Singapore. L’isola di Sir Raffles



Seicento chilometri quadrati, Singa-Pura (città del leone), duecento anni fa isola selvaggia infestata dai ratti, paludosa e inospitale. Grappoli di cinesi a sud. Un pugno di pirati malesi a nord. Malaria, zanzare e tigri. Leggendari i tempi legati all’esplorazione e al commercio, quando l’isola appassionò Sir Thomas Stamford Raffles. Tra l’Indonesia e il Brunei, a 138 chilometri a nord dell’equatore, oggi quell’isola è Singapore. Un grosso transatlantico luminescente ancorato alla punta estrema della penisola malese.

Sir Thomas Stamford Raffles

Primitiva. Misteriosa. Malsana. Circondata da un rosario di isole, isolotti e scogliere tra Indonesia, Malesia e Borneo. Approdo di giunche cinesi, navi portoghesi, vessilli indiani e arabi. Quando Sir Thomas Stamford Raffles, giovane funzionario della Compagnia inglese delle Indie Orientali e governatore di Giava, nel 1817 mise piede su P’u Luonchung (isola alla fine della penisola), certo non immaginava che quel piccolo fazzoletto di terra sarebbe diventato una Città-Stato indipendente. Antropologo, zoologo, botanico. Di stanza a Penang, Raffles studiò culture e riti della Malesia. Più attratto dal Borneo, ricco di popoli diversi si accontentò, suo malgrado, di ‘Singa-Pura’ (Città del Leone) l’altro nome coniato dal principe di Sumatra che sognò quella macchia di terra e un leone. Un buon auspicio. Con la testa piena di idee, d’ingegno conclusivo, attento alla realtà, Raffles conquisterà un posto nella storia. Amor di patria, per la cronaca dei tempi. In verità agì attratto dagli indigeni di cui sapeva tutto e per i quali nutriva rispetto. P’U Luochung, Singa-Pura, Singapore. Forse staterello nell’ombra senza l’intervento di Sir Raffles.

P’U Luochung, sogno britannico

Apertura del canale di Suez, nel 1869 e commercio della “gomma”. Il successo. Alla fine del secolo la colonia inglese naviga sulla cresta dell’onda della prosperità e la gente parla della propria vita con toni da leggenda. Tè e seta dalla Cina, legname dalla Malesia e spezie dall’Indonesia. Emporio redditizio, il sogno dell’Impero Britannico. Città cosmopolita, il sogno di Raffles. Il caldo poteva causare la pazzia, le tigri divoravano gli uomini e il prurito insopportabile era accentuato dagli indumenti pesanti e inadatti, ma Singapore era una calamita che attirava chiunque avesse sangue nelle vene e spirito d’avventura. Vestiti di flanella, gli inglesi passeggiavano nel Pedang, il quartiere coloniale. Sulla piazza dedicata al fondatore, una collina che lui stesso fece spianare lungo le rive del fiume, giocavano a Cricket sotto un sole inclemente. Nel 1887 viene inaugurato il Raffles Hotel. Giardini con padiglioni ricchi di voliere e fontane. Ospiti negli anni Venti, il fior fiore dell’èlite internazionale. Da allora personaggi come Kipling, Conrad, Cowardn, Mangham andavano a scrivere d’Oriente.

Seduzioni d’Oriente e Occidente

E’ città di passaggio e puoi non accorgerti di essere in Oriente. Ci vuole occhio attento e curioso. Tempo e resistenza al caldo per cogliere i dettagli, senza cedere alle lusinghe delle ghiacciaie dei centri commerciali. Difficile capire la lingua locale. Molti singaporiani si esprimono in “Singlish”, mescolanza tra inglese e altre lingue. Un’ immensa città-paradosso. Al primo impatto, Singapore è società cosmopolita, dove persone di più svariate razze e religioni riescono a interagire. Tuttavia folle. Si rincorre il tempo come se non bastasse mai. Colori su colori. Suoni su suoni. Perfettamente sincronizzati. Con stabilità dittatoriale batte tutti i record. Niente scioperi, ordine e disciplina, multe salate per i trasgressori. Niente cicche per terra. Vietato mangiare e bere nella metropolitana, la Mass Rapid Transit. Vietato sputare per terra, e per convincere i cinesi a non farlo c’è voluta una campagna anti-sputo durata per anni. Nella piccolissima repubblica vigono severe leggi sul decoro urbano. Tra un acquazzone e l’altro, Singapore può sedurre. Nostalgie coloniali, vertigini di metallo, odori e sapori, splendide spiagge. Vecchio e nuovo sono complementari in una scenografia proiettata con piglio verso un futuro senza tralasciare i segni del passato.

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