Vento di Sardegna


In Sardegna dall’altopiano della Giara alla Costa Verde, gli orizzonti sconfinati del Medio Campidano sono percorsi da un vento inarrestabile e volubile, che profuma di mirto e di sale.

Arrivano da ovest, volano senza ostacoli rincorrendosi tra lo spazio e la luce, attraversano il mare e si smorzano tra le dune di Piscinas. Spargono nell’aria granelli di sabbia, si tagliano sulla cresta rocciosa dell’Arcuentu, si distendono sui graniti rosa del Linas, s’inebriano di profumi e danzano sulle onde di grano del Campidano, ruotano sulle colline della Marmilla, sibilano tra le pietre dei castelli di Las Plassas e Monreale, rompono il silenzio millenario di massi megalitici, corrono ancora veloci sul tavolato vulcanico di Sa Jara, dove curvano per sempre i tronchi di antiche querce da sughero e galoppano con i cavallini che vivono liberi. Sono i venti occidentali, libeccio e maestrale che, tutto d’un fiato, compiono un viaggio intenso e leggero in questo lembo di Sardegna dove si respira il Mediterraneo. La luce arriva da ovest, i sensi sono protesi verso sud, la memoria precipita in un sogno lungo cinquemila anni. Volano, si rincorrono, danzano, galoppano, ma a un certo punto cala il silenzio e tutto si ferma: al crepuscolo, le onde si fermano, gli uccelli sono muti, tutto è immobile come in una fotografia, ma racconta il movimento, come un ballerino sospeso per aria. I viaggi dei venti sono le tracce che possono ispirare una rotta nel Medio Campidano, dove strade e sentieri, pietre e alberi, mani e cuori disegnano una Sardegna distante ere geologiche dall’isola che affolla l’immaginario dei vacanzieri estivi, migranti verso luoghi che vivono un mese l’anno.

Dalla Giara alla Costa Verde

L’altopiano della Giara e le dune di Piscinas sono luoghi di atmosfere irripetibili. Nel cuore di Sa Jara si vive in una sorta di magica sospensione: le strade, i paesi, gli uomini non si vedono e sull’antico vulcano sembra di vivere a metà strada tra terra e cielo. Qui dove l’orizzonte non finisce mai, il Mediterraneo assume le sembianze dell’Africa. I ritmi del tempo sono segnati da albe e tramonti, l’uomo è un ospite e le capanne di pastori sono una delle poche tracce. La vita e il movimento seguono lo spirito libero degli ultimi cavallini selvatici, l’acqua è effimera, come testimoniano i paulis, grandi laghi in primavera, spazi vuoti in epoca di siccità. L’acqua è fonte di vita e uno degli spettacoli più belli cui si può assistere sono le fioriture primaverili di ranuncoli, narcisi e orchidee selvatiche. Verso occidente il Medio Campidano si estende, bellissimo, fino al mare. La dorsale granitica del Linas e le guglie dell’Arcuentu dominano un polmone verde intimo e segreto, prima di arrivare a sentire echi di risacca e profumo di sale. Da queste montagne che si affacciano verso il paradiso, si aprono varchi verso un inferno muto, che ormai vive solo nei ricordi. Nelle miniere di Montevecchio e Ingurtosu tutto sembra si sia fermato ieri, e non è solo una sensazione: l’ultimo pozzo è stato chiuso nel 1991. Mentre scoppiava il boom economico e negli anni ‘80 esplodeva incontenibile la febbre dell’apparenza, tra quelle montagne si moriva di silicosi o si rimaneva prigionieri in miniera. A fronte di economie virtuose e virtuali, l’economia di Arbus, Montevecchio, Villacidro e Guspini aveva radici profonde, tristi e nere come la roccia. Le miniere di oggi sono viaggi nella memoria, percorsi fondamentali per capire la storia di questa terra e della sua gente.


Oltre quelle montagne, si spalanca la costa: la strada che si srotola verso il mare s’insabbia nella grande duna di Piscinas e si cammina sospesi sulla dorsale di una polvere leggera e infinita, disegnata e costruita dai venti occidentali. Le tracce lasciate sulle dune non hanno una meta e la loro vita è breve come quella delle farfalle: basta qualche respiro di maestrale per cancellarle. Si procede a vista fino al mare tra pendenze, curve, ombre, onde di sabbia. E quando si trova il mare, l’unico punto di riferimento è lo spazio sconfinato di sabbia, cielo e acqua dove l’uomo appare piccolo e la percezione è di aver trovato, per un giorno, la giusta via di fuga. La stessa percezione si avverte camminando lentamente sui sentieri del massiccio del Linas, anima selvaggia del Medio Campidano, oppure lasciandosi attrarre dal magnetismo dell’Arcuentu, misteriosa montagna che concentra nelle sue antiche rocce vulcaniche nebbie e segreti, misteri ancestrali e primitive spiritualità. In vetta ci sono i resti di un antico castello una cappella votiva e una lecceta ricoperta di muschio. Da lassù, con un solo colpo d’occhio, si toccano l’immensa solitudine della Costa Verde, il taglio netto dell’altopiano della Giara e, in lontananza, le spalle larghe del Gennargentu. La forza espressiva di questi luoghi non è solo negli spazi infiniti. A San Sisinnio, olivastri millenari si contorcono e si distendono raggiungendo le dimensioni di querce: sono ulivi ma hanno “corpi” umani e simboleggiano la profonda umanità di questa terra.


Dagli spazi orizzontali alla verticalità

Il viaggio nel Medio Campidano finisce nella verticalità. I grandi spazi orizzontali della costa, delle colline e degli altipiani sprofondano nel tempo quando si scivola nel silenzio e nelle ombre di costruzioni nuragiche. È lì che batte forte il cuore antico di questa terra: negli spazi delimitati da pietre megalitiche si dilatano misteri e iniziano viaggi interiori a cavallo dell’immaginazione alla ricerca di segreti e tesori. Tutto ciò si avverte sulla pelle varcando l’apertura di una delle varie domus de janas del territorio, grotte scavate nella roccia per il riposo eterno dei defunti: in un passo un salto di 5.000 anni indietro. Anche i nomi di nuraghi, tombe dei giganti e domus de janas evocano le tappe di un viaggio misterioso e arcaico: Genna Prunas, Cort’e’ Semmuccu, Sa Domu ‘e s’Orku, Sa Cuaddu de Nixias, Bruncu Màdugui, Genna Maria, Nuraxi ‘e Cresia, Su Nuraxi. Proprio quest’ultima è una tappa imperdibile del nostro viaggio: si trova a Barumini e costituisce il più importante dei possedimenti nuragici, abitato per circa 1200 anni tra il 1.450 a.C. e il 300 a.C. e riconosciuto dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità.

Senza più una rotta stabilita, questa Sardegna regala la sensazione di essere nomadi nell’essenza del viaggio. In una continua alternanza tra movimento e immobili silenzi, sconfinati spazi orizzontali e profondità verticali dove la presenza dell’uomo è impercettibile, si scopre una terra umanissima che ispira fiducia.

Testo e foto di Enrico Caracciolo © RIPRODUZIONE RISERVATA



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