Viaggio nella Hong Kong del secolo scorso


Quello che segue è il racconto di un grande viaggiatore e collaboratore di Latitudes, che ci narra le impressioni della sua prima visita a Hong Kong, nel 1992


Scendendo, l’aereo passò accanto alla vetta dell’isola di Hong Kong, poi si allineò diritto sulla pista di atterraggio che terminava vicinissimo al mare. Quella magnifica baia con l’isolotto montuoso, è davvero uno dei posti più belli, più magici, più storicamente ambiti di tutto il gran continente asiatico. Fu conquistata dagli inglesi  durante la prima guerra dell’oppio con la Cina nel 1841 e poi mantenuta per un secolo e mezzo; ora fra cinque anni sarebbe definitivamente tornata alla sua madre patria.Ormai da tempo il protettorato tutto era l’ultimo ed estremo avamposto occidentale in Asia: la testa di ponte per il commercio ed il capitalismo mondiale. Arrivando in città si capiva subito che la potenza economica cinese andava esplodendo, che presto avrebbe mostrato la sua nuova forza e il suo dinamismo al mondo intero.La colonia appariva una sintesi perfetta fra la democrazia, l’efficienza, la legalità inglese e l’operosità, la laboriosità orientale.

Lo skyline della famosa baia è fantastico con il mare di fronte ed i monti scuri a forma di draghi dietro la terraferma di Kowloon, dove vivono tutti i turisti ed i tanti uomini  d’affari.Uscendo dall’aeroporto un enorme pannello segnalava con luci verdi gli hotels ancora liberi e con luci rosse quelli già tutti al completo.Anche per poter prendere un taxi c’era pronta una lunga e ordinata fila.Poi presto nel traffico della città, nelle luci sgargianti, nella serie infinita di negozi di elettronica, di fotografie ed orologi; inframezzati appena dal solito fast-food.Una megalopoli enorme ricca di grattacieli nuovi, di auto bellissime, di ristoranti etnici, ma in preda alla frenesia del commercio, del business. Già a quei tempi esistevano enormi centri commerciali, con centinaia e centinaia di punti vendita. Sulla elegante Nathan road facevano spicco  i sontuosi show-rooms delle maison occidentali della moda: ricordo proprio che entrai da Armani.Vedevo continuamente passare delle lussuose limousine con autista, e con dentro le ricche ed algide madames cinesi, però così fredde, così asessuate.Comunque la perla vera del posto, il gioiello, era l’isola di fronte ed il suo picco.


Splendidi battelli,
vecchi sampam ed aliscafi nuovi di zecca facevano la spola con Kowloon, ma si poteva andare anche in bus col recente tunnel sottomarino. Sopra il “Peak, dall’alto dei suoi cannocchiali potenti, la vista panoramica era eccezionale, grandiosa.Di sotto, le ville dei mandarini, nascoste tra i giardini verde smeraldo e poi i palazzi moderni.Il tutto era animato da una vita intensa, direi occidentale.Per salire su in alto si prendeva un trenino elettrico, che affrontava la pendenza più alta del mondo e ti lasciava in una stazione piena di poster  e di quadri d’epoca, risalenti al periodo coloniale e alla guerra dell’oppio, agli anni dei governatori. Non c’erano giorni di festa, tranne la domenica pomeriggio, non c’era tregua per gli incassi, per il lavoro, per gli scambi.Dati i prezzi privi di iva,tanta gente arrivava lì per comprare o per vendere.Feci un salto anche nel maestoso hotel Penynsula, famoso per aver ospitato delle scene di un film di Bond; poi al Mandarin oriental che iniziava a rivaleggiare col suo omonimo di Bangkok, come migliore albergo del mondo.


Hong Kong sembrava un pezzo di occidente inserito e trapiantato nel cuore pulsante dell’Asia e non dava alcun segno di rigetto.Tutto funzionava a meraviglia.Certo si  notava ed anche molto la totale assenza della creatività latina, della passionalità, del gusto e della cucina italiana.Ma anche il lifestyle ed i costumi cinesi parevano molto annacquati, quasi british.Ricordo un bel ristorante che proponeva “crab”, polpa di granchio con zuppa di pinna di squalo, per il resto era una selva continua di trattorie messicane, indiane, thai, malesi, vietnamite, francesi e pizzerie italiche.Avrei voluto tanto visitare la prospera ed antica Canton, optai invece per la portoghese Macao.Salii su uno di quegli aliscafi ultramoderni e proprio” volammo “fra decine di isolotti bellissimi, nella vicina colonia.Macao già allora, risultava il regno indiscusso del gioco d’azzardo di tutto l’est.Il mio amico perse in pochi minuti 100 dollari a black- jack, lì proprio nell’hotel dove Gianfranco Funari aveva lavorato per anni.Ultimamente la tecnologia ha aggiunto una “chicca” nella mitica baia; una panoramica funivia che va dal centro in aeroporto e fino ad un tipico tempio del Bhudda. Non ce n’era affatto bisogno, un motivo in più per passare di lì.


Testo di Luigi Cardarelli |  Foto di Federico Klausner     © RIPRODUZIONE RISERVATA

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