Beirut: cimitero di memorie

Place des Martyrs, Sahat el Borj. 1993, ultimo reportage nel ventre sfregiato dell’unica vera metropoli levantina. I quartieri musulmani a ovest, quelli cristiani a est. Nel mezzo Balad, Downtown. Labirinti di macerie, muti e vuoti. Quell’urlo rotto in gola del martire al centro della piazza.

Mai libera dalla paura, mai libera dalla follia. Beirut Balad, Beirut Downtown. Eravamo lì prima di un restauro ambiguo, senza l’aura poetica del passato. Prima che la “definizione del ripristino” le desse quel volto finto color pastello. Prima che il centro storico brulicasse di negozi e ristoranti alla moda, prima che un colpo d’occhio cogliesse quel contrasto stonato d’ironia e dramma. Prima che nuovi attacchi di hezbollah fermassero i lavori proprio nel suo cuore, tra la collina di Ashrafiyye a est e quella di Mousseitbeh a ovest le cui pendici precipitano in mare nelle rocce di Rawshe. Eravamo tra gli ultimi a Beirut prima che Balad con Piazza dei Martiri (oggi Piazza della Libertà) diventasse un’esclusiva della Solidere (Société libanaise pour le développement et la reconstruction de Beyrouth), creata nel 1994 dall’allora premier Rafiq Hariri.

PIAZZA DEI MARTIRI 1993

Schizzi di onde come sbuffi di balena scavalcano il muretto della Corniche, il lungomare di Beirut. L’alba rischiara il Saint George Yacht Club e la promenade che affianca la baia. Folle di gabbiani. Gatti amletici col naso in su. Traffico, gas di scarico, rumore dei clacson che decorano la frenesia della Beirut mattutina. Dietro di noi le onde scure del mare, in lontananza si scorge il monte Sannin e il suo manto verde. Falafel con Pepsi in attesa di un passaggio. Col suo Mercedes, Mansur fa il taxista improvvisato. Era un soldato druso. Al tempo della guerra ha combattuto sui monti che abbracciano la valle della Bekaa. L’unico che acconsente di portarci in Downtown off limits. Distratti soldati col kalashnikov al checkpoint. Un salto nel vuoto. Divieto, documenti, possibili ordigni inesplosi lungo strade, angoli, vicoli. It’s impossibile poi yalla-yalla reporters, “Inshallah” arriva l’ok. Shukran. I colori sbiadiscono nel silenzio e nella polvere fino a Piazza dei Martiri. Poi tutto in bianco e nero.

CIMITERO DI MEMORIE

Passo dopo passo con gli occhi a 360°scansando sassi e detriti. Spade di sole trafiggono finestre spolpate come lembi di fuoco. Dentro c’erano vite, storie, profumi, colori. Ora un silenzio di tomba. Come fantasmi dietro relitti di auto due vecchi fumano il narghilè e parlano a tono basso. Nessun altro in quel labirinto di rovine. I landmarks di una storica città sono aperti in muri crollati l’uno sull’altro. Disegnano nuovi spazi, nuovi passaggi, facendo perdere la percezione di una città. Il suo nucleo antico. Un architrave, solo un buco nero, un passaggio. Lembi di scale, sacchi di sabbia ammucchiati nelle crepe delle mura sventrate, forate da pallottole. Si sale con cautela mentre i calcinacci cadono. I ferri sospesi gemono. Fino in cima senza fiato, senza saliva. Nikon e obiettivi pesi come il corpo. Dall’alto del fatiscente palazzo, la vista assorbe visioni spettrali, i luoghi più difficili della città, quelli che trattengono memorie stratificate e tragiche. Il cuore di Beirut.

ACROBAZIE INSTABILI

L’ultima grande città mediterranea d’Oriente, una città di traffici e commercianti sunniti, maroniti, drusi e sciiti, il cui centro è ridotto a cimitero della memoria. Palazzi disossati, silenziosi. Architettura senza vita. Ciechi fondali di uno scenario da incubo. Attoniti testimoni di tragici eventi. Piazza dei Martiri, sin dai tempi dell’impero ottomano, la storia e la cultura di Beirut. Negata. Chiese e moschee ridotte a souvenirs della profanazione, pezzetti di vetro che ancora resistono sui bordi delle finestre. Grigio del cemento schiacciato, guglie di armature di palazzi che spuntano dalla superficie polverosa. Fili che oscillano in una maglia di abbandono. Il cuore di Beirut ricostruito nella seconda metà del XIX° secolo, si apriva dalla piazza dei Cannoni oramai piazza dei Martiri. Dall’avenue Fouad Cheab al lungomare, dal quartiere Jemmayzè a quello di Wadi Albou, sulla Beirut romana.

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