Zambia, a piedi nudi nel parco


Termitai grandi come cattedrali, tracce di leoni, orme di elefanti, pozze infestate da coccodrilli. A spasso come Alice nel cuore dell’Africa vera. E come guida un Cappellaio Matto.


Avete mai seguito fra termitai grandi come cattedrali e immensi branchi di antilopi le tracce fresche di un leone durante un “walking safari”? E camminato scalzi nel bush per confrontare le dimensioni della vostra orma con quella di un elefante? Nuotereste insieme agli ippopotami e ai coccodrilli, anche se a distanza di sicurezza? Queste sono soltanto alcune delle elettrizzanti emozioni che può regalare lo Zambia, a 200 anni dalla nascita di David Livingstone – l’esploratore scozzese che rivelò al mondo la meraviglia delle Cascate Vittoria – un Paese ancora in gran parte da scoprire, dove batte il cuore di un Africa autentica e pacifica.



Così vicino, così remoto

Chiuso nel cuore dell’Africa, senza accesso al mare e circondato da otto stati, lo Zambia è a metà strada fra equatore e Tropico del Capricorno. La bellezza e la varietà del territorio, l’abbondanza d’acqua e la ricchezza di materie prime, le dimensioni contenute della popolazione e la stabilità politico-sociale, sono le carte vincenti di uno dei Paesi più promettenti del continente, che non ha compromesso la sopravvivenza della propria fauna selvatica e in più condivide con il vicino Zimbabwe le Cascate Vittoria, una delle mete turistiche naturali più ambite del mondo. Se lo straordinario Luangwa è da anni la meta più famosa dei safari in Zambia, il Parco Nazionale del Kafue è sicuramente la nuova frontiera, sebbene sia fra le cinque più grandi e antiche riserve naturali del continente africano. Nella sua superficie di 22.500 kmq (quanto l’intera Emilia Romagna), si trova una varietà di paesaggi non comune: savane, praterie, piane alluvionali, fiumi, laghi, sconfinate foreste di miombo e mopane che accolgono 55 specie di mammiferi – tra cui 20 diverse antilopi, i ricercatissimi licaoni, tutti i Big Five – e ben 461 specie di uccelli. Fondato nel 1950, prende il nome dal fiume Kafue, fra i principali affluenti dello Zambesi, e malgrado la relativa vicinanza alle grandi città (si raggiunge in circa 4 ore di auto da Lusaka tramite la Great West Road per Mongu e in circa due ore da Livingstone) è ancora poco conosciuto e fuori dai circuiti turistici più battuti. Un isolamento e un’estensione che, fra gli anni Ottanta e Novanta, purtroppo hanno favorito i bracconieri, oggi per fortuna sempre più rari grazie alla vigilanza di ZAWA (Zambian Wildlife Authority, ha il suo quartiere generale a Ngoma, nel sud del Kafue), e alla presenza di un ristretto numero di lodge, che, oltre ad accogliere i turisti svolgono una preziosa azione di presidio del territorio.
Fra le zone di maggiore interesse, nell’estremo nord del parco le incontaminate Busanga Plains, immense praterie regolarmente inondate nella stagione umida, costituiscono l’ecosistema ideale per grandi mandrie di erbivori e, ovviamente, per i loro predatori, con la più consistente popolazione di ghepardi di tutto lo Zambia. A sud, la diga di Itezhi Tezhi, costruita da un’azienda italiana negli anni Settanta, ha creato un lago artificiale di 390 chilometri quadrati, all’incirca quanto il Garda, che ha modificato il naturale ciclo di inondazioni delle pianure, ma è molto apprezzato dalla fauna selvatica, soprattutto durante la stagione secca. Sulle sue sponde è facile avvistare grandi branchi di elefanti, un’infinità di specie di antilopi, ippopotami, coccodrilli, gruppi di leoni e bufali. Un vero paradiso anche per gli appassionati di birdwatching e di pesca sportiva. Una vera avventura per intenditori, dove è raro incontrare altre spedizioni sul proprio cammino, che richiede spirito di adattamento, preparazione e grande passione per la natura, ma che ripaga con esperienze – come i safari a piedi e la libertà di uscire dalle piste – ormai difficili da vivere in altri parchi nazionali.



