rinunciatario. Benedetto XVI nella Turchia musulmana fu una paciosa gita tra amici. Pensare che quando, dalla piazza centrale di Cracovia, dal Conclave in corso uscì il papa tedesco, molti prelati che avevo raccolto per i commenti, si defilarono silenti.


Non ho mai invidiato i colleghi “vaticanisti”, e spero di avere in parte spiegato il perché. Dopo ognuna di questa esperienze, il tornare ad occuparmi di guerre, viverci in mezzo, l’ho sempre accolto con sollievo. Molto meno complicato. E forse anche meno pericoloso. Politicamente. Perché ho imparato, ho verificato sul campo che, quando nelle guerre qualcuno usa le bandiere della religione, tutto si complica e si inferocisce. Da Urbano II con la bestemmia di “Dio lo vuole”. Tentazioni di nuove crociate ancora oggi. Raccontare di guerra è sostanzialmente facile. Basta sopravvivere. Se poi sbagli a indicare il bersaglio colpito, poco male. Quando da Belgrado raccontavo dell’ambasciata cinese che vedevo bruciare davanti ai miei occhi, manco volevano credermi. Se sbagliavo il nome di una città irachena o afghana, nessuno se ne accorgeva perché la geografia non è più materia scolastica. Se avessi sbagliato il nome di un prelato, di un santuario, di un ordine religioso nelle mie rare incursioni tele-vaticane, allora sì che sarebbero stati grossi guai.


Non vi ho parlato della Roma papalina, ma di come la Roma vaticana si riverbera sul mondo. Un punto di vista inusuale. Con un’ultima curiosità, questa volta veramente romana e molto papalina. Telefonata in redazione al Tg1, tra il vai e vieni da Inviato Speciale in Bosnia. Una voce con forte accento spagnolo. L’invito a parlare di Sarajevo in un circolo. Subito l’immagine di un gruppo di immigrati latino americani che cercano di alleviare la fatica quotidiana con un po’ di cultura. L’obbligo morale di andare. Mi aspettavo uno scantinato in qualche lontana periferia. Mi trovo di fronte alle porte leonine, in un palazzo prestigioso dove un giovane in quasi clergyman mi attende. I primi dubbi: ma dove mi sono cacciato? Salone elegante, ampio e affollato da persone che proprio non somigliano a poveri immigrati. Rivedo il modo del racconto, ripulisco il linguaggio e parlo, mentre il tarlo del dubbio rode. Si affaccia qualche sospetto. La biografia del beato Escrivà in dono svela l’arcano. Conferenziere all’Opus Dei! La Roma papalina, sappiate, sa sempre sorprendere.



Testo Ennio Remondino | Foto di Eugenio Bersani © RIPRODUZIONE RISERVATA

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