Acque scure: un’altra Varanasi


Proseguii così lungo la riva, zigzagando tra bambini che giocavano con un pallone, il lento incedere di anziani seminudi, galline in gruppo e qualche frequentatrice marcatamente nordeuropea delle varie scuole di Yoga, che lì sulle rive del Gange abbondano in numero e fama: il loro abito fatto di tunica e pashmine accese faceva risaltare la pelle perlacea e gli occhi azzurri. Ne incrociai da vicino una e mi venne spontaneo farle un sorriso di complicità continentale. Il suo sguardo rimase dritto a sé, come se non guardasse che la sua immaginazione, come fosse in uno stato meditativo a oltranza, compiaciuta della sua dimensione yogica. Uno strano moto mi suscitò tristezza. Solo la coda di un cane che mi sbatté veemente sulla gamba riportò la mia attenzione al fiume. Dopo pochi metri il cane cominciò ad abbaiare verso le pire funerarie, più avanti, nella mia stessa direzione di marcia. Da lontano risposero al richiamo altri cani, con un suono diverso da quello a cui ero abituato: era più deciso, inflessibile, sereno al tempo stesso, determinato ma non aggressivo. Li vidi incontrarsi, roteare fra loro, confabulare in un linguaggio muto, decidere, abbaiare il da farsi e proseguire in direzioni diverse, ognuno col proprio compito. Uno si piazzò proprio di fronte a me, come una vedetta dell’acqua scura. E capii che erano loro i veri guardiani di Varanasi, loro che tengono insieme così tanti pezzi diversi, loro la polizia invisibile di quella sponda, loro che permettono a noialtri di pregare, meditare, visitare.

Arrivò la sera e mi imbattei nel rituale di saluto al Gange. Monaci erano seduti su delle costruzioni apposite, di fronte ad una scalinata usata dai visitatori: un checkpoint antiterroristico controllava tutti coloro che entravano in quest’area delimitata. I gesti dei riti fluivano automatici e seri, le preghiere risuonavano amplificate fra gli astanti, mani battevano e si alzavano. Ero lì, in attesa che un vento lieve e divino trasportasse la mia anima su livelli sconosciuti. Rimasi sul mio scalino fino alla fine, poi mi dileguai, sulla via del ritorno. I fari della notte che dai ghat illuminavano per pochi metri le acque del fiume creavano ombre vive, furtività di vite insospettabili, geometrie dagli equilibri straordinari: respirai la mia Varanasi, lasciando finalmente che le aspettative si assestassero tra i miei sensi e l’esperienza vissuta quel giorno. Non avevo colto la spiritualità tanto decantata, non avevo colto il misticismo che i nostri media ci propongono, non ero stato sospinto dal vento e la musica del sitar si spengeva via via che mi inoltravo dentro le mie sensazioni. Tutto mi era parso un grande crogiuolo di speranze e di sofferenza in cui abbandonarsi per dimenticare il presente, un anelare la trascendenza come via di fuga.

Ma qualcosa si era salvato: la Varanasi quotidiana dei barcaioli, dei cani, dei bambini e delle mille figure che sbucavano sul palco e risparivano dalla scena con la rapidità di chi non vuole disturbare uno spettacolo millenario. Quella città appendice del Gange e che sopravvive ammassata alle sue sponde sembra che venga risucchiata dalla sua notorietà, dalla sua sacralità induista e fatalista, dalla divisione in caste che qui è feudo giocoforza, dall’imprescindibilità del turismo come unica fonte di sostentamento. E nel frattempo, le acque scure scivolano silenziose e noncuranti, liberandosi di tanto peso solo al cospetto del Golfo del Bengala, quando la magia si disperde dentro la vitalità del bramato Oceano Indiano.

Testo e foto di  Fabio Artigiani, scrittore e poeta livornese  © RIPRODUZIONE RISERVATA

(Nota: la foto intitolata “Il Guardiano” è arrivata in finale al concorso National Geographic 2012)

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