A scuola d’Africa

Se il sapore e l’avventura in Zambia sono ancora quelli autentici di un’Africa che va scomparendo, sopraffatta dai pacchetti “spiagge e safari tutto incluso, almeno dieci leoni garantiti”, esplorare il selvaggio Kafue equivale a un vero corso di “master del bush”. Si ritorna a casa con un bagaglio carico di ricordi indimenticabili e di scoperte uniche, in apparenza senza impiego diretto nella vita cittadina di tutti i giorni, ma che spiegano il mondo da un punto di vista nuovo. Per esempio che tutto può essere utilizzato – anche la cacca – soprattutto se è quella d’elefante, incendiata in piccoli contenitori attaccati ai veicoli per scacciare le terribili mosche tse tse durante i safari. Che il tempo ha un valore molto relativo, e abituarsi a non perdersi d’animo senza illusioni, ad accettare che non tutto si può prevedere – soprattutto aspettare che un grosso branco di elefanti sgomberi la strada dove dovete passare anche voi, o che la jeep venga liberata dal fango – può aiutare in Africa, ma anche nella vecchia Europa. Si impara che le impronte dei leoni sono le più grandi, ma che per trovare il re dei predatori è importante osservare bene tutto il quadro: i richiami d’allarme dei babbuini e gli sguardi nervosi dei timidi kudu – le sentinelle del bush. Ci si ritrova a soppesare il valore del compromesso, riconsiderando giudizi dati per scontati. Ad esempio la condanna senza appello delle aree di caccia professionale controllate, quando
si scopre che, come zone cuscinetto attorno alle riserve naturali, purtroppo possono essere un sistema efficace per tenere gli animali al riparo dai guai e dai bracconieri all’interno di aree protette troppo grandi per essere recintate. Si inizia con una crisi d’astinenza per l’abitudine all’uso illimitato di corrente elettrica, per poi capire che a volte si può fare anche senza, perché bastano una cassa di legno e della carbonella bagnata per fare un frigorifero, mentre le cene a lume di candela sotto i cieli stellati hanno un sapore speciale. Si arriva senza accorgersene alla conclusione del viaggio cambiati, convinti che ricercare l’equilibrio con la natura è necessario e possibile. Rimpiangendo inevitabilmente quella sensazione di entusiasmante partecipazione alla vita, i sensi e la mente ben aperti: quella nostalgia che in molti chiamano mal d’Africa e che non è soltanto il rimpianto per un bel paesaggio.

Eleganza al naturale

Konkamoya o, traducendo letteralmente dalla lingua nianja locale, «Segui il vento». Il nome di un campo tendato nel cuore più profondo dello sconfinato Parco Nazionale del Kafue è un richiamo irresistibile, a giudicare dall’effetto su Andrea Porro che, cinque anni fa, folgorato dal mal d’Africa, ha accantonato i suoi primi quarant’anni da milanese per
una storia d’amore travolgente, quella per il suo Konkamoya Lodge. Cinque grandi tende lussuose per dieci fortunati alla volta, sulle dolci sponde del lago Iteshi Teshi. Il campo è perfettamente integrato nella natura incantata e brulicante di vita del bush (il bosco in afrikaner, la lingua dei primi colonizzatori bianchi), ma garantisce ogni confort per un’esperienza di lusso al naturale. L’acqua calda della doccia proviene da ingegnosi scaldabagni a legna, lo chef Paul estrae profumate torte di banana e fragranti pagnotte dal forno sottoterra come un mago conigli dal cilindro, gli spaghetti al basilico cuociono perfettamente al dente sul fuoco a carbonella, mentre il sistema di pannelli solari garantisce corrente elettrica sufficiente per illuminare le tende e le aree comuni, ricaricare le batterie, prelevare l’acqua potabile dal pozzo e perfino per il collegamento WiFi. Al Konkamoya Lodge nessun rumore disturba la sinfonia del bush sotto il cielo stellato. Il ruggito profondo di un leone maschio, il sussurro degli ippopotami e perfino il battito d’ali di un’aquila pescatrice sono gli unici suoni nell’aria, insieme alle chiacchiere attorno al fuoco e agli immancabili racconti dei safari già vissuti e di quelli che verranno.


