Nanchino, la capitale triste


Echi di un glorioso passato, ferite ancora non rimarginate di una guerra sanguinosa, testimonianze vive di una fierezza che è la massima espressione di nobiltà dell’Impero Celeste. Nanchino è una di quelle mete obbligate per chiunque voglia conoscere la Cina, vivere la sua storia drammatica e gloriosa, immergersi nella sua cultura millenaria, superando gli stereotipi e le banalità del turismo usa e getta. La nobilissima Capitale del Sud (Nan = sud, Jing = capitale, mentre Beijing-Pechino è la capitale del nord) è stata più volte la prima città della Terra di Mezzo fino al trasferimento a Pechino da parte della dinastia manciù dei Qing. Nonostante le vicissitudini storiche, la maestosità del passato è rimasta intatta negli enormi viali alberati, nei laghi artificiali, negli imponenti resti della dinastia Ming, che qui aveva posto la propria roccaforte, e negli sguardi fieri delle statue di uomini e animali che coronano i passaggi del Ming Xiaoling, le tombe imperiali.

Il primo presidente

Meta imperdibile, il mausoleo del primo presidente della Repubblica Democratica Cinese, l’amatissimo Sun Yat-sen, viene visitato ogni giorno da migliaia di cinesi che scalano i 300 gradini della faraonica costruzione per visitare in religioso silenzio la statua del loro Presidente, che sembra guardarli benevolo con suoi occhi pacifici, consapevole di essere l’unica figura nella storia della Cina moderna rispettata sia a Taiwan che nella Cina comunista. Ed è proprio sull’isola seguace di Chiang Kaishek, al secolo denominata Repubblica di Cina, che Nanjing, pur trovandosi su territorio continentale, è dichiarata ancora capitale.

Datusha Jinianguan, l’orrore

L’attuale capoluogo della regione dello Jiangsu ospita un altro luogo imperdibile, il Memoriale del Massacro di Nanchino (Datusha Jinianguan): un posto cupo, inquietante, difficile da dimenticare ma che va visitato, così come Dachau o Auschwitz in Europa, per capire, imparare, non dimenticare mai. L’evento ricordato è tra i più tragici e sanguinosi della storia recente della Cina: nel dicembre del 1937, durante l’invasione dei Giapponesi di Hiro Hito, le sue truppe approfittarono del ritiro degli uomini di Chiang Kaishek e occuparono la città; per tre settimane sfogarono la loro sete di vendetta contro la popolazione inerme, compiendo indicibili atrocità che sono tuttora ricordate come il Massacro di Nanchino. Più volte nel museo appare la scritta 300000, la stima delle barbare uccisioni subite dai civili, spesso condite da nefandezze del tutto raccapriccianti. Nonostante la presenza di numerose testimonianze c’è chi in Giappone ancora rifiuta l’esistenza degli eventi del dicembre 1937, ricoprendo quell’orribile ruolo di “negazionisti” che è presente anche in Occidente per l’Olocausto.

Shikinsou, la speranza

Il memoriale conserva anche una speranza per un futuro di armonia e pace tra le due nazioni: una piccola statua raffigurante una bambina posta accanto ad un grande giardino fiorito. Ogni giorno, da sei anni, in mano alla bambina viene messo un fiore appena colto. Di fianco c’è una targa che riporta: Shikinsou. La traduzione dal giapponese di Shikinsou è “Orchidea di febbraio”. Nel 1939 Seitaro Yamaguchi, presidente della fabbrica di materiali sanitari dell’esercito giapponese, collezionò i semi del fiore ai piedi della “Montagna Viola” di Nanchino e li portò con sé in Giappone. Terminato il conflitto, come gesto di riflessione sulle atrocità della guerra e come preghiera per la pace, Yamaguchi e i suoi discendenti si dedicarono per decenni alla coltivazione del fiore in patria e lo chiamarono “Shikinsou”. Adesso l’Orchidea di Febbraio fiorisce in ogni parte del Giappone, ed è conosciuto come il “Fiore della Pace”. Quando questo Memoriale venne ampliato nel 2007 l’ottantatreenne Hiroshi Yamaguchi, figlio di Seitaro Yamaguchi, riuscì a raccogliere 10 milioni di Yen di donazioni da ogni parte del Giappone per creare il “Giardino del Shikinsou” al suo interno, come simbolo dell’unione delle preghiere per la pace di Cinesi e Giapponesi.

Testo e foto di Alfonso Lucifredi © RIPRODUZIONE RISERVATA

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