Viaggio in Australia: una studentessa a testa in giù

L’Australia è terra rossa, spazi sconfinati e spiagge a perdita d’occhio. Ma è anche fatta di persone aperte, amanti degli stranieri, particolarmente ammaliate dalla cultura italiana. Il mio viaggio-studio è cominciato con un palloncino di benvenuto all’aeroporto di Sidney e si è concluso con un mare di lacrime e una hostess che cercava di consolarmi: “You can come back here!”, sì tornerò, singhiozzavo, ma chissà quando.

A Newcastle quella che frequentavo era la scuola delle Performing Arts, una sorta di Accademia incentrata sulla danza, la recitazione e la musica. Le classi che preferivo io, però, erano quelle di biologia e quella di studi sugli aborigeni. La prima mi ha fatto scoprire con incredula meraviglia che le prime creature di cui si ha notizia in Australia non erano altro che versioni gigantesche e terrificanti di quei piccoli e simpatici animaletti che s’incontrano in ogni prato: canguri e wombat all’ennesima e primordiale potenza. La classe di studi aborigeni, invece, mi ha dato l’incredibile opportunità di fare una gita nell’outback accompagnata da una guida aborigena che conosceva al tatto ogni eucalipto. Mi avevano già portato a vedere le Blue Mountains: colline ricoperte di una vegetazione che pare velluto blu tra cui spiccano tre grossi massi chiamati “Le tre sorelle” in onore a una leggenda aborigena, ma poter camminare nel mezzo della boscaglia è stato ancora più emozionante. Abbiamo vagato senza apparente meta fino ad incappare in alcune grotte dipinte a mano secoli fa dalle tribù autoctone e che si dice non sempre siano visibili all’occhio dei visitatori. La gita non è stata solo cultura ma anche l’occasione per mangiare i famosi marshmallow attorno a un grande falò e per sperimentare una quantità mai vista di cibi precotti e liofilizzati.

Per prepararci al grande evento, infatti, io e la mia sorella australiana Gab eravamo state portate al supermercato per sceglierci i pasti da esploratore e lì ero rimasta senza parole davanti alle sconfinate corsie di leccornie provenienti da ogni parte del mondo già pronte: non posso dire di non aver gradito la mia pasta al formaggio in barattolo che ha preso vita al contatto con l’acqua, anche se il concetto è molto lontano dalla nostra idea di un pasto salutare. Il reparto dolciumi, poi, aveva una dimensione anormale: scaffali e scaffali di cioccolatini a forma di koala, cioccolata che frizza in bocca e caramelle a forma di vermi, un degno tributo a Willy Wonka. Per quanto si sente dire che il cibo non è altro che junk, spazzatura, in Australia in realtà le papille non si annoiano mai. Non avendo una vera e propria tradizione culinaria propria, la cucina si appoggia alle tradizioni della madrepatria Inghilterra, ma anche all’India, all’Asia e a tutti i Paesi più o meno vicini, rendendo ogni pasto unico. Le uniche specialità autoctone, tralasciando il canguro in tutte le salse, consistono solo negli ANZAC biscuits, che si dice mangiassero i soldati durante la seconda guerra mondiale, nei cioccolatosi tom tom, e in una sorta di colloso preparato iperproteico chiamato vegemite, che i coraggiosi spalmano sul pane.

Il clima australiano è un’eterna primavera che tra dicembre e gennaio si trasforma in un caldo torrido, ma quando sono arrivata io in luglio era il vento a farla da padrone: folate così potenti da mettere a dura prova anche l’opossum che viveva nel nostro giardino. Tre mesi per me sono volati via, tra Sidney, Camberra, la scuola a New Castel, i tentativi di surf e le moltissime occasioni di poter conoscere meglio gli australiani e le loro abitudini. Apro il pacchetto anti-nostalgia che mi è stato regalato alla partenza e mi cadono sulle gambe alcune bandierine da sventolare con orgoglio nell’Aussie Day, una foglia di eucalipto, qualche grammo di vegemite e un tatuaggio ad acqua di un koala. Sono gli stereotipi con cui ogni nazione se la deve vedere; ma l’Australia è molto di più: è l’altra parte del mondo che dopo un attimo si fa casa.

Testo di Greta Oggioni © RIPRODUZIONE RISERVATA | Foto web

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