Cascate Vittoria, bellezza fragile
Altra tappa obbligata di un viaggio in Zambia, le Cascate Vittoria sono fra le sette meraviglie naturali del mondo tutelate dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità. Un strappo nella terra lungo 1,5 chilometri e profondo 128 metri, un lembo Zambia, l’altro Zimbabwe, scoperte per caso nel 1855 dal missionario scozzese David Livingstone, che in realtà era partito per cercare le sorgenti del Nilo. Nel 2013 cade il bicentenario della sua nascita, ma un’ombra vela i festeggiamenti. L’ombra cinese di un mega aeroporto, il più grande dell’Africa meridionale. Se gli ecologisti (e l’Unesco?) non fermeranno il progetto, lo scalo attuale sarà ampliato con l’obiettivo di raggiungere un milione di arrivi in soli due anni (contro i 300 mila attuali). E nelle intenzioni di politici africani e imprenditori cinesi ci sono anche cinema, zoo e centri commerciali. Sotto c’è il solito interesse per le materie prime del Continente Nero, che Pechino è disposto ad aggiudicarsi a ogni costo. Si parla di un affare da 200 milioni di dollari, che comprende 4 km di superstrade, 120 mila mq per il nuovo terminal e 5 parcheggi. Il tutto a investimento zero per il vicino Zimbabwe, sull’orlo del collasso economico, ma con perdite ambientali difficili da valutare. In gioco, secondo gli esperti, c’è lo stesso “Fumo che tuona”, come le tribù locali chiamano le cascate, che rischiano di veder ridotta considerevolmente la loro portata dall’implacabile fame di energia delle centrali idroelettriche.


24 ore a Lusaka

La capitale dello Zambia è una città relativamente piccola, senza un’identità ben definita. Gli edifici storici sono pochi, i grandi centri commerciali in stile americano molti e il traffico può essere davvero estenuante. L’Africa caotica e pittoresca latita, ma se una sosta a Lusaka di solito si impone per motivi organizzativi prima di partire per il safari. Non sarà difficile trovare qualcosa da fare. Un’occhiata alla State House, la residenza del presidente in Independence Avenue (il cambio della guardia è alle 9 del mattino) e alla Freedom Statue, per esempio, prima della colazione all’americana a Manda Hill o ad Arcades, i due mall più famosi in città, o nell’incantevole giardino vecchio stile del Southern Sun Ridgeway Hotel. Per chi è a caccia di artigianato di qualità merita una visita il Kabwata Cultural Village (sulla Burma Road) e il grande mercato della domenica nel piazzale di Arcades. Molto belle e abbastanza convenienti le pietre dure e preziose, ma gli acquisti dai venditori ambulanti sono consigliabili solo per i veri esperti. Prima di partire per i Parchi Nazionali, meglio acquistare creme solari, repellenti per gli insetti, materiale elettronico e ogni altro bene tipicamente occidentale, perché difficilmente se ne trovano lungo la strada. Oltre a biltong (carne secca di selvaggina, di manzo e perfino di coccodrillo), estratto di carne da spalmare sul pane (ottimo per reintegrare i sali minerali contro i colpi di caldo) e dissetante sidro,  per riempire il cestino da viaggio e sentirsi veri afrikaner.


Testo di Laura Sommariva  |  Foto di Andrea Porro   © RIPRODUZIONE RISERVATA

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