Avila: la fortezza dello spirito



Las murallas, costruite tra il 1000 e il 1100 con materiale di origine romana, a difesa contro i nemici, ora servivano a proteggersi da un estremo senso di vuoto. Assedio fatale. Bisogno di pareti, di confini, di ripari e barriere che tenessero lontano quella vertigine di infinito e di divino che aleggiava misteriosa là fuori, sopra la Meseta. Solo una santa come Teresa poteva esplorarla e abbandonarsi ad essa, senza esserne schiacciata. Oggi Avila è ancora così. Spirituale e metafisica. Proiezione di quel Castello interiore di cui scrisse la sua Santa. Una città castello nella terra dei castelli, la Castiglia. Cristallizzata nel suo medioevo ardente e nel suo Rinascimento luminoso. Ciudad de cantos y de santos, città di pietre e di santi. Elegante e altera. Fiera. Solitaria. Due chilometri e mezzo di formidabili mura merlate ininterrotte, scandite da 88 bastioni e 8 porte. Rettangolo blindato che racchiude un fazzoletto di antiche dimore, palazzi, chiese, giardini. Una cattedrale fortezza, con l’abside inserita nella cinta fortificata. Architetture romaniche e gotiche. Retabli preziosi. Silenzi antichi. Fuori, oltre le mura, il respiro forte della Meseta, nonostante non sia più cosi deserta come un tempo, è rimasto lo stesso. E anche il paesaggio. Monotono, spoglio, netto, ispiratore. Un ambiente rude e severo, di grandi spazi e orizzonti lontani, fatto per la lotta e la contemplazione. Capace di forgiare eroi brutali, razziatori, guerrieri, santi, mistici e poeti.


Il vento che rotola giù dalle creste della Sierra de Gredes e dalla Sierra de Guadarrama, mena fendenti di spada e rende ogni cosa affilata e splendente: la luce, le ombre, gli spigoli delle case e le preghiere. Soffia, come da sempre, sui tetti di Avila, infilandosi nei camini, facendo sbattere vecchi portoni borchiati e vacillare i lumini nelle cappelle. Sussurra per le strade, come un eco di litanie lontane e di canti religiosi. Passano in diagonale, nel riquadro di luce violenta delle piazze, ombre scure in forma di croce. Alzi gli occhi in cerca di angeli e scopri cicogne in volo, stagliate contro il blu assoluto del cielo. Scendono in cerca di cibo tra le canne e i sassi del fiume Adaja e poi tornano ai grandi nidi sopra i campanili e nella foresta di pinnacoli della cattedrale, seminando benedizioni al loro passaggio. Nel chiuso dei conventi, dietro le grate spesse, bianche mani di suore silenziose accendono candele, ricamano tovaglie d’altare, preparano ostie, impastano dolcetti di mandorle e miele. Nell’aria, profumo di rose e di cera, di incenso e di farina. Il sole è affondato come un rosso d’uovo in un cielo di crema e zafferano. La sera azzurra stende il suo manto di Madonna. Da Los Cuatro Postes, una croce di pietra tra quattro pilastri sull’altura di fronte, appena di là dal fiume, la visione è perfetta. Chiusa nel suo guscio di pietra, carbone incandescente nell’ombra che avanza, la città si accende di fioche luci rossastre. Sembrano fuochi di battaglie, o fiaccole e ceri di lente processioni. Ancora una volta guerra e religione, che si fondono e si confondono in un identico destino di cenere. Nonostante invasioni e conquiste, Avila splende inviolata. Monaca e guerriera. Claustrum e castrum. Chiostro e fortezza. Per sempre.

Testo e foto di Antonio Corradetti e Giuliana Cavezzi